Considerazioni sulla scrittura (e su alcuni topoi che la riguardano) qualche consiglio. Questo testo non rispetta tuti i canoni della seo. Ho fatto quasi un flusso di coscienza.
FAKE NEWS
Carlina è un fantasma e le piace posare insieme alle coppie che si sposano nel Duomo di Milano. È un fantasma simpatico e l’unico inconveniente che può causare è quello di rovinare il book. Però, una foto in cui c’è lei può anche risultare più interessante. Non solo: la sua presenza sarebbe benaugurate.
In vita, era una ragazza che sali sul tetto del Duomo e cadde giù perché si spaventò a causa delle guglie e delle statue.
Lei e il marito, Renzino, vennero Milano per il viaggio di nozze.
Come era usanza del proprio paesino, Schignano, Carlina si era sposata indossando un abito nero, affinché sembrasse il vestito di un lutto.
Lo facevano per ingannare il signorotto del posto, che voleva esercitare lo ius primae noctis.
Schignano si trova in provincia di Como.
La ragazza era inquieta: poco prima delle nozze aveva avuto un’avventura con uno straniero e adesso aspettava un bambino da lui.
Quando salì sul Duomo, la vista delle guglie e delle statue acuirono l’angoscia e il senso di colpa. Si spavento e cominciò a correre finché non cadde nel vuoto, anche a causa della nebbia. Si narra che il suo corpo non sia mai stato ritrovato. Fu un incidente o un suicidio? Nessuno lo sa.
Leggenda autentica?
La storia è abbastanza affascinante e regala anche a noi milanesi una storia di spettri ambientata nella nostra città. In realtà, ne esistevano già.
Peccato che non sia vera. E non perché i fantasmi non sono reali (non lo sappiamo). Anche se avessimo le prove certe e inconfutabili della loro esistenza, questa storia non reggerebbe. È palesemente falsa e posticcia.
Posticcio viene dal tardo latino e ha chiaramente la radice post, dopo. La leggenda di Carlina sembra proprio costruita a posteriori. Sembra molto recente. Quanto recente? Ho sempre avuto un interesse particolare per le storia e le leggende milanesi e mi sono imbattuto in questa storia solo pochi anni fa. Ho pensato che fosse una mia mancanza. Allora, sono andato a rivedermi alcuni libri e non ho trovato traccia.
Altre storie milanesi
Questo vuoto ha confermato la mia idea: si tratta di una storia costruita da pochi anni (non escludo proprio per il Web) per fare vedere che anche Milano ha il proprio lato paranormale. Non hanno reso un buon servizio alla città. Inoltre, non ce n’era bisogno perché delle storie di mostri e di scheletri c’erano già. Senza considerare le vicende reali: il maniaco di stretta Bagnera, le donne bruciate come streghe in piazza Vetra, i torturatori di Villa Triste e tutti i casi di cronaca abbastanza recenti, dall’omicidio di Simonetta Ferrero nei bagni della Cattolica il 24 luglio 1971 a quello di Maria Luisa D”Amelio in Bovisa l’8 novembre 1987. Ce ne sarebbero altri ma mi fermo qui.
Torniamo alle storie paranormali ambientate a Milano.
Le più celebri sono: i segni delle corna di Satana nella colonna davanti a Sant’Ambrogio, il golem di Villa Simonetta e la dama del parco.
Le racconto brevemente per le persone che non le conoscono. Spero che siano poche. Poi vediamo perché stanno in piedi pur parlando di diavoli e di mostri e invece quella di Carlina no.
Il diavolo decise di tentare Sant’Ambrogio ma non ci riuscì. Allora, infuriato e sconsolato, diede una cornata a una colonna. Secondo un’altra versione, tra i due ci fu una colluttazione e le corna del Maligno s’incastrarono nella colonna. Una terza versione dice che Satana tento d’incornare Sant’Ambrogio, ma andò a sbattere contro la colonna. Questa colonna esiste ancora e si trova davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, fuori del cortile.
In effetti, in basso ci sono due fori. Si narra che appoggiando l’orecchio si possano sentire dei rumori provenienti dall’inferno. O che da lì fuoriesca odore di zolfo.
Tra l’altro, l’interno della Basilica, c’è la statua di un serpente che sarebbe stata portata a Milano proprio da Sant’Ambrogio. La tradizione le attribuisce delle proprietà vermifughe.
Villa Simonetta si trova abbastanza vicina a via Mac Mahon e a via Cenisio. Venne costruita per volere di Bascapè, un funzionario di Ludovico il Moro. A un certo divenne proprietà della famiglia Simonetta. Il membro più famoso di questa famiglia è senza dubbio Cicco. Nato in Calabria, divenne cancelliere del Ducato di Milano. Fu al servizio di Francesco I Sforza, Galeazzo Maria e Bona di Savoia. Lodovico il Moro lo fece decapitare. Era una delle persone più potenti del Ducato.
In ordine di fama, subito dopo di lui viene Clelia. Clelia ebbe molti amanti. Si racconta che dopo aver consumato li uccidesse o li facesse uccidere. Ma non è questa la parte interessante. La parte interessante è questa: con i resti di questi uomini avrebbe creato un golem.
Inoltre, a Villa Simonetta c’è il suo spettro. Ogni tanto appare.
La terza storia è probabilmente la più celebre. Nei pressi di Parco Sempione si aggirava una donna elegante e dal bel corpo. Ma il viso era coperto.
Adescava gli uomini, lo portava nella propria casa (molto lussuosa) e si concedeva a loro.
Durante il rapporto, il volto era sempre coperto. Anche quando la donna era nuda. Una volta, uno le tolse il velo e scappò via terrorizzato perché la donna aveva il volto di uno scheletro (o comunque un aspetto raccapricciante).
Come avete visto, non ho scritto “i diavoli, i golem, gli spettri e le donne con la faccia di teschio non esistono”. In primo luogo perché non lo so. Secondo, perché non voglio offendere chi ci crede (soprattutto, in quella del diavolo e in quella degli spiriti). Io non ci credo ma è una mia opinione. Rispetto chi ha una posizione diversa dalla mia.
Debunking
Pertanto, confuterò la leggenda di Carlina utilizzando argomentazioni concrete e condivisibili.
1) Lo ius primae noctis. Alessandro Barbero ha smontato il mito della sua esistenza. Andate a vedere il video su YouTube.
2) Anche ammettendo che questa pratica sia stata in voga, la possiamo collocare nell’alto medioevo. Ricordiamoci che la prima pietra del Duomo è stata posata nel 1386.
4) Ipotizziamo che a Schignano vi fosse davvero un feudatario che esercitava la ius e che lo facesse verso la fine del XV secolo. Però, le guglie del Duomo sono state messe tra la metà del XVIII se e la metà del XIX secolo. Se vedete le raffigurazioni del Duomo del Seicento, fate fatica a riconoscerlo. Io ne ho vista una Palazzo Morando.
Sì, visto che Gian Galeazzo Visconti voleva una cattedrale gotica, c’erano delle guglie sulla facciata. Di certo, non la foresta di pietra che avrebbe spaventato Carlina.
In una versione della storia, Renzino e Carlina salgono sul Duomo per ammirare la Madonnina. Che è stata messa nel 1774.
Ora, voi ambientereste questa vicenda così avanti del tempo? Senza considerare che alcune statue sono del Novecento.
Voi mi direte: perché applicare il fact checking a una leggenda? Il fact checking è l’analisi delle notizie e serve a smascherare le fake news, le leggende metropolitane e i miti da sfatare.
Torniamo a Carlina. Perché ho applicato il fact checking a questa storia? L’ho fatto perché chi l’ha inventata e chi l’ha diffusa ignorava quello che abbiamo detto prima sul Duomo. Ora, non è una cosa fondamentale da conoscere. Come non lo è la questione dello ius primae noctis. Però in una storia in cui ci sono lo ius primae noctis e il Duomo lo è. Inoltre, non guasterebbe che i milanesi, compresi quelli ariosi come me, sapessero certe cose della propria città.
Io apprezzo la volontà di dare a Milano una storia di fantasmi ma la si poteva costruire meglio. La si sarebbe potuta ambientare nel XIX secolo. La Madonnina c’era già.
Inoltre, quelle che ho riassunto prima secondo me sono più interessanti e sono fatte meglio. Così come quella di Bernarda. Una parte di me crede che a Villa Simonetta ci fosse un golem e che il fantasma della ragazza si aggiri per le stanze. Ma la leggenda di Carolina proprio non la convince. Questa parte è disposta a farsi ingannare, ma bisogna farlo bene.
Leggende metropolitane e fake news
C’è anche un’altra cosa: la diffusione di questa storia segue le stesse dinamiche di quella delle fake, delle leggende metropolitane, delle frasi fatte e dei luoghi comuni. Tutte cose che possono diventare pericolosissime.
Avete presente la storia del tasso del miele che mette passa spavaldo tra i leoni? La mia parte che crede all’esistenza del fantasma di Clelia si è fatta ingannare. Dico ingannare perché poi ho visto un video di Barbascura X che lo ha confutato. Vi invito ad andare a vederlo.
Questa volta mi sono concesso di non praticare il fact checking perché la storia era gustosa e innocua. Però mi rendo conto che se ci abituiamo a credere a tutto le fake news proliferano.
In realtà, possiamo inserire la storia del tasso del miele nella categoria “Leggende metropolitane”. Le leggende metropolitane esistevano già prima della diffusione del Web. Alcune molto prima.
Un’altra leggenda metropolitana celeberrima è ‘Paul is dead’. Per chi non la conoscesse: Secondo chi la sostiene, Paul McCartney è morto nel 1966 in un incidente stradale ed è stato sostituito con un poliziotto canadese.
Le prove?
1) Alcuni riferimenti nelle canzoni dei Beatles e nelle copertine dei loro dischi.
2) Le modifiche di alcuni elementi del viso, come la distanza tra il naso e il labbro superiore. Questa distanza non cambia nel corso della vita, dicono.
Il brano (meraviglioso) degli Elio e le Storie Tese Mio cuggino parla proprio delle leggende metropolitane.
Per la maggior parte, le leggende sono innocue. Ma alcune anticipano le fake news. Anzi, le definirei proprio delle fake news ante litteram. Quali? Ad esempio, quelle che diffondevano odio razziale o che contribuivano a diffonderlo.
La più famigerata è: gli zingari rapiscono i bambini.
Peccato che non trovi riscontro nella realtà e che non siano stati registrati casi.
Fiducia
Perché ci crediamo? Ci crediamo perché ci credono tutti, perché è risaputo. Perché ci credono persone di cui ci fidiamo. Ci credo perché lo ha detto mio cugino, direbbero gli Eelst.
Jean Noel Kapferer nel libro Voci che corrono ha scritto che ci crediamo perché ci fidiamo della comunità che le produce o che ci crede. Quella comunità è la nostra comunità, anche in senso lato.
Secondo lui, le leggende metropolitane si basano su un ribaltamento: non è più “ci credo perché è vero” ma “è vero perché ci credo”. E ci si crede per i motivi che abbiamo scritto poco fa.
Kapferer fa anche notare che le persone che riportano le leggende metropolitane non hanno mai vissuto queste vicende prima persona, che sono state riferite loro da altri. Il brano di Elio Mio cuggino segue lo stesso schema.
Tutto sommato, ci comportiamo spesso allo stesso modo: non potendo verificare tutti le notizie che leggiamo, dobbiamo fidarci di chi le riporta. Ci deve sembrare attendibile e dobbiamo pensare che lo sia anche per gli altri del nostro mondo.
Ho letto che una certa percentuale del PIL di Tuvalu deriva dalla sua estensione di dominio.
Potrei trovare il modo consultare il suo bilancio di Stato.
Potrei fare come Bart, che per verificare la veridicità dell”affermazione di Lisa secondo cui nell’emisfero boreale l”acqua gira sempre in sempre in senso antiorario telefona a un bambino in Australi, e contattare il governo di tuvaluano (controllare termine).
Mi accontento di controllare la serietà di chi l”ha riportata.
Se poi la notizia viene riportata da altre fonti attendibili, ancora meglio.
Questo è uno dei modi in cui si fa debunking. Mi riferisco al consiglio “guardate se i principali giornali nazionali o le agenzie di stampa ne parlano’ quando c’è il sospetto di essere di fronte a una fake news.
La faccenda, però, è più complessa.
Innanzitutto, i giornali nazionali non possono trattare di tutto. Per fortuna, esistono le testate locali e le riviste di settore, che, nella stragrande maggioranza dei casi sono serissime.
Avendo lavorato per una testata locale, vi dico che non potrebbe essere altrimenti perché molti lettori hanno un rapporto diretto con i giornalisti e viceversa.
In secondo luogo, non tutti i giornali nazionali vengono considerati attendibili allo stesso modo.
Terzo, può capitare che anche quelli attendibili e le agenzie di stampa sbaglino. Pertanto, c’è il rischio che una notizia si diffonda anche in ambienti non bufalari. Tuttavia, in questo caso dobbiamo parlare di errore e non di fake news. Ci torneremo.
Nell’orazione civile per la tragedia del Vajont, Marco Paolini dice che all’inizio testate come il Corriere e firme come Bocca e Buzzati scrissero che era stata una tragedia naturale. Solo dopo, grazie all’inchiesta di Tina Merlin, giornalista dell’Unità, si scoprì che era stata colpa della Sade. Qualcuno obietterà che L’Unità è comunque un giornale attendibile. Il punto è che lo è pure il Corriere.
Quattro: non tutti reputano attendibili le stesse fonti. Anzi, per molte persone, quelle inattendibili sono proprio quelle mainstream e quelle ufficiali. E danno credito a quelle che per altri sono bufalare o non sono degne di considerazione.
Pur non appartenendo a questa categoria (anzi!), per correttezza devo dire che non sempre hanno torto. Almeno, nel non fidarsi delle fonti ufficiali.
Dopo i fatti della Diaz, alcuni funzionari di Polizia, mostrarono le prove di progetti di azioni violente da parte del Genova Social Forum per spiegare l’intervento degli agenti. Prove che si sono dimostrate false.
Ciononostante e nonostante altri episodi, mi fido ancora della Polizia e delle Forze dell’Ordine. Come mi fido delle agenzie di stampa e della maggior parte dei giornali, anche se a volte sbagliano.
Ipse dixit
Attenzione: ho scritto “maggior parte”. Questo significa che altri non godono della mia stima.
Questo è l’altro aspetto della questione: la fiducia in chi dice o scrive qualcosa. Una sorta di Ipse dixit. Al netto degli errori.
Per chi non lo sa, l’espressione (in greco αὐτὸς ἔφα, autòs epha) ) era riferita a Pitagora. Poi, per molti secoli, quell’ipse indicò Aristotele. Lo ha detto lui, quindi è vero.
Il paradosso è che la rivoluzione eliocentrica nasce proprio dal dogmatismo degli aristotelici. Nel saggio Salvare i fenomeni, Duhem spiega che nel medioevo esistevano due posizioni contrapposte, quella tolemaica e quella aristotelica. I primi ponevano la Terra su fuoco di un’orbita ellittica e i pianeti su degli epicicli. Lo facevano per spiegare il moto di pianeti, che a volte tornano indietro, a volte sono più vicini e a volte sono più lontani. Se la Terra è al centro è al centro e i pianeti e il sole le girano intorno, com’è possibile? Significa Aristotele si è sbagliato. Capita anche a lui.
Ma i sostenitori dello Stagirita avevano fiducia nel loro maestro. In soldoni, dicevano: “Sappiamo che ha ragione. È vero, con gli strumenti di oggi non riusciamo a dimostrarlo ma un giorno c’è la faremo’.
Finché Copernico, aristotelico, non ebbe l’idea di invertire la posizione tra il sole e la Terra, salvando l’idea di centro. Probabilmente, il geocentrismo era sacrificabile. Anche perché il cambiamento nell’astronomia era nell’aria.
Reputo che questo sia l’atteggiamento corretto nei confronti dell’auctoritas (cioè di una fonte autorevole): riporvi moltissima fiducia ma essere pronti a criticarla quando sbaglia ed essere pronti a cambiare quello che va cambiato. Inoltre, fidarsi di un giornale o di un esperto eccetera non significa non accettare le confutazioni di ciò che ha scritto o di ciò che ha detto.
Nessun “Lo ha detto il telegiornale”, frase che Enzo Jannacci ripete più nel brano “Quelli che” per schernirla. (Riferimento vile Trent’anni senza andare fuori tempo”.
Certo, la confutazione dev’essere suffragata da prove efficaci e serie. Ossia in grado di convincere il mondo accademico e gli esperti del settore.
Se dalla confutazione nascerà una nuova teoria, anch’essa dovrà essere in grado di convincere il mondo accademico e gli esperti del settore. Per poi. eventualmente, arrivare a tutte le persone.
Altrimenti, è meglio tacere.
Questo significa fidarsi della scienza: se non sono capace di dimostrare qualcosa, accetto le posizioni di chi ne sa più di me.
Sto dicendo che non bisogna informarsi? No. Sto dicendo che solo chi è del settore può parlare? Schliemanm non era un archeologo eppure ha scoperto Troia. Ha dimostrato in modo empirico di avere ragione.
Per concludere il capitolo, qualcuno penserà che io voglia creare una contrapposizione tra popolo e professori. E che io parteggi per i secondi. Ha ragione ma non del tutto. Infatti, se da una parte, come diceva Eraclito, uno vale per me più di 10.000 se migliore, dall’altra non dobbiamo cadere nel dogmatismo e bisogna capire i dubbi che hanno le persone e cercare di fugarli.
Due verità
Amélie Nothomb è nata a Kobe, Giappone, il 13 agosto 1967.
Figlia di un diplomatico belga, ha girato con la famiglia in vari Stati dell”Estremo Oriente. Ha scritto alcuni libri dedicati al primo periodo asiatico della sua vita. Siccome lei è molto produttiva, non li ho letti tutti e probabilmente ne conosco solo una parte. Sicuramente, Metafisica dei tubi e Biografia della Fame appartengono a questa categoria. Ho scritto “il primo periodo asiatico della sua vita” perché a vento”anni è ritornata. Dalla seconda esperienza nipponica sono nati Stupore e Tremori e Né di Eva né di Adamo. Infine, c’è La Nostalgia Felice, che racconta i giorni che la scrittrice belga ha passato nei luoghi della propria infanzia, dove è ritornata per girare un reportage dopo lo scoppio della centrale nucleare avvenuto nel 2011 a Fukushima..
Però, da qualche tempo, in Rete circola un’altra biografia di Amélie: è nata a Eftterbeck, in Belgio, il 9 maggio 1966.
Mi rammarico: anche io sono nato 13 agosto e considero un privilegio compiere gli anni nello stesso giorno di una delle mie scrittrici preferite.
I siti che sostengono la seconda ipotesi sembrano seri. Ma la prima la troviamo sui libri che ha pubblicato e su alcuni siti che sembrano altrettanto affidabili. Uno, addirittura, c’informa che uno dei suoi antenati contribuì all’annessione di una parte del Lussemburgo al Belgio.
Quindi, la storia della nascita in Giappone è vera o no? La mia risposta è che non m’importa: è gustosa ed è innocua.
Se dovessi scrivere una sua biografia o fare una tesi su di lei, attingerei da fonti non serie ma serissime, possibilmente cartacee. Magari le scriverei anche.
Ma finché si tratta di fare conversazione o di cose altrettanto leggere, mi tengo la storia dell’Amélie nata in Giappone. Al limite, potrei aggiungere l’altra, per completezza.
I motivi? Tra le due è più bella e perché non è complottista. Sostenerla non denota ignoranza e presunzione. Crederci non aiuta la diffusione dei virus letali. E perché non si tratta di una cosa assurda ma possibilissima. È plausibile che la figlia di un diplomatico belga non nasca in Belgio.
Già, l’assurdità e la plausibilità.
Ironia
Ho citato più volte la canzone Mio cuggino degli Eelst. Anche Francesco Gabbani ha fatto una canzone dedicata allo stesso argomento, Pachidermi e pappagalli. Ma mentre la prima parla di cose (non tutte) che potrebbero anche capitare, la seconda ironizza su deliri complottisti e teorie (teorie…) poco credibili. Per capire meglio, v’invito ad ascoltare entrambe (a mio giudizio sono molto carine e divertenti nella forma).
Ecco una strofa del brano di Gabbani
Marilyn ed Elvis vivono alle Hawaii
Hanno aperto un bar che si chiama Star, fanno affari d’oro
L’uomo è stato già clonato, fatto a pezzi, resuscitato
Si può campare a fieno, peggio il latte del veleno!
Non esiste prova alcuna dello sbarco sulla Luna
Le piramidi egiziane sono marziani.
E una di quello degli Eelst
Mi ha detto mio cuggino
che una volta è stato con una che poi gli ha scritto sullo specchio benvenuto nell’aids
Pachidermi e pappagalli è anche un libro di Cottarelli. Sottotitolo Tutte le bufale in campo economico cui ancora continuiamo a credere.
Non è un caso. Infatti, all’inizio del libro Cottarelli cita espressamente Gabbani e lo ringrazia.
Che cos’è la verità? Secondo i credenti, la Verità è Cristo. Mutatis mutandis, ogni religione risponde in modo analogo.
Tuttavia, non voglio trattare la questione della verità da una prospettiva sacra ma umana.
Dopo questa premessa, la definizione più calzante di verità rimane quella di Tomaso d’Aquino (Anzi, di Anselmo da Aosta): veritas est adequatio intellectus et rei. La verità è l’accordo tra l’intelletto e la cosa. E anche tra la parola e la cosa. Detto in un altro modo, non è ciò che esiste o è esistito a essere vero o falso ma le nostre affermazioni e i nostri pensieri su di esso.
Quando scrivo “ciò che esiste o è esistito” intendo anche ciò che fa parte del mondo della fantasia e dell”immaginazione.
Faccio un esempio riprendo qualcosa di cui ho già parlato in questo libro.
Ho scritto che in una puntata dei Simpson Bart compie un’azione. Questo episodio esiste? Se si, quello che ho scritto è vero. Nel caso contrario, non è vero. Pertanto, sarebbe più corretto parlare di veridicità. Bene.
Adesso vi faccio un’altra domanda: qual è il contrario di verità?
Qualcuno dirà: bugia.
Non è sempre così.
1) Chi fa un’affermazione non vera a causa di un errore o dell’ignoranza non dice un bugia.
2) Il mondo che ci circonda non è assoluto ma in relazione a chi lo vive e a quando lo vive
Una strada che per me è silenziosa e priva di odori per il mio cane può essere rumorosa e piena di stimoli olfattivi.
Noi sappiamo che le nostre case sono piene di acari, batteri e virus. Sono così tanti che non sono loro a essere tra noi ma il contrario, ha detto il relatore della conferenza Antibiotici: i microbi sono untori o vittime?
Eppure, la frase “questa stanza è vuota” è vera (a meno che non facciamo i microbiologi e stiamo svolgendo il nostro lavoro).
3) I bambini (ma non solo i bambini) che, giocando, dicono di essere chi non sono non stanno mentendo. Allo stesso modo, non mentono gli attori e le attrici, le scrittori e le scrittrici, le poetesse e i poeti, i cantanti e le cantanti. Stanno fingendo. Parola che, ci hanno spiegato Alessandro Baricco e Andrea Marcolongo, prima di assumere una connotazione negativa, significava immaginare, figurarsi, modellare la realtà grazie a al pensiero. Entrambi citano “io nel pensier mi fingo” dell’infinito di Leopardi.
Ritroviamo questo senso nel termine inglese fiction.
4) A volte diciamo delle cose che non sono vere e ne siamo consapevoli. Anche i nostri interlocutori lo sanno ma non ci correggono. Eppure nessuno inganna e nessuno si fa ingannare. L’esempio classico: nelle nostre conversazioni utilizziamo ci riferiamo ancora a un modello geocentrico e parliamo di sole che si sposta.
5) La sospensione della realtà avviene anche nelle opere di fantasia e nelle poesie. No, non mi riferisco ai draghi volanti o ai lupi dotati di favella. Parlo di quegli elementi che vanno contro le leggi della fisica (senza che l’autore abbia fatto intendere che in quel mondo non valgono). Quando facemmo il canto dell’inferno in cui le lacrime dei dannati si ghiacciano (il XXXIII), una compagna obiettò che il sale delle lacrime ne impedisce la glaciazione. L’insegnante le rispose che le ragioni della poesia superano quelle della fisica.
Allo stesso modo, è un po’ fuori luogo l’obiezione “Le rose e le viole non crescono nello stesso periodo” (Il sabato del villaggio).
Menzogne vs bugie
Dopo aver scremato ed eliminato tutte queste cose che non sono vere, ci rimangono le bugie. Anzi, le menzogne. Bugia ha ancora, in parte, una connotazione innocente e infantile. Le bugie di Pinocchio. Le bugie dei bambini. Le bugie d’amore.
“E mi accorgo quanto è vera una bugia, cantavano Francesca Alotta e Aleandro Baldi”. Le bugie di bene, che infrangono l’obbligo della verità tanto caro a Kant.
Feyerabend fa questo esempio: siete al capezzale di una donna. Questa donna vi chiede notizie del figlio. Voi sapete che il figlio è in prigione. Che cosa fate? Le dite che il figlio sta bene e la fate morire serena? O le dite la verità e la fate morire con questo dolore? Lui è per prima opzione. No, no. Usiamo menzogna. Ecco la nemica della verità.
Osserviamo però che mentire non è un verbo così negativo. Forse perché a bugia non corrisponde un verbo preciso e la perifrasi dire le bugie si usa con i bambini. Però esiste sbiugiardare Anche la Treccani scrive Il termine è più comune e familiare del suo sinonimo menzogna, e in genere indica una mancanza meno grave (dire un sacco di bugie).
Menzogna. È anche cacofonico.
Ecco la definizione della Treccani
Affermazione contraria a ciò che si sa o si crede vero, o anche contraria a ciò che si pensa; alterazione (oppure negazione, o anche occultamento) consapevole e intenzionale della verità (in questo sign. è meno pop. di bugia, che indica, di solito, una mancanza meno grave).
Sottolineerei un elemento di questa definizione:
“consapevole e intenzionale (menzogna vs errore).
Pertanto, non hanno niente di positivo. Se possiamo accettare quelle dette per difendersi, dobbiamo essere del tutto intolleranti verso quelle fabbricate per danneggiare qualcuno o qualcosa o per far circolare informazioni pericolose. In altre parole, dobbiamo essere del tutto intolleranti verso le fake news.
Non ho utilizzato il termine fabbricate a caso. Infatti, la loro creazione e la loro diffusione è affidata a delle macchine organizzative che le fanno diventare virali.
Molte fake news di questi ultimi anni riguardano la questione climatica, l’invasione dell’Ucraina e il COVID 19.
Poi ci sono quelle intramontabili: quelle basate sull’odio razziale e/o religioso e quelle create per infangare le persone.
I confini non sono sempre netti e spesso con la stessa fake posso ottenere due risultati o anche più di due.
Il caso più eclatante fu quello della sorella di Laura Boldrini che, secondo la macchina del fango, gestiva delle cooperative che sie occupavano dell’accoglienza dei migranti. La notizia era falsa. L’ex presidentessa della Camera rivelò che la sorella era morta da anni.
Questa fake alimentò l’odio razziale si nutriva dell’intolleranza verso gli immigrati e verso l’accoglienza e voleva screditare Laura Boldrini.
Capite che non si tratta di un errore per cui basta una rettifica?
Valentina Petrini, giornalista televisiva, ha scritto un pamphlet intitolato “Non chiamatele fake news”. Infatti, reputa il termine ancora troppo indulgente.
Capite anche che è sono una cosa diversa rispetto ai coccodrilli albini giganti che abitano nelle fogne di New York (una leggenda metropolitana molto diffusa)?
O al luogo e alla data di nascita di Amélie Nothomb?
Ammettiamo che non sia vero che sia venuta al mondo in Giappone ma che lo abbia fatto in Belgio.
Metto da parte la mia simpatia per quest’ultimo Paese e vi chiedo: quali danni d’immagine le può aver creato? Anzi, seondo me ha aumentato il suo fascino e l’ha resa più interessante.
Nota personale: la qualità dei suoi libri è alta, a prescindere dalla sua biografia.
Insomma, alcune piccole falsità fanno addirittura bene alla persona alla quale sono riferite.
Leggende metropolitane e fake/2
Per molto tempo, si credette che Mussolini, quando Vittorio Emanuele III lo nominò Presidente del Consiglio, avesse detto questa frase: “Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto”.
Non era vero, ma secondo voi a Mussolini dispiaceva?
Allo stesso modo, alcune leggende metropolitane possono avere avuto un’utilità sociale. Ad esempio, questa.
Un ragazzo va letto con una sconosciuta e la mattina lei gli scrive sullo specchio “Benvenuto nell’aids”. Questa storia nel non può essere vista come un invito alla cautela e all’utilizzo dei profilatici? Al contrario, non vedo nessuna utilità nella diffusione delle fake news. Anzi, fanno solo danni gravi. È vero, oggi si dice fake news o bufale, due termini pressoché interscambiabili. Nonostante il nome simpatico, le bufale non hanno niente di simpatico.
Noto tuttavia che le leggende metropolitane sono fuori moda. Anche come espressione. Non ci sono più le famiglie che vanno al mare, trovano un cane sulla spiaggia, lo adottano e poi scoprono che si tratta di un topo gigante.
Mentre scrivo questo libro, è in corso l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Perché lo dico? Perché Putin ha varato un provvedimento contro la diffusione delle fake news. Prevede pene detentive fino a 15 anni e le fake news sono le notizie che non combaciano con quelle diffuse dal governo russo e dai media governativi. Avevate dei dubbi?
Fonti alternative?
Spesso, chi distorce la realtà e diffonde le bufale, anche in buona fede, accusa gli altri di essere o dei bufalari o delle pecore addormentate che credono alle falsità dell’informazione ufficiale Loro dicono stampa di regime e stampa mainstream. Salvo poi andare spesso che canali televisivi mainstream.
Non si limitano a criticare ma hanno i loro giornali e loro canali preferiti. Poiché sono persone generose e poiché pensano di avere la missione di svegliare i dormienti, li consigliano a chi ancora crede a ciò che dice l’informazione di regime.
Ironia a parte, è interessante osservare che esistono dei canali che in certi ambienti sono mainstream. Un mainstream parallelo.
Contro narrazione
Allo stesso modo, la contro narrazione, cioè il racconto e la visione di qualcosa da una prospettiva diversa da quella ufficiale, all’interno di alcuni circuiti diventa narrazione ufficiale.
Questa non è una critica ma una constatazione. Spesso anch’io seguito la contro narrazione invece della narrazione. Tuttavia, spesso ho dato retta alla narrazione mainstream. La discriminante è stata, è e (me lo auguro) sarà la capacità di persuasione. Quanto sei capace di convincermi che ciò che dici rispecchia la realtà? Quanto sei capace di convincermi che sei serio e affidabile? Il resto non conta.
Non ho usato a caso il termine generico “qualcosa” e non un più giornalistico ‘i fatti” proprio perché la contro narrazione può riguardare anche un’idea che si diffonde. La Ferrero, in un momento in cui l’olio di palma è visto in modo negativo, ha preferito fare un video per dire che quello che usa lei è di qualità, ecologico ed etico.
Se fatta bene, la contro narrazione ci presenta dei mondi che non conosciamo e ci spinge a mettere in discussione pregiudizi. Durante una lezione, ho parlato di Coma gatte, che dipinge Calvairate in in un modo diverso dalla vulgata. Ne mette in risalto le qualità senza negare che abbia dei problemi, come molti quartieri periferici (non solo di Milano).
Da un punto di vista etico, e non solo etico, non sempre è possibile farlo. Non ci può essere una contro narrazione del nazismo e delle altre dittature. La contro narrazione sul COVID 19 ha aiutato il virus a circolare e a uccidere.
Altre contro narrazioni per adesso sono poco persuasive. Ad esempio, la negazione dello Sbarco sulla Luna. O l’idea che la Terra sia piatta. Può essere che ci sbagliamo dal VI secolo avanti Cristo. Già Anassimandro, il pensatore che mi ha fatto innamorare della filosofia, aveva intuito la presenza della tridimensionalità e della curvatura visto che pensava che la Terra avesse la forma di una colonna. Meglio, del tamburo di una colonna. Secondo Diogene Laertio stati i pitagorici i primi a capire che la Terra è sferica.
In attesa delle loro argomentazioni persuasive, continuo a essere convinto che la Terra sia sferica, che siamo andati sulla Luna, che i vaccini non causino l”autismo e che il covi sia una cosa seria”. Mi sarebbe piaciuto scrivere”sia stato una cosa seria” ma proprio ieri (21 settembre 2022) Pregliasco ha detto che prevede un’altra ondata.
Debunking/2
Nel romanzo 1709 ho accennato alla vicenda del crono visore. In breve, un monaco, Padre Pellegrino Eretti sosteneva di aver inventato uno strumento che gli consentiva di vedere immagini del passato, anche di un passato molto remoto. Disse di aver assistito alla rappresentazione di un’opera teatrale andata perduta. Non si limitò ad assistervi ma trascrisse le parti mancanti. Ma un’esperta di lettere lettere classiche notò che nella ricostruzione erano presenti termini che quando venne scritta l’opera non facevano parte del vocabolario latino e che si sarebbero diffusi solo più avanti.
Il caso di debunking più famoso della storia basato sull’analisi della lingua è quello fatto da Lorenzo Valla nel XV secolo.
Nel libro La donazione di Costantino, Lorenzo Valla spiegò che il documento omonimo era un falso.
Per chi non lo sapesse, il donazione di Costantino era un documento con cui l’imperatore cedeva Roma e parte dell’Italia centro-meridionale alla Chiesa.
Lorenzo Valla ha dimostrato che è un falso perché il latino utilizzato non è quello dell’epoca di Costantino ma è quello di un periodo successivo.
Ma l’analisi del linguaggio per smascherare i falsi non riguarda soltanto i massimi sistemi.
Infatti, può aiutare qualcuno a dimostrare di non aver detto o scritto qualcosa perché lo stile non è coerente con il suo.
In una delle conferenze che ho seguito per la formazione continua dei giornalisti, spiegarono che in caso di violazione della casella di posta elettronica, gli inquirenti guardano se il linguaggio e la formattazione delle mail inviate dopo l’hackeraggio o l’intromissione è coerente con quello abituale della persona interessata.
In un modo analogo, possiamo evitare di cadere nel phishing osservando dei dettagli: alcuni particolari diversi nel nome, un indirizzo di posta elettronica o un indirizzo del sito diverso da quelli istituzionali.
A volte i messaggi contengono degli errori o grammaticali oppure si capisce che chi li ha scritti non padroneggia bene l’italiano. Inoltre, sebbene sia risaputo, è bene ricordsrlo:nessuna banca invia link o mail chiedendo le credenziali né tantomeno lo fa per telefono.
Clickbaiting
In realtà, quelli che vi sto per dare sono solo degli indicatori. Che cosa voglio dire? Voglio dire che non tutte le fake news, le bufale eccetera vengono vengono scritte così e che questo modo di cucinare le notizie viene utilizzato anche per quelle vere.
1) Toni sensazionalistici. L’obiettivo è suscitare indignazione.
2) Non rispetto delle 5 w (chi, cosa, quando, dove, perché). Le informazioni sono molto generiche. Mi è capitato di leggere notizie su fatti avvenuti in luoghi inesistenti. Oppure, il fatto è successo ma non dove o quando diceva l”articolo.
3) Errori grammaticali e poca cura della forma.
(Non parlo delle fonti e dei contenuti perché lo faccio più avanti)
Ma è dai titolisti e da chi mette le foto che dobbiamo stare in guardia.
Alcuni articoli sono anche onesti. È il titolo a dare informazioni fuorvianti. Fuorvianti proprio perché deconstualizzati. Non c’è discrepanza tra il titolo e il contenuto dell’articolo ma c’è discrepanza tra il contenuto dell’articolo e le aspettative create dal titolo.
Ricordo un caso di non molto tempo fa.
l titolo diceva: non sarà più possibile prelevare.
Aspettativa: un divieto governativo.
Contenuto: diminuzione degli sportelli.
Altri esempi
Titolo: Addio a (personaggio famoso)
Aspettativa: è morto.
Contenuto: ha lasciato la trasmissione (fateci caso: il termine non è mai preciso, diretto. Non scrivono mai: «è morto». La vaghezza aiuta).
Titolo: Perché Gino Paoli si è sparato?
Aspettativa: si è sparato ieri.
Contenuto: si è sparato anni fa (nel 1963).
Adesso un caso particolare di clickbaiting: la verità non vera.
Titolo: Apologia al terrorismo, rossonero arrestato: l’annuncio del club
Aspettativa: è stato un giocatore del Milan.
Contenuto: parla di un giocatore del Nizza.
In realtà, io da questi articoli mi aspetto proprio che deludano le attese. Tutto questo si chiama clickbaiting, il fratello delle fake news.
Non tutti i clickbaiting sono nocivi. Tuttavia, condividere alcuni elementi con la maggior parte delle fake news.
Quali?
Titoli sensazionalistici
Leva su sentimenti come la commozione e l’indignazione.
L’omissione di alcuni particolari.
Non tutte le fake news sono false: alcune riportano dei fatti veri ma tralasciano degli elementi importanti. Una di queste è stata la seguente: Fauci ha detto che i vaccinati possono ammalarsi e contagiare.
Come l’hanno intesa i no-vax: vaccinarsi è inutile.
In effetti, Fauci l’ha detto ma ha detto anche che è molto meno improbabile che un vaccinato si contagino o che vada in terapia intensiva o addirittura muoia rispetto a un non vaccinato.
Come se non bastasse, ha ribadito che anche i vaccinati dovranno continuare stare attenti (mascherina, gel igienizzante, distanziamento eccetera).
Alcune discrepanze tra il titolo e il contenuto nascono dall’ignoranza. Ho visto più di una volta un titolo che faceva riferimento a leggi assurde e poi il contenuto parlava di ordinanze comunali. Sono due cose un po’ diverse: le leggi sono deliberate da un organo collegiale la loro violazione può comportare azioni di tipo penale da parte dell’autorità giudiziaria. Le ordinanze sono decise da un organo monocratico (il sindaco) e la loro violazione non viene perseguita in modo penale
Non è una differenza da poco. Voglio pensare che gli autori abbiano agito in buona fede.
Fonti
Durante la pandemia, ho abbracciato posizione molto rigide, soprattutto sull’uso della mascherina.
Un amico no-mask mi ha inviato un articolo che parlava di uno studio secondo cui la mascherina non ha aiutato a contenere la diffusione del contagio.
Siccome sono una persona disposta a cambiare idea ma sono anche convinto delle mie, che cosa ho fatto? Ho cercato la falla nel discorso.
Qual era?
In realtà, erano più di uno.
1) Fonti non attendibili
2) La notizia rimbalzava solo in alcuni nell’ambiente “critico nei confronti delle misure di contenimento del COVID 19”.
3) Le stesse argomentazioni non erano impeccabili.
Riprendo il discorso delle fonti. Quando leggiamo una notizia, chiediamoci: chi la riporta? Sui siti d’informazione più accreditati se ne parla?
Ricordate quello che abbiamo scritto nel capitolo precedente sui clickbaiting, in cui c’è discrepanza tra il titolo e il contenuto del pezzo? Il mio consiglio (e non solo il mio) è: non apriteli. Non apriteli perché non se lo meritano. Non meritano che il conteggio delle visite dica che sono tante. Volete sapere se Wanna Marchi è morta? In questi giorni vedo dei titoli che la riguardano. Andate sul sito dell’Ansa, del Corriere, su Wikipedia etc e guardate se c”è qualcosa. E poi lo avrebbero detto in televisione, no?
Qualcuno obietterà che alcune notizie si trovano solo sui giornali specializzati. È vero. Ma pur essendo di nicchia sono seri e autorevoli.
Un’altra obiezione è questa: molte notizie si trovano solo sulla stampa locale. Risposta: è vero. La maggior parte delle testate locali è serissima.
Il giornale più antico d’Italia è la Gazzetta di Mantova, fondato nel XVII secolo. Alcuni suoi giornalisti sono passati in Rai. Tra questi, Auro Bulbarelli.
Quest’ultimo, diventato direttore di Rai Sport, ha raccontato che l”esperienza di giornalista da marciapiede e le riunioni redazionali sono state fondamentali per la sua formazione professionale.
Qualche anno fa ho fatto un corso online con il quotidiano Cronacaqui. Nelle dispense mettevano in guardia dal riportare una notizia solo perché l’hanno fatto altri giornali, anche se autorevoli. Come abbiamo visto, anche loro hanno preso delle cantonate. Secondo loro, e non solo secondo loro, bisogna verificare sempre. L’indicazione vale soprattutto per i giornalisti.
Come di fa? Quando lavoravo a Sprint e Sport, mi hanno insegnato che bisogna parlare con i testimoni diretti dei fatti o con persone che li conoscono e informate sui fatti. Mi hanno insegnato che quando ci sono delle liti o degli episodi incresciosi bisogna sentire entrambe le versioni. Mi hanno insegnato a dare voce ai protagonisti e facendogli rilasciare delle dichiarazioni. Purtroppo, non è sempre possibile.
Andare alle fonti significa anche leggere gli articoli o i post che ne parlano. Vale anche per i video e per i libri.
Se più persone si fossero prese la briga di leggersi le dichiarazioni di Fauci, i negazionisti avrebbero avuto un’arma in meno.
Quando il ministro olandese ha detto no al recovering fund lo fatto perché, secondo lui, la ricchezza pro capite in Italia è più alta di quella che c’è nei Paesi del Nord. Quindi, se là hanno i conti pubblici a posto, qui le persone non stanno male. È come se avesse detto “non ne avete bisogno perché state meglio di noi. Eppure, è passato un messaggio di rigidismo intransigente.
È vero, mi ha aiutato quel poco che so di nederlandese. Ma anche per i testi inglesi, i traduttori online ormai sono abbastanza evoluti e ci aiutano a capire il senso di un articolo.
Se non volete tradurre testi scritti in lingua straniera, ci sono anche molti casi in Italia in cui una frase è stata estrapolata, decontestualizzata e travisata.
Mi viene in mente il famigerato “Zeru tituli” di Mourinho. È stata vista come uno scherno nei confronti delle altre squadre. Invece, se si ascolta tutto il discorso, ci si accorge che non è così. Anzi.
Del resto, l’ermeneutica di Gadamer c’insegna che per capire i testi dobbiamo tenere conto del contesto.
Anche Bert, l’algoritmo di Google, opera tenendo conto di tutto il testo e non delle singole parole o delle singole frasi.
Riprendo l’esempio che ho trovato sul sito di Roberto Serra: sa capire se la parola “credenza” si riferisce alla credenza popolare o a una dispensa.
Ritorniamo alle fonti.
Gli storici non ne possono prescindere. I giornalisti neppure e tra le fonti ci sono i confidenti e le gole profonde.
Anche per chi si occupa di letteratura, di cinema, di teatro e di cultura in generale sono importantissime.
Per i non addetti ai lavori il discorso è leggermente diverso. Siccome uno non può leggersi tutti i libri o vedersi tutti i film del mondo, deve affidarsi agli esperti.
Premesso che è meglio non criticare un film senza averlo visto, se proprio dobbiamo giudicarlo e parlarne senza averlo visto, basiamoci su delle recensioni autorevoli e/o affidabili.
Tuttavia, una recensione o un testo che parla di un libro (etc) può aiutarci a capirlo meglio anche se lo abbiamo letto (etc).
Questo è il capitolo più importante della prima parte del libro. Tutti quelli precedenti sono propedeutici a questo.
Questo testo non si rivolge a un pubblico generalista e il suo scopo principale non è insegnare alle persone a riconoscere le fake news e i clickbaiting, benché sia una cosa utile. Ma come ho detto al corso di copywriting ai miei studenti, dopo un po’ le si riconosce a fiuto. Dopodiché, si va a verificare.
Questo articolo non si rivolge neanche ai giornalisti, ai critici, agli storici e così via.
Questo libro si rivolge ai copywriter, ai blogger e tutti gli altri creatori di contenuti sul web.
In particolare, questa prima parte è dedicata ai link e in particolare ai link esterni.
Infatti, è importante sia sapere verso quali siti indirizzare i lettori sia, soprattutto, verso quali non indirizzarlo. Ne va della vostra reputazione o del cliente per cui scrivete.
Ci sono solo due casi in cui siete autorizzati a linkare verso siti di clickbaiting, di bufale e di fake news: se credete che siano notizie vere (ma credo che avreste già interrotto la lettura di questo libro) o se lavorate per qualcuno che crede siano notizie vere (o che finge di crederci).
Nell’elenco di poco fa non ho inserito le leggende metropolitane: linkate pure a siti che ne parlano, purché si capisca che trattano la materia come curiosità, come elemento di folklore e di cultura popolare o da un punto di vista eziologico o storico.
Questo è il capitolo più importante della prima parte del libro. Tutti quelli precedenti sono propedeutici a questo.
Link
Questo libro non si rivolge neanche ai giornalisti, ai critici, agli storici e così via.
Questo libro si rivolge ai copywriter, ai blogger e tutti gli altri creatori di contenuti sul web.
In particolare, questa prima parte è dedicata ai link e in particolare ai link esterni.
Infatti, è importante sia sapere verso quali siti indirizzare i lettori sia, soprattutto, verso quali non indirizzarlo. Ne va della vostra reputazione o del cliente per cui scrivete.
Ci sono solo due casi in cui siete autorizzati a linkare verso siti di clickbaiting, di bufale e di fake news: se credete che siano notizie vere (ma credo che avreste già interrotto la lettura di questo libro) o se lavorate per qualcuno che crede siano notizie vere (o che finge di crederci).
Nell’elenco di poco fa non ho inserito le leggende metropolitane: linkate pure a siti che ne parlano, purché si capisca che trattano la materia come curiosità, come elemento di folklore e di cultura popolare o da un punto di vista eziologico o storico.
In un certo senso, per quello che riguarda i link esterni, il compito del copywriter è un po’ più semplice rispetto a quello di altri perché può puntare sulla buona fede. Intendo dire che nessun copywriter che linka verso una notizia o un’informazione riportata da una fonte ritenuta attendibile rovinerà la propria reputazione e quella del proprio committente anche qualora la notizia o l’informazione risulti non veritiera.
Naturalmente, valgono tutte le regole che abbiamo stabilito nei capitoli precedenti.
Invece, sempre a proposito di fonti, vorrei porre una questione: come fa un copywriter a dimostrare che quello che scrive è vero se nessun altro sito ne parla?
Ipotizziamo due casi.
Il primo è il seguente. Il copywriter si ricorda di averlo letto su un giornale o su un libro ma si accorge che in Rete non ce n’è traccia. Alla fine, le cose sono sul web perché noi ce le mettiamo. Ma se nessuno inserisce un articolo, il passo di un libro, una citazione e così via, non ci saranno. Sembra una tautologia ma apre un problema non da poco: per alcune persone se qualcosa non è su Internet non esiste.
A questo punto, il copywriter dovrebbe riportare il riferimento cartaceo (con più dati possibili: titolo, autore, anni di pubblicazione, citazione esatta) che suffraga quanto ha scritto.
In questo modo, inoltre, colmerà una lacuna della Rete.
Il secondo caso è il seguente: un web writer è la prima persona a venire a conoscenza di qualcosa. Come fa a dimostrare che è vero? Non sto parlando di siti importanti. Un giornalista che lavora per il Corriere della sera può essere il primo a dare una notizia. Ma una realtà più piccola (penso soprattutto ai micro blogger) o è molto autorevole nella propria nicchia o dove provare quello che scrive tramite foto, filmati e audio.
Riprendendo il discorso dei link da non mettere, non vanno messi per suffragare informazioni che sanno tutti. Umberto Eco nel saggio come si scrive una tesi di laurea dice che non bisogna mettere una citazione quando si parla della scoperta della America da parte di Colombo.
I link però traggono dall’imbarazzo quando si ha il dubbio se spiegare o meno qualcuno o se dire o meno qualcuno.
Premessa: non si scrivono informazioni superflue.
Prendiamo la frase Gualtieri è il sindaco di Roma, la capitale Italia.
Ora, a meno che il testo non si rivolga a degli stranieri o a dei bambini (bambini ai quali interessa chi è il sindaco di Roma…), la specificazione la capitale d’Italia non è solo inutile, ma anche fastidioso.
Tuttavia, i casi non sono sempre così cristallini. Molte volte mi sono chiesto scrivo questa cosa? Chi legge la sa già o è un informazione che gli può essere utile. Naturalmente bisogna pensare al proprio target. Spesso ho risolto mettendo un link.
Un altro errore da non fare è mettere un link al sito di un competitor, anche se lavora in un altro settore. Ammetto di averlo commesso. Il fatto è che quando utilizzo una fonte mi sembra corretto citarla. Anche utile, per dare più autorevolezza al mio testo.
Bisogna andare evitare di mettere dei link a dei siti il cui indirizzo non inizia con https. Questo perché sono considerati meno sicuri. Infatti, i siti il cui indirizzo comincia con https hanno un sistema di crittografia che protegge i nostri dati. In soldoni, gli hacker non possono carpire i nostri dati personali o le informazioni inerenti al nostro conto corrente o alla nostra carta di credito. Infatti, spesso, al posto di https c’è un lucchetto.
Oltretutto, Google interdisce l’accesso ai siti il cui dominio non inizia con https.
Comunque, è un errore che può capitare. Non rovina la vostra reputazione e quella del vostro cliente. Però, i site audit lo segnalano come errore e influisce in modo negativo sullo stato di salute di un sito
Invece, non vi dico di non linkare a siti tossici perché se lo fate è un’azione consapevole e probabilmente non state leggendo questo libro.
I link esterni non servono solo a corroborare un’affermazione. Servono anche a non scrivere.
Ci sono delle situazioni in cui è meglio non scrivere. Quali?
La prima è quando non ci sentiamo abbastanza ferrati su un argomento e magari non abbiamo neanche il tempo di approfondire oppure si tratta di qualcosa di molto tecnico. Meglio far parlare gli esperti.
La seconda è quando un cliente ci chiede un testo molto breve. Diciamo di 300 parole, che secondo Yoast è il minimo. Più avanti vi spiego che cos’è Yoast, anche se molti di voi già lo sanno.
Capitano anche clienti che li vogliono addirittura più brevi.
Oppure, un cliente vuole un testo più lungo di 300 parole ma non vuole divagazioni, vuole che ci atteniamo strettamente all”argomento.
Oppure, siamo noi stessi a voler scrivere un testo breve e senza divagazioni-
Adesso parliamo dei link interni, cioè di quei link che conducono altre pagine o ad altri articoli del nostro sito.
Perché si mettono?
1) Perché i motori di ricerca preferiscono il materiale che li contiene. Quindi, servono ai fini della scalata nella della serp. Lo stesso discorso vale quelli esterni.
2) Alla fine del capitolo precedente, abbiamo visto che non è sempre possibile dilungarsi. In questo caso, se abbiamo già scritto un articolo, possiamo mettere un link che rimandi a esso (Non mi piace usare “esso”, ma a volte devo).
3) Allo stesso modo, chi fa e-commerce può indirizzare il lettore verso la pagina dello shop.
4) Sia chi fa e-commerce sia chi non lo fa deve linkare verso una “utile” (ho messo le virgolette perché tutti gli articoli hanno la loro utilità o almeno così dovrebbe essere). Prendiamo un libero professionista. Non può vendere i servizi direttamente sul sito perché ogni caso ha bisogno di uno studio e quindi non si può fare un prezzo a priori. In compenso, può far atterrare il lettore su una pagina come contatti, chi siamo, recensioni, portfolio, perché scegliere noi. Vale a dire su una pagina che lo aiuti a essere contattato per avere i suoi servizi.
Inoltre, fare un sito di e-commerce non costa poco. Di conseguenza, questo sistema può essere utile anche per chi vende prodotti.
5) I link interni servono anche a risolvere il problema dei contenuti orfani. Che cosa sono i contenuti orfani? Si tratta delle pagine e degli articoli che non ricevono link da altre parti dello stesso sito. Sono degli articoli che sono rimasti isolati.
Infatti, visto che il web è una rete di legami, è sconsigliato lasciare dei contenuti s-connessi. Non è detto che Google e gli altri motori di ricerca non li trovino, ma fanno più fatica. I link interni servono anche a eliminare i contenuti orfani (nel senso che non saranno più orfani) o ridurne il numero.
È normale che qualche contenuto sia orfano, in particolare gli ultimi prodotti. Basta rimediare il prima possibile linkandolo a uno degli articoli successivi o a uno di quelli precedenti. La prima soluzione è preferibile in quanto nel secondo caso bisogna fare una modifica intaccando l’equilibrio del testo.
Attrenzione: è sconsigliato anche avere pagine con pochi collegamenti interni.
Yoast
Quando gli articoli cominciano ad aumentare, diventa difficile tenere sotto controllo in contenuti orfani. Per fortuna, esistono alcuni plug-in che ci aiutano. Tra questi c’è Yoast.
Yoast non serve solo a questo. La maggior parte dei copywriter and company lo conosce molto bene. Lo conosce perché aiuta a capire se sono state rispettate le regole minime della seo e della leggibilità. Riprenderemo il discorso leggibilità nella seconda parte del libro.
Soffermiamoci sulle indicazioni per la seo.
Yoast tiene conto di questi elementi:
Keyword nel primo paragrafo, nel titolo, parola chiave esatta nel titolo e nella parte sinistra del titolo.
Densità della parola chiave.
Distribuzione della parola chiave.
Presenza della parola chiave nei titoletti.
Link interni.
Link esterni.
Parola chiave nella meta descrizione.
Parola chiave mai usata in precedenza
Lunghezza della meta descrizione.
Parola chiave nello slug (nell’URL).
Distribuzione della parola chiave
Lunghezza del title.
Vediamo brevemente ognuno di questi punti.
Keyword nel primo paragrafo.
Dobbiamo precisare che nella seo non esistono errori ma cose che è meglio non fare.
Si può anche non mettere la parola chiave all’inizio dell’articolo ma, come suggerisce Yoast, bisogna essere sicuri che il lettore capisca subito di che cosa stiamo parlando.
Tutto sommato, non ho mai avuto problemi a seguire questo suggerimento perché una delle prime cose che mi hanno insegnato in redazione è stata: bisogna esprimere il concetto nelle prime due righe.
Qualcuno dirà: ma non c’è già il titolo? Sì ma meglio non lesinare da questo punto di vista.
Keyword nel titolo C’è poco da aggiungere.
Keyword esatta nel titolo. Spesso, quando d’imposta una parola chiave, non si mettono le preposizioni. Questo permette di giocare meglio con la keyword nel testo.
Keyword nella parte sinistra del titolo. Secondo alcuni studi, è la parte che il nostro occhio vede prima. È un consiglio che in linea di massima si può seguire. A patto di non scrivere in modo innaturale. Inoltre, mettere la parola chiave in mezzo o addirittura a destra si può anche fare e sicuramente troverete molti esempi sia sul web sia sul cartaceo (titoli di libri e di giornali).
Densità della parola chiave.
È un concetto abbastanza controverso. Il linea generale, sembra una cosa abbastanza superata. Però. Ci torno tra poco. Yoast ci dice se abbiamo usato la parola chiave (almeno) il minimo indispensabile. Ci dice anche se abbiamo esagerato. Anche questo punto è da approfondire. Ma andiamo con ordine.
1 densità della parola chiave. Una volta dicevano che doveva essere compresa tra lo 0.5% e il 2% del testo. Il punto non è tanto che si tratti di un concetto considerato superato (un minimo ci deve essere) ma che non bisogna forzare il testo per inserire la
parola chiave.
È un errore che ho fatto anche io e sono stato redarguito. Oggi si preferisce fare priorità alla soddisfazione degli intenti di ricerca. E non è detto che i motori di ricerca indicizzino i nostri articoli solo in base alla parola chiave che abbiamo impostato. Anzi. Mi è capitato di vedere un mio articolo al primo posto facendo una ricerca che non conteneva la parola chiave che avevo impostato. Un’altra cosa importante è che il testo sia scorrevole e naturale. Alcune keyword si possono mettere tante volte, altre no.
Una parola chiave a coda lunga, cioè composta da più termini, probabilmente sarà più difficile da inserire in un testo e in una percentuale superiore allo 0.5%-1% rispetto a una a coda corta. Come ha detto Giorgio Taverniti, l’importante è metterla nel titolo, all’inizio e nei titoletti perché sono le prime cose che guardano i motori di ricerca. Dice anche che è importante avere uno stile riconoscibile e fare contenuti di qualità.
2) Keyword stuffing. Quando si ripete troppe volte la parola chiave. Non piace ai lettori e non piace ai motori di ricerca. Google potrebbe penalizzare la pagina. Infatti, un tempo molti copywriter e blogger ripetevano la keyword più del dovuto proprio per farsi trovare dai motori di ricerca. Che però ora sono meno di sprovveduti. Ma se qualcuno esagera in buona fede, Yoast può aiutarlo.
Distribuzione della parola chiave
In questo caso, Yoast non mi fa quasi mai la faccina verde. Io sottintendo molto i soggetti oppure metto dei sinonimi. Se posso non scrivere una parola perché penso che sia superflua non la scrivo. Inoltre, se alterniamo singolare e plurale, considera solo la keyword come l’abbiamo impostata.
Prima di chiudere questo discorso, devo precisare che i motori di ricerca non vedono il metatag keyword. Lo inseriamo solo per fare un controllo.
La lunghezza del title non dipende solo dal numero di caratteri ma anche dai pixel. Si tiene cioè conto della grandezza fisica dei caratteri e dello spazio che occupano.
UN CONTO È UN TITLE COME QUESTO
e
un conto è un title come questo.
Inoltre, il title non coincide con il titolo dell’articolo (il cui termine tecnico è H1), ma comprende anche elementi come il nome della pagina, il nome della categoria, il nome del sito eccetera. Title e H1 possono anche essere molto diversi l’uno dall’altro. WordPress li fa quasi coincidere, ma è possibile fare delle modifiche al title.
Dobbiamo scrivere una metadescrizione (le 2 righe che trovate sotto al title) di circa 160 caratteri che deve contenere la keyword. Non troppo breve (arancione) e non troppo lunga (errore rosso). Non troppo lunga perché i motori di ricerca le troncano. Anche se una metadescrizione troncata potrebbe incuriosire il lettore e indurlo a cliccare. Parola chiave nella meta descrizione. Va messa una volta, massimo due. Tenete conto che la meta description è lunga al massimo 160 caratteri.
Attenzione: se Google lo reputa opportuno, può presentare ai navigatori una metadescrizione diversa dalla nostra e senza la parola chiave scelta da noi. Infatti, può decidere anche che un nostro articolo soddisfa le esigenze del lettore sebbene la sua ricerca non contenga la parola chiave scelta da noi.
Lo slug è l’ultima parte dell’url, che è l’indirizzo esatto della pagina. I motori di ricerca preferiscono quelli che contengono la keyword perché sono più intellegibile. Per lo stesso motivo preferiscono gli URL e gli slug parlanti, ossia quelli formati da parole di senso compiuto, rispetto agli slug e a agli URL parametrici i, ossia quelli che contengono una serie casuale di lettere, numeri e segni d”interpunzione. Anche gli umani li preferiscono. Perché rendono più facile capire di che cosa parla l”articolo. E perché sono più facili da memorizzare.
Link interni e Link esterni. Ne ho parlato prima.
Parola chiave mai utilizzata prima
Se indicizziamo due articoli con la stessa keyword, Yoast ce lo segnala con una faccina gialla. Se lo facciamo con tre, ce lo segnala con una faccina rossa.
Il problema è la cannibalizzazione delle parole chiave. Due articoli impostati con la stessa keyword possono confondere i motori di ricerca e questo comporta il rischio che uno dei due non arrivi molto in alto nella serp. Nel caso peggiore, tutti e due (o tre). Inloltre, enttambi potrebbero ricevere dei backlink, cioè dei link da altri siti. Siccome e un fattore di ranking, meglio un articolo che riceve dieci link rispetto a due che ne ricevono 5.
Problema nel problema: a Yoast basta che aggiungiamo o togliamo una preposizione o un articolo o che mettiamo il singolare o viceversa ed è contento. Ma Google non sempre si accontenta di queste microvariazoni. Anche perché quando facciamo una ricerca ci restituisce i risultati sia per il singolare sia per il plurale. Non solo: ormai capisce i sinonimi. Proprio oggi (9 novembre 2022) ho cercato ‘mobiletti blindati” e mi sono usciti degli articoli sugli armadi blindati.
La cannibalizzazione delle parole chiave si ha anche quando due o più articoli soddisfano le stesso intento di ricerca. Viceversa, può non esserci anche se la keyword è la stessa.
FORMA
Leggo e sento da molte parti che è meglio non utilizzare le subordinate perché rendono difficoltosa la comprensione del testo. Inoltre, ormai si utilizzano sempre di più le coordinate. Pertanto, anche i copywriter dovrebbero adeguarsi a questa tendenza.
Mi permetto di non essere d’accordo. Partiamo dal secondo punto. I copywriter (e i professionisti della scrittura in generale) non devono contribuire all’impoverimento della lingua. Al contrario, devono preservarne la ricchezza espressiva e difenderla dagli errori.
Ora, sono il primo a sostenere che quando si scrive occorra adattare il lessico al contesto e al target. Se riproduco un dialogo, non posso utilizzare espressione che nessuno adopera. Anche se la conversazione si svolge tra due persone molto colte, certe espressioni non vengono usate. Allo stesso modo, si deve tener conto di chi parla, di che cosa si parla e del tipo di contesto (formale o informale).
Contesto
Allo stesso modo, un conto è un testo che riproduce il linguaggio parlato e un conto è un testo che si attesta su un linguaggio scritto. Anche nel secondo caso, è bene non utilizzare espressioni innaturali. In entrambi i casi, bisogna chiedersi: se io sentissi qualcuno parlare così, come mi sembrerebbe? Va da sé che nel caso dell’utilizzo del linguaggio scritto (con eventualmente un uso di termini aulici e un registro alto) il termine di riferimento sono eventi culturali come le presentazioni. Ancora meglio sarebbe valutare la scorrevolezza e la naturalezza di un testo fingendo che sia stato scritto da un’altra persona. Dobbiamo considerare anche il target.
Oltre al target, dobbiamo considerare anche la predisposizione. Dobbiamo immaginare lo stato d’animo con cui una persona si approccerà al nostro testo. In una puntata de Il tech delle cinque hanno ricordato che il nostro atteggiamento nei confronti di un video su Tik tok è molto diverso rispetto a quando lo facciamo su YouTube. Nel primo caso ci attendiamo video brevissimi (30 secondi) mentre nel secondo siamo disposti a guardare video molto lunghi (anche di ore). Come si applica questo ai testi? In fondo, questo è un libro che parla di scrittura e quindi anche di lettura?
Semplicemente, non ci approcciamo a un romanzo nello stesso modo in cui ci approcciamo a saggio. Non ci approcciamo a un articolo di cronaca nello stesso modo in cui ci approcciamo a un elzeviro. Anche all’interno della stessa tipologia di testo possiamo avere approcci differenti. Una cosa è leggere un saggio di tipo divulgativo e una cosa è leggere un testo per addetti ai lavori.
Se preferite in un altro esempio (magari pensate che gli esperti leggano solo testi del secondo tipo), non leggiamo un giallo di Agatha Christie come ne leggiamo uno di Jussie Adler Olsen. Allo stesso modo, non guardiamo i polizieschi europei, soprattutto quelli tedeschi, nello stesso modo in cui guardiamo Csi o Criminali Mind. Questo è dovuto principalmente al fatto che abbiamo delle aspettative diverse.
Pertanto, quando impostiamo un articolo, dobbiamo considerare tutti questi elementi. Tuttavia, chiunque è in grado di comprendere un periodo con una principale e qualche subordinata.
Ecco perché all’inizio ho scritto «Leggo e sento da molte parti che è meglio non utilizzare le subordinate perché rendono difficoltosa la comprensione del testo». Inoltre, ormai si utilizzano sempre di più le coordinate. L’ho fatto per dire che non sono d’accordo. Del resto, queste frasi contengono delle subordinate. Avete fatto fatica a comprenderle?
Qualcuno dirà: ma chi legge questo libro probabilmente ha una cultura medio-alta. Bisogna considerare l’italiano medio, le persone con una scolarizzazione media. Non per questo libro ma per cose che leggono un po’ tutti. Va bene, andate da chi volete voi e fategliele la leggere. Oppure, pensate voi a un periodo (inteso come struttura di frasi). Se la persona non conosce il significato di subordinata, spiegateglielo con parole vostre. Però, in un video Alfonso Cannavacciuolo fa notare che solo 1 persona su 3 capisce la frase il gatto miagola perché ha fame.
A questo punto faccio due considerazioni.
La prima è che sento spesso persone iniziare un periodo con Siccome o con visto che. Quindi con una causale. Quindi con un subordinata.
Apro una parentesi sulle causali. Spesso, secondo me, sono i veri pilastri dei periodi.
Prendiamo questa frase: poiché non ci sono più mezzi ed è tardi chiamo un taxi. Il fulcro del discorso è che sono solo di notte e non so come andare a casa. Chiamare il taxi è solo una conseguenza.
Io lo scriverei anche così
Non ci sono più mezzi perché è tardi. Pertanto, chiamo un taxi per tornare a casa.
La seconda è che neanche a me piacciono le frasi con troppe subordinate. Ma un minimo ci stanno
Modi
Adesso parlo un po’ del congiuntivo. C’è chi lo disapprova, chi non lo utilizza anche quando dovrebbe e chi lo mette anche dove non andrebbe. Ad esempio, alcuni esperti dicono di adoperarlo il meno possibile. Come si fa? In alcune costruzioni è imprescindibile. Non si può dire penso che è. Nelle ipotetiche di terzo e quarto grado, l’imperfetto va bene solo colloquialmente o se usiamo l’italiano neostandard. Dall’altra parte ho visto far reggere il congiuntivo al verbo dire e non nella forma impersonale.
Taboo
Noto gli stessi estremismi con le parole straniere. Ci vorrebbe più equilibrio. I principi sono sempre gli stessi: target, contesto, comprensibilità, naturalezza, scorrevolezza, correttezza sintattica e grammaticale.
Ultimamente, c’è un nuovi nemico: gli avverbi in -mente. Bah.
ABC
Il giornalismo è un settore in cui è necessario saper adattare il linguaggio al contesto e al target pur mantenendo correttezza di grammaticale e chiarezza. Chiarezza che insieme alla brevità e all’accuratezza è una delle regole principali del giornalismo. Si chiama proprio regola dell’Abc.
Di che cosa si tratta?
Accuratezza
Accuratezza significa verificare le fonti, utilizzare solo quelle attendibili, dare una notizia solo quando si è sicuri, non diffondere fake news, non fare clickbaiting, non utilizzare un linguaggio che possa fomentare odio e intolleranze, essere precisi, rispettare le persone, valutare se dire una cosa oppure no.
Io ho sempre seguito un principio: piuttosto che dare un’informazione errata, non la do.
Secondo me l’accuratezza si vede anche dai dettagli. Ad esempio, una volta mi sono indignato perché avevo letto che Mourinho è spagnolo.
Voi direte: t’indigni per così poco? Il fatto non è la cosa in sé (non è quasi mai la cosa in sé): ci ho visto una mancanza di rispetto nei confronti del Portogallo, come se fosse una propaggine della Spagna.
Per lo stesso motivo, mi arrabbio quando di un belga si dice che è francese. Questa leggo caipirinha con la tilde invece di caipirinha. Una volta, un commentatore televisivo benché gli avessero appena spiegato la pronuncia esatta di un giocatore olandese ha preferito continuare a dirlo in modo errato, alla tedesca.
Però, in questo caso posso capire: quando si ha a che fare con una parola straniera, secondo avviene qualcosa di simile all’imprinting. Cioè tendiamo a continuare a pronunciarla in modo errato (se l”abbiamo imparata in modo errato) anche quando impariamo il modo corretto di dirla. A me capita con Kluivert: anche se ho imparato la pronuncia corretta, tendo a sbagliarla. Ma nel caso del giocatore olandese ci ho visto una sorta di negligenza che potremmo tradurre così: l’olandese è una lingua minore, pertanto tanto vale pronunciare il nome alla tedesca perché il nederlandese è un tedesco di serie b”. E lo stesso vale per il rapporto portoghese-spagnolo. Nederlandese è un sinonimo di olandese. Come neerlandese.
Io capisco che non possiamo sapere tutte le lingue ma sbagliare deliberatamente!
La questione delle lingue minori da approfondire. Non penso che esistano. Tutte hanno la stessa dignità. L’estinzione di molti idiomi è dovuta anche a questo. Anche la parola dialetto è discriminante. In molti conoscono la massima una lingua è un dialetto con esercito e marina. Dal punto di vista giuridico, una lingua esiste se c’è una legge che la definisce come tale.
Tuttavia, penso che molta gente usi dialetti nel senso di lingue diverse da quelle nazionali in buona fede. Anche chi ha la consapevolezza che non c’è differenza parlando normalmente non può dire sempre “lingue locali’. Insomma, vediamo dialetto come sinonimo. Eppure, a questa idea di lingua minore dobbiamo dei capolavori come L’analfabeta e Trilogia della città di K. di Agotha Kristof.
Lei, ungherese rifugiata in Svizzera dopo i fatti del ’56, scelse di scrivere in francese perché riteneva che la sua non fosse una lingua importante come il francese e perché non riteneva di essere una scrittrice così grande da poter utilizzare una lingua minore. Mi permetto di dissentire su entrambi i punti. Soprattutto sul secondo.
E naturalmente la correttezza grammaticale e lessicale, la scelta del tono di voce e la scorrevolezza e la naturalezza del testo.
Brevità
No, non vuol dire che il testo debba essere breve. Significa che non dobbiamo sprecare le parole, fare delle circonlocuzioni inutili. Carducci diceva “chi dice con venti parole quello che si può dire in dieci è capace di qualsiasi nefandezza”.
Noi professionisti della scrittura (sebbene non tutti) siamo un po’ fissati con il non sprecare le parole e cerchiamo di usarne il meno possibile. Il fatto è che le reputiamo preziosissime. Inoltre, sappiamo che un testo prolisso rischia di annoiare i lettori. Ora, non è così semplice. Infatti, a volte è necessario utilizzare venti parole invece di dieci.
- Lo impongono lo stile e il tono di voce.
- Qualche parola in più migliora il ritmo e la fluidità.
- Se scrivere più parole aiuta a capire meglio il contenuto. Anche il sito di Yoast dice qualcosa di simile.
- Dobbiamo raggiungere un numero minimo di parole perché così vuole il committente ma non abbiamo molto da scrivere.
- Siamo al di sotto quota 300, che è il numero minimo secondo Yoast. Infatti, se ne scriviamo meno c’è il rischio che i motori di ricerca non indicizzino il testo.
Questo è un problema che riguarda chi scrive articoli per siti e blog. Quello dell’indicizzazione intendo. Invece, quello del limite minimo di parole riguarda anche altri soggetti che scrivono. Ad esempio, chi produce testi per i giornali cartacei. O gli scrittori. Partiamo dal secondo caso. Qualora scriviate un libro, è molto probabile che la casa editrice vi chieda un numero minimo di cartelle e quindi di caratteri. Vi ricordo che i caratteri (o battute) comprendono le lettere, i numeri, gli spazi, i simboli e i segni di punteggiatura. Invece, quando si scrive per la carta stampata non è tanto una questione di numero di caratteri quanto una questione di spazio: bisogna arrivare fino all’ultima riga e all’ultima riga è preferibile arrivare almeno poco oltre la metà. In questo secondo caso è più che altro una questione grafico-estetica.La scrittura e la grafica hanno un legame molto stretto.
E se non c’è più niente da scrivere, bisogna trovare il modo di allungare il testo. O il brodo, come si dice in gergo. Lo si fa in due modi (che si utilizzano anche per i testi online): o aggiungendo dei contenuti o aggiungendo delle parole o qua e là. Il primo, almeno per quello che mi riguarda, è meno faticoso. Ho più difficoltà a ritoccare le frasi che a modificare le frasi in questo modo. Per due motivi. Uno è che difficile capire quando si è in dirittura d’arrivo, bisogna andare sempre a guardare il conteggio parole. L’altro motivo è quello che più mi tocca da vicino.
Quando scrivo un periodo, peso le parole e cerco un armonia interna. Penso che molti altri professionisti della scrittura facciano come me. Inoltre, abbiamo visto che un testo in cui ci sono molte frasi (in percentuale) con più di venti parole non è particolarmente per il web. E anche sul cartaceo la lettura non sarebbe molto agevole. Pertanto, a mio avviso, la soluzione migliore è aggiungere del contenuto. Solo che anche in questo caso i problemi non mancano. Innanzitutto, non sempre abbiamo il tempo necessario per poterlo fare. I giornali cartacei hanno un orario di chiusura. Significa che c’è un termine massimo entro cui tutto il materiale digitale deve essere pronto per la stampa.
Addirittura, ci possono essere più chiusure nell’arco della stessa giornata. Ad esempio la 5 deve essere pronta per le 19 e la 23 per le 15. Naturalmente, se ci si accorge di un errore grave, si possono riaprire. L’ultima pagina che viene chiusa è la prima, di solito. È talmente facile intuire le cause di questa scelta diffusa che è superfluo esporle. Ma anche se scriviamo per il web abbiamo così tanto tempo.
Certo, se ci sappiamo gestire i ritmi sono meno serrati. Ma può arrivare quel momento in cui un blogger o un seo copywriter si rende conto che gli manca tanto da scrivere e, non avendo più niente da dire, deve cercare argomenti nuovi. Ma la la ricerca, la rielaborazione e la produzione testuale portano via tempo. Sia quando siamo alle prese con un testo per il digitale sia quando siamo alle prese con un testo per il cartaceo. Inoltre, anche se decidiamo di fare un copia e incolla dobbiamo scegliere bene da dove prendere il testo da incollare.
Una soluzione alternativa consiste nell’aggiungere cose che già conosciamo. Peccato che non sempre ci vengano in mente informazioni utili, interessanti e pertinenti. Inoltre, il committente ci può imporre di attenerci strettamente all’argomento dell’articolo.
In un racconto, La scrittura del dio, Borges ha scritto che ogni parola ha in sé l’infinito.
Allo stesso modo, ogni argomento si collega ad altri argomenti, che si collegano ad altri argomenti.
Infine, ci sono i libri. In teoria, non ci dovrebbero essere problemi di tempo perché uno invia il manoscritto quando è pronto. La lunghezza richiesta è, in genere, di almeno 200.000-220.000 caratteri spazi inclusi. Pertanto, bisogna arrivare a quella quota e magari la storia in sé si esaurisce con meno battute. Per fortuna ci sono le sotto storie e le divagazioni.
A questo proposito Kundera ne Il Sipario ha scritto che l”essenza del romanzo è proprio il fatto che oltre alla story l’autore faccia delle digressioni che interrompono la continuità della trama. Oggi molti esperti di narratologia aborrono le divagazioni.
Come Ágota Kristóf, anche Kundera ha scritto in un idioma diverso dalla propria lingua madre: è ceco e ha scritto in francese. Però solo da un certo punto in avanti (La lentezza, 1995). Invece, l’autrice di Trilogia della Città di K- non ha prodotto niente in ungherese. Ma questo libro è un capolavoro. Grazie a lei ho capito l’importanza della differenza tra scrittura soggettiva e scrittura oggettiva. Scrittura soggettiva: il capitano è generoso. Scrittura oggettiva: il capitano ci fa dei regali (con altri potrebbe non essere generoso).
Nihil nimis, nulla di troppo, dice un proverbio latino. Ma bisogna capire qual è questo “di troppo”.
Rimangono da dire tre cose, delle quali due sono collegate.
1) In Rete, si trovano testi molto più brevi di 300 parole posizionati bene nelle serp (la lista dei siti che viene presentata dai motori di ricerca quando si cerca qualcosa). Ci riescono perché soddisfano l’intento di ricerca.
2) Se lo soddisfano è perché probabilmente i loro contenuti sono accurati ed esaustivi. Giorgio Taverniti direbbe “pertinenti”. Insomma, di qualità. Tuttavia, è anche vero che in alcuni casi si trovano ai primi posti pagine in cui ci sono solo liste di prodotti con una descrizione molto breve (per la descrizione dei prodotti il limite minimo secondo Yoast è di 250 parole ctr). Questo avviene perché secondo il motore di ricerca quella lista asettica dà all’utente le risposte che cercava.
Da una parte, non c’è nessun legame tra qualità e lunghezza. Né in positivo né in negativo. Dall’altra, un testo corposo può trattare più sotto-argomenti e quindi rispondere a più domande e (nel caso sia sul web) soddisfare più intenti di ricerca.
3) Idealmente, un professionista della scrittura deve saper fare sia i testi molto corti sia quelli molto lunghi. Poi, come nell’atletica, ognuno ha la specialità o specialità in cui rende meglio. E altre in cui è un po’ più carente. Sarà un caso che in molte redazioni ci sia la figura del titolista, che non è chi ha scritto l’articolo?
Nella mia esperienza redazionale, ho scritto anche dei titoli, anche ai miei articoli. Tuttavia, mi trovo più a mio agio con articoli di almeno 500 parole. Spesso, anche lunghi tre volte tanto.
Chiarezza
Non mi ci soffermo tanto. A meno che non scriviate enigmi, testi occulti o per iniziati o messaggi in codice, dovete essere chiari. Meglio ancora se siete anche esaustivi.
Tuttavia, anche in questo caso c’è qualche osservazione da fare. Innanzitutto, chiaro per chi? Per il numero più alto possibile di persone, mi si risponderà. Premettiamo che la chiarezza riguarda tre fattori: struttura della frase, lessico e contenuto.
La struttura della frase delle permetterne facilmente la comprensione. Pur sostenendo l’idea che occorra usare le subordinate, non mi piacciono i testi in cui bisogna andare a cercare la principale o il soggetto.
Struttura delle frasi
In teoria, l’ideale sarebbe scrivere periodi in cui all’inizio c’è la principale e frasi in cui all’inizio c’è il soggetto e poi il verbo. O in cui all’inizio c’è il verbo, visto che, come sappiamo, in italiano il soggetto si può omettere. In altre lingue, tra cui il francese, l’inglese e il neerlandese, non si può. In portoghese sì. Una volta ho provato a scrivere così e sapete che cosa è successo? Che ho interrotto ben presto questo esperimento perché molti periodi mi sembravano innaturali e non mi veniva spontaneo scrivere in quel modo. Il motivo lo si può immaginare: in italiano, spesso mettiamo prima il complemento, mettiamo due accusativi (questa cosa l’ho fatta) eccetera. Basta che ci ascoltiamo e che ascoltiamo gli altri.
È vero, è un fenomeno che riguarda soprattutto la lingua parlata: quella scritta tende a utilizzare lo schema svo. Tuttavia, può capitare di trovarne alcune che seguono altre strutture. In alcuni casi, uno schema sv(o) ci suonerebbe proprio strano. Il primo esempio che mi viene in mente è “Mancano cinque minuti alla fine delle partita”. Quindi, prima c’è il verbo e poi il soggetto. Provate a usare lo schema sv. Come vi sembra? Oppure, si può mettere il soggetto dopo il verbo per questioni di enfasi.
Forma passiva
Nello scritto è raro imbattersi nel doppio completo oggetto all’inizio ( o dislocazione a sinistra) —>questo l’ho fatto io. Al suo posto si trova frequentemente la forma passiva o la forma nello schema classico svo. Forma con due complementi con
Tra l’altro, in molti demonizzano la forma passiva. Ma in italiano si usa abbastanza spesso. Chi dice che non va usata fa esempi abbastanza tirati come “la carne è stata mangiata da me”. Nessuno parla così. Invece, attingiamo dalla realtà. Il Decameron è stato scritto da Boccaccio, il Belgio è stato invaso dalla Germania, il primo gol è stato segnato da Bacca, Genoveffa è stata licenziata e così via.
Tra l’altro, Yoast ci concede un 10% di frasi passive e riconosce che questa forma è utile quando non si conosce il soggetto o quando questo è irrilevante. Aggiungo: quando non ci vuole prendere delle responsabilità. Un conto è dire: “abbiamo/ho deciso di…” e un conto è dire: “è stato deciso di/che…”.
Consiglio di Yoast
Nella forma passiva, l’attore e il ricevente sono invertiti.
Non c’è un attore identificabile qui, né lui o lei sarebbe rilevante. Dopo tutto, stiamo parlando di un’azione generale qui, non di una specifica. Qualsiasi frase attiva alternativa sarebbe meno chiara e concisa della frase passiva che ho scritto, quindi è la migliore opzione disponibile.
In alternativa, potresti voler usare una frase passiva per concentrarti sul ricevente. Questo funziona quando l’oggetto è più centrale per l’argomento rispetto all’attore: JF Kennedy fu ucciso nel 1963 a Dallas, in Texas, da Lee Harvey Oswald.
Ciò significa che non siamo qui per dirti di evitare la forma passiva come la peste. Se è meglio dell’alternativa attiva, usala pure! Le regole sullo stile non sono quasi mai scolpite nella pietra, quindi non seguire la regola troppo rigorosamente. Fai ciò che ti sembra giusto e che rende il tuo testo scorrevole. Un massimo del 10% è generalmente sufficiente.
Ultima considerazione: ripeto che la forma passiva ci permette di enfatizzare un elemento senza ricorrere al dislocamento a sinistra e nel dislocamento a sinistra spesso, soprattutto nel parlato, ciò che si vuole evidenziare diventa un complemento di termine.
Chiarezza del lessico
Chiediamoci se il nostro lettore tipo conosca quel termine. Se la risposta è no, abbiamo tre possibilità. La prima è utilizzarne un altro. La seconda è spiegarlo. La terza è mettere un link a un sito che ne spiega il significato (se si tratta di un testo online). Oddio, ci sarebbe anche una quarta possibilità: che il lettore in questione si cerchi le parole che non conosce.
Certo, non devono essere troppe. Io l’ho sempre fatto. Oppure, cerco di capirle dal contesto.
Sarebbe anche deleterio spiegare a qualcuno qualcosa che sa. A meno che il testo non abbia uno scopo enciclopedico o didascalico. Come, per esempio, Wikipedia o la Treccani. Alle elementari facevo le ricerche utilizzando ‘L’Universo”.
IPERTESTI
A ripensarci oggi, con i suoi rimandi ad altre voci, possiamo dire che utilizzava il principio dell’ipertesto. Anche Paolo d’Alessandro, docente di Filosofia Teoretica alla Statale di Milano, ha fatto notare come troviamo l’idea di ipertesto anche fuori dal web e dal digitale. Qualsiasi libro con le note si comporta come un ipertesto perché ci indirizza verso una parte che è diversa da quella che stiamo leggendo o verso altri libri.
Come lo sono i libri game. Come lo è ogni libro in cui c’è un rimando ad altri libri.
Questo avviene anche nella musica. La canzone degli Offlaga Disco Pax Piccola storia ultras cita un coro degli ultras della Reggiana che sua volta era un rifacimento del brano Morti di Reggio Emilia (il cui testo cita Bandiera Rossa e Fischia il vento).
Ho fatto l’esame di terza media alla fine degli anni ottanta. L’insegnante di italiano, Antonio Pasquinelli di Parma, ci disse di creare delle connessioni tra una materia e l’altro e di scegliere gli argomenti anche in base a questo principio. Forse è anche per tutti motivi e per l’esperienza in redazione (per via dell’abitudine a verificare le fonti e la veridicità delle notizie) che mi sono trovato subito bene con il concetto di link e con il loro. Inoltre, quando Internet si è diffusa ero all’Università. Il lavoro in redazione mi ha anche aiutato nella costruzione dei testi in seo perché la struttura è abbastanza simile.
QUALCHE SPUNTO
Importanza dell’incipit.
- Regola della piramide rovesciata.
- Spezzare l’articolo con dei titoletti. soprattutto se è lungo.
- Importanza della chiusura.
- Spezzare l’articolo di un giornale cartaceo è utile soprattutto ai lettori. Spezzare l’articolo di un blog o la pagina di un sito è utile sia ai lettori sia ai motori di ricerca. Infatti, grazie ai titoletti entrambi riescono a comprendere contenuto. Da un punto di vista seo, questo aiuta a far indicizzare l’articolo o la pagina.
- Invece, la piramide rovesciata consiste in quanto segue: all’inizio si scrive di che cosa si parla e poi si sviluppa l’argomento con spiegazioni, considerazioni, analogie e così via.
- Naturalmente, sia l’uno sia l’altro devono seguire la regola dell’abc. Sembra che stia per entrare in un loop ma in realtà è vero che un articolo chiaro deve essere accurato e breve.
Riprendo un attimo il tema delle fonti e dei rimandi per ricordare che qualora non troviamo qualcosa su Internet ma della cui esistenza siamo sicuri possiamo citare il riferimento bibliografico.
Infine, c’è la chiarezza dei contenuti. Tenendo conto del target e del fine. Da una parte dobbiamo tenere conto del pubblico cui ci rivolgiamo: è abbastanza irritante quando qualcuno ci spiega qualcosa che sappiamo già. Dall’altra, alcune produzioni possono permettersi di dirci quello che sappiamo già. Per esempio le enciclopedie. O i giornali. Inoltre, teniamo conto di una cosa: spesso si legge un testo non per conoscere qualcosa ma per corroborare la nostra posizione o per confutarne una con cui siamo in disaccordo. Forse questo lo sapete già e allora vi autorizzo a irritarvi con me.
A proposito di contenuti, oltre alla keyword principale, è bene inserire delle parole chiave correlate.
BOLD
Ho dedicato un articolo alla leggibilità, intesa come facilità di comprensione, e uno alla punteggiatura. Voglio, invece, scrivere qualche riga alla formattazione del testo. Pur sconsigliando ancora i muri di testo, faccio notare che li fanno anche dei siti autorevoli. Magari con qualche bold qua e là. Secondo me, basta un buon interlinea. Questo non c’entra con la suddivisione in sezioni ossia con l’uso dei titoletti perché questa ha che fare più con l’intelligibilità del testo, sia da parte dei lettori sia da parte dei lettori.
A proposito di bold, ricordo che
1. Vanno usati con parsimonia perché servono a mettere in evidenza le parole importanti. Se tutto è boldato, niente è boldato.
2. Non influenzano la seo. Possono farlo indirettamente perché facilitano la lettura. Ma i fattori di ranking sono talmente tanti (di cui alcuni sconosciuti) che…
3. Sempre per quanto riguarda la seo, c’è pochissima differenza tra <b> e <strong>. Per alcuni, il secondo conferirebbe più importanza semantica alle parola e quindi è utile soprattutto per i motori di ricerca, mentre il primo è pensato soprattutto per i lettori. Tuttavia, nel 2015, Matt Cutts ha detto che per Google non fa differenza. In ogni caso, WordPress propope di default strong.
4. Io preferisco non utilizzarlo perché non voglio influenzare il lettore e perché voglio che legga tutto il testo: per me, ogni elemento è importante per comprendere il senso del testo. Pertanto, ho ponderato tutto.
Chiudo dicendo che non esiste uno stile ideale di scrittura. Tenete conto dei principi espressi in questo articolo, siate autocritici (vi consiglio di ascoltare i vostri testi con Oratlas), rileggete e fate rileggere (possibilmente su carta). Se scrivete con un cms, fate le anteprima. E usate il correttore automatico.
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