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Che cosa fa un business ghost writer?

Un business ghost writer è un copywriter che lavora in modo particolare: ha una clientela di tipo business (o che appartiene al Terzo Settore) e non deve svelare che i testi di un blog aziendale sono stati scritti da lui/lei, cioè da una figura esterna all’azienda.

Un business ghost writer (o business ghostwriter) è un copywriter che lavora in modo particolare: ha una clientela di tipo business (o che appartiene al Terzo Settore o al settore pubblico) e non deve svelare che i testi stati scritti da lui/lei, cioè da una figura esterna all’azienda. Pertanto, il suo lavoro è orientato al marketing.

C’è anche il ghost writer per i privati. Anzi, questa forma è quella più conosciuta. In pratica, uno fa scrivere un testo (di solito, un libro ma anche un brano musicale o una lettera d’amore eccetera) a un altro, lo paga e lo firma. Quindi tutti pensano il merito sia suo

Questo tipo di attività comprende la scrittura di mail e di lettere commerciali, di case histories, di sms e di messaggi WhattApp, di articoli, di libri e di e-book, di testi per per blog e siti, volantini, per dépliant e per brochure, la gestione delle pagine social e l’ideazione di nomi, di claim, di payoff.

Un’altra categoria di ghostwriter crea discorsi per i politici.

In ogni caso, chi fa questa attività deve rispettare la riservatezza e non dire in giro che è lui l’autore (o l’autrice) di quel libro, di quel brano, di quell’articolo e così via. Pertanto, spesso si firma un accordo di non divulgazione. Questa prassi è comune quando si tratta di libri o di case history. Per le altre produzioni è più raro, ma potrebbe capitare.

BUSINESS GHOST WRITER: SCRITTORE OMBRA PER AZIENDE

Potremmo esprimere il concetto in un altro modo.

Come sapete, il copywriter si occupa dei testi aziendali. Ecco, diciamo che il business ghost writer ci aggiunge anche la riservatezza ed è per questo motivo che non firma i pezzi che scrive: lascia che tutta la gloria vada all’azienda. Si fa pagare in euro e non in visibilità. A volte, però, capita che i clienti gli attribuiscano la paternità degli articoli e quindi trovate il suo nome.

Quasi sempre, il copywriter è esterno all’azienda per la quale scrive, ma deve scrivere come se ne facesse parte. Per questo motivo, deve interagire con chi sta usufruendo dei suoi servizi.

Sarebbe meglio che condividesse la politica aziendale ma non è necessario: ogni copywriter che si  rispetti deve saper spaziare tra diversi argomenti e deve saper mettere sé e le proprie idee tra parentesi. Quando scrivevo per un settimanale calcistico, pur essendo milanista, non ho avuto problemi a parlare bene dell’Inter.

Al contrario, auspichiamo che tenga conto delle proprie convinzioni etiche.

DUBBIO SUL GHOST WRITING

E se il ghostwriter non sa niente della materia di cui tratta il sito? Gliene si dà qualche nozione e poi gli si dà modo di approfondire la propria conoscenza sui vari argomenti. Non è necessario che sappia tutto ma solo le cose che gli servono ai fini della produzione del testo.

Qualcuno pensa che occorra avere una conoscenza della materia su cui si scrive. Secondo me, non serve. E anche secondo esperti di marketing come Frank Merenda.

ALCUNI MOTIVI PER RIVOLGERSI A CHI SA SCRIVERE

Ma perché rivolgersi a un ghost writer e, più in generale, a un copywriter o a un content writer? Insomma, perché non dare l’incarico a qualcuno del personale interno?

Perché scrivere non è facile e bisogna farlo fare ai professionisti. Come tutte le cose, del resto.

Avete installato voi i sanitari che ci sono nel vostro bagno o avete chiamato una ditta termoidraulica? E non è la stessa cosa?

Meno male che sempre più persone ammettono di non saper scrivere.

Non è solo una questione di grammatica italiana e di punteggiatura (le padroneggiate bene?), che sono comunque importanti, ma anche di scelta dei vocaboli, di struttura della frase, di disposizione delle parole, di capacità di cambiare registro, di adattare lo stile, il lessico e la formattazione in base contesto, al mezzo utilizzato e al target, di tecnicismi che s’imparano solo con l’esperienza. 

Domande per voi

Sapete fare queste cose? Conoscete strumenti  come il correttore automatico?  Ve la cavate bene con la seo? Se avete qualche dubbio, sapete dove trovare la risposta? Conoscete le tecniche di marketing legate al copywriting? All’interno del vostro organico c’è qualcuno capace di scrivere bene e in modo persuasivo?

Avete tempo di preparare e di produrre dei contenuti (preferibilmente abbastanza lunghi)? Un testo deve essere scorrevole e gradevole per il lettore. I vostri lo sono? E arricchiscono il bagaglio culturale di chi legge? Sanno dare risposte soddisfacenti a una o più domande?

Se avete risposto no alla maggior parte delle domande, avete risposto anche alla domanda: Perché le aziende dovrebbero affidarsi a un business ghost writer?

Che cosa posso fare per voi? Il vostro business ghost writer (o ghost blogger)

Io mi occupo di business ghostwriting. Produco soprattutto contenuti per i blog aziendali. Li scrivo in modo seo oriented, a meno che non mi dicano di non farlo o di non essere interessati all’ottimizzazione.  Qualcuno mi definirebbe un ghost blogger.

Ma potete rivolgervi a me anche per

  • saggi;
  • articoli per riviste aziendali;
  • biografie e autobiografie;
  • sms marketing;
  • newsletter;
  • testi per brochure e dépliant;
  • didascalie per Istagram.

Scrivo anche testi di narrativa, sempre con lo scopo di far aumentare la brand reputation dei miei clienti. E di conseguenza il loro fatturato.

Mi rivolgo ad aziende (pmi), liberi professionisti, commercianti e piccole partite iva in genera. Ma anche a chi vuole promuovere un territorio.


Se avete aperto questo articolo, significa che ho lavorato abbastanza bene in termini di seo e che qualcosa vi ha spinto a cliccare.

Se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

Se volete usufruire dei miei servizi di business ghostwriting, mandate una mail a scrivereperglialtri@gmail.com

Vivere Cologno, il mio quotidiano online

A settembre ho avviato un progetto in franchising: ho aperto un giornale on line che si chiama Vivere Cologno.

IL PROGETTO VIVERE COLOGNO

Fa parte di un network di quotidiani che si chiama, appunto, Vivere. È  nato nel 2003. La casa madre è nelle Marche.  L’idea è creare un giornale per ogni comune italiano. E non solo: alcuni quotidiani di Vivere sono in Svizzera.

In un certo senso, ritorno alle mie origini: come ho già scritto su questo sito,  sono iscritto all’Albo dei pubblicisti della Lombardia.  Dal 21 giugno 2007, per l’esattezza.

Torno alle origini anche e soprattutto perché ho fatto anni di esperienza nella redazione di un settimanale che si occupa di sport locale. E ho scritto anche per testate locali cercando di dare visibilità a quello che trovavo di interessante sul territorio.

Ho avviato una partnership con un radio che ha la sede principale proprio a Cologno Monzese, DeejayFox Radio. Scrivo delle breaking news tratte dagli articoli che pubblico su Vivere Cologno. Lo faccio tre volte a srttimana.

Nel pezzo con cui ho lanciato questa collaborazione ho cercato di spiegare la peculiarità del giornalismo che si occupa delle notizie del territorio.

Parlo di tante cose: politica, eventi, cronaca, spettacoli, sport. Un po’ trovo io le notizie e un po’ mi arrivano dai comunicati stampa.

L’approccio seo mi sta aiutando. Per approccio seo intendo la volontà di approfondire e di anticipare le domande dei lettori. Inoltre, cerco sempre di collegare ogni articolo ad almeno un altro che ho già scritto.

Anche come lettore ho sempre apprezzato i giornali locali. Non solo quelli dedicati ai comuni o a gruppi di comuni, ma anche quelli che parlano di ciò che avviene nei municipi di Milano o, addirittura, nei quartieri.

Mi piacerebbe che mi leggeste anche di là e, se avete un’attività commerciale, che Vivere Cologno diventasse per voi anche un partner economico.

 

Debunking, l’importanza del linmguaggio

Probabilmente, il primo  debunking della storia è stato fatto da  Lorenzo Valla, un filologo del quindicesimo secolo. Analizzando il linguaggio, scoprì che la Donazione di Costantino era falsa perché conteneva termini che nel quarto secolo non si utilizzavano.

Che cos’è la Donazione di Costantino? Una sorta di testamento con cui l’imperatore avrebbe lasciato alla Chiesa i territori in cui sorgeva lo Stato Pontificio.

ALTRI CASI DI DEBUNKING

Negli anni ’50 del Novecento, un monaco, padre Pellegrino Ernetti, laureato in fisica quantistica, disse di aver inventato una macchina che, successivamente, qualcuno ribattezzò  cronovisore. Una sorta di televisore capace di sintonizzarsi sul passato, basato sui principi della teoria della relatività e della conservazione dell’energia.

Stando alle sue affermazioni, Ernetti  sarebbe andato a vedere (tra le varie cose) una rappresentazione teatrale del Tieste, un’opera di Ennio che ci è giunta incompleta. Non si sarebbe limitato ad assistervi ma avrebbe trascritto le parti mancanti. Peccato che, secondo un’esperta di letteratura latina, Katherine Owen Eldred, la sua trascrizione contenga dei termini che a quei tempi non erano in uso. Inoltre, Ernetti non ha mai fatto vedere a nessuno il cronovisore e l’unica prova che ha fornito si è rivelata fallace. Ne ho parlato in 1709.

In entrambi i casi, un’analisi linguistica è stata utile.

Il debunking non riguarda solo i massimi sistemi: in una conferenza alla quale ho assistito anni fa nell’ambito della formazione continua dei giornalisti, spiegarono che per capire se una mail sospetta l’ha mandata  titolare dell’account o un’altra persona persona gli inquirenti considerano il suo stile comunicativo nel complesso. Compresi i dettagli.

IMMAGINI

Questo accedeva prima del covid. Invece, durante un lockdown vidi la foto di una manifestazione di protesta contro le misure restrittive che secondo la didascalia avrebbero fatto a Firenze e con la benedizione delle Forze dell’Ordine. Peccato che si intravedesse l’insegna della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano: quasi sicuramente, quella foto era stata scattata nel corso di una commemorazione della Strage di piazza Fontana.

Come possiamo notare, è importante stare attenti ai dettagli.

DEBUNKING  VS PHISING

Questo ci può aiutare anche a non diventare vittime del phishing, ma anche di truffe più recenti come quelle fatte da chi clona la voce e l’immagine di qualcuno con l’intelligenza artificiale (i deep fake).

https://www.youtube.com/watch?v=YZmwQKugSik&t=2s

 


Se volete che scriva per voi, contattatemi.

Leggenda modificata

NB Il testo non è scritto in seo


Tra la Cà longa e via Poliziano, alzando lo sguardo, si possono ammirare delle teste di moro adagiate su unaterrazza. Queste però non sono come tutte le altre. Infatti, tra loro c’è l’originale, venuta a Milano da chissà quanto tempo, ma ormai in grado di esprimersi in dialetto meneghino, seppur con qualche inflessione. Con qualche accorgimento, questa testa indossa un corpo meccanico e scende in strada, naturalmente senza basilico, anche se a volte qualche foglia rimane. Tutti lo potrebbero prendere per uno straniero fedele alle proprie tradizioni o magari solo un po’ eccentrico. Ama le brioche nere della Panetteria Dell’Olio perché gli ricordano la spiegazione di un altro prestinaio riguardo alla dicitura “pane di lusso”, cioè il pane bianco, un lusso in tempo di guerra, quando si era costretti a mangiare quello nero. Va anche all’Erbolario, dove compra essenze e caramelle che gli ricordano la fanciulla siciliana che lo amò tanti anni fa e che lo trasformò nel modo in cui è adesso.

Parliamo di podcast

Un podcast è un file audio che viene diffuso online tramite i feed rss, che può essere scaricato e salvato e che può essere ascoltato quando si vuole con un lettore Mp3 o su un device.

Anche gli aggiornamenti vengono fatti con gli RSS.

Può essere uno strumento di inbound marketing. Soprattutto perché è un modo per aumentare l’awareness e la fiducia.

Non è in diretta: richiede un file pre-registrato e finito.

Non è un flusso continuo (come la radio), ma un contenuto parcheggiato su un server, selezionato e avviato dall’ascoltatore.

È “radio on-demand”, con l’utente protagonista della scelta.

E con lo streaming

Per ascoltare un audio in streaming dobbiamo avere una connessione. Per i podcast no perché il file audio è scaricabile

ETIMOLOGIA

Il termine podcast è stato inventato dal giornalista Ben Hammersley, che lo utilizzò in un articolo del The Guardian datato 12 febbraio 2004.
Può indicare sia la puntata singola sia tutta una serie.

Nel 2005 per il New Oxford American è stata la parola dell’anno
Secondo un’etimologia, viene dalla fusione tra iPod e broadcast.

Secondo un’altra, dalla fusione da pod (acronimo di personal on demand) e broadcast. Esiste una versione di questa etimologia che sostiene che pod stia per contenitore.

Il broadcast è un sistema che consente di mandare un file o un messaggio a tutti gli iscritti di un gruppo (ed esclusivamente a loro) con un invio solo.
Nel 2005 il New Oxford American la elesse come parola dell’anno.

QUALCHE CENNO STORICO

I primi podcast appaiono negli Stati Uniti intorno al 2000.

Un momento decisivo si ha nel 2001, quando Adam Curry, ex vj, chiede a Dave Winner, il creatore degli rss, di fare in modo che gli rss supportassero anche i contenuti multimediali e non solo i testi.

Diffidenza

In Europa e in Canada, le radio inizialmente ignorarono o ostacolarono il podcasting, tagliando produzioni sperimentali (documentari, radiodrammi)
Per anni, hanno usato i podcast solo per riproporre i loro programmi in differita, senza creare contenuti originali per gli ascoltatori digitali.

Anche oggi, alcuni podcast non sono altro che interviste classiche che si possono ascoltare sempre.

Nel frattempo, autori indipendenti si sono mossi autonomamente, fuori dai circuiti tradizionali.

Citazione

Sul sito della Luiss leggiamo:

«La storia del Podcasting in Italia Nel Bel paese, il fenomeno del Podcasting si è consolidato in maniera importante nel 2017, con la pubblicazione di “Veleno” ad opera di Pablo Trincia e di Alessia Serafino […] una svolta radicale fu data dalla piattaforma di audiolibri “Audible”, attiva nel paese dal 2015, ma che registrò una crescita esponenziale nell’estate del 2018.

Nel 2016, nacque “Piano P”, piattaforma di podcast giornalistici, fondata da Carlo Annese.

[…] Dal gennaio del 2018, dato l’incremento esponenziale dei contenuti audio, anche quotidiani nazionali come “La Stampa”, decisero di creare dei podcast giornalistici disponibili su Audible»

 

Perché non ascoltate il mio? Si chiama Convergenze Parallele e parla di politica.

 

 

 

 

 

 

Speechwriting, ghostwriting per discorsi politici

Introduco un nuovo servizio ed è quello di speechwriting politico. Anzi, voglio farlo diventare il mio core business insieme alla promozione del territorio.

INTRODUZIONE ALLO SPEECHWRITING

Di che cosa si tratta? In generale, lo speechwriter si occupa di scrittura di discorsi per altre persone.
Pertanto, possiamo considerarlo una sottocategoria di ghostwriter, di scrittore ombra.

Nello specifico, come avrete intuito, lo speechwriter politico si occupa di scrivere discorsi che verranno pronunciati da ministri, sindaci, assessori, presidenti di regione eccetera.

Un discorso di questo tipo deve sembrare scritto dalla persona che lo esporrà. Il testo va armonizzato con chi lo esporrà: dobbiamo entrare in sintonia con lui o con lei.

SPEECHWRITING POLITICO E MARKETING CLASSICO

Non è molto dissimile dal ghostwriter commerciale, che deve scrivere un testo tenendo conto dello stile, del lessico e del tone of voice di un’azienda. O di quando un autore affermato incarica uno scrittore ombra di produrre un libro che poi lui firmerà.

Ma in questo caso lo scopo sarà di carattere politico.

Fine

Approfondiamo il discorso dello scopo. Nel marketing commerciale non è sempre vendere. O, meglio, non è sempre vendere nell’immediato perché possiamo anche voler aumentare la nostra autorevolezza o far conoscere il nostro brand. Allo stesso modo, non tutti i discorsi di un politico sono finalizzati a conquistare nuovi voti.

Per esempio, capita di dover rispondere a un attacco oppure di dover fare un discorso di tipo istituzionale.

Un altro esempio: deve parlare un sindaco che si è appena insediato o questo sindaco parla frequentemente per far vedere le attività della giunta?

Insomma, qual è il messaggio da trasmettere? Qual è il vero fine di questo messaggio?

Pubblico

Continuando con le analogie con il marketing (che servono anche a sottolineare le differenze), per ogni discorso, dobbiamo considerare il target. A chi ci rivolgiamo? Questo principio vale nel marketing commerciale, in politica e anche quando scriviamo un romanzo o un libro non fiction (o un articolo).

Importanza del contesto

Questo fattore mi dà la possibilità di entrare nel quarto punto, che è l’importanza del contesto.

Lo speechwriter deve sapersi adattare alla situazione, anche se scrive sempre per lo stesso cliente. Questo fattore nel ghostwriting commerciale è un po’ meno marcato perché in generale una volta capito come scrivere i testi per un cliente, tenendo conto anche del suo pubblico, che è più o meno sempre lo stesso, non ci saranno spesso grandi variazioni.

Tuttavia, può capitare. Invece, uno speechwriter politico deve considerare il modo di esprimersi del proprio cliente, i contesti e il pubblico al quale si andrà a parlare. Parlare davanti a una platea di operai non è come farlo davanti a una platea di Confindustria e parlare davanti a dei liceali non è come farlo a un pubblico di laureati.

E ancora, il contesto neutro, ostile o amico?

ORIZZONTE TEMPORALE

Inoltre, quando deve essere fatto il discorso? A ridosso delle elezioni o a campagna elettorale effettivamente in corso? (Anche se come dice Marco Venturini siamo sempre in campagna elettorale).
Siamo all’inizio, nel cuore o alla fine della campagna elettorale?

PODCASTING

Una grande differenza sta nel fatto che uno speechwriter scrive testi che verranno letti ad alta voce e quindi ascoltati e non testi che verranno letti a mente e che rimarranno nella forma scritta. In questo caso, uno speechwriter può essere paragonato ha uno scrittore per podcast. Nel senso che entrambi devono tenere conto di questo elemento. Per esempio, dovremmo cercare di evitare gli incisi.

Va detto che rispetto al podcaster un oratore ha il vantaggio di poter utilizzare la mimica e il linguaggio del corpo in generale. Entrambi invece dovranno saper modulare al meglio la voce.

IL MIO SERVIZIO DI SPEECHWRITING PER POLITICI

Propongo un servizio di scrittura discorsi su misura per politici..
Il mio obiettivo è scrivere testi che sembrino usciti dalla voce di chi li pronuncia, coerenti con il suo linguaggio, i suoi valori, il suo ruolo, i suoi obiettivi.

Ogni discorso viene realizzato partendo da:

  • brief iniziale con analisi di tono, obiettivo e pubblico;
  • prima bozza entro 48/72 ore;
  • numero illimitato di revisioni;
  • consegna in formato Word pronto per la lettura a voce
    (con attenzione alla parte espositiva).

Utilità

A chi è utile?

  • A chi non ha tempo per scrivere ogni intervento, ma vuole dire qualcosa di forte e ben strutturato.
  • A chi deve affrontare una campagna elettorale e ha bisogno di costruire una narrazione coerente e memorabile.
  • A chi parla spesso in pubblico (inaugurazioni, convegni, eventi istituzionali) e vuole evitare i soliti discorsi generici.
  • A chi si trova a dover rispondere ad attacchi o situazioni delicate.

Credenziali

Io ho seguito il corso per diventare speechwriter tenuto da Marco Venturini, il più grande esperto di comunicazione politica che c’è in Italia.

 


Per richiedere un preventivo, inviatemi una mail a redazione@scrivereperglialtri.com

I nostri studi: Lucas e Claus e la lingua

Spesso, leggo ai miei studenti un passo del romanzo Trilogia della città di K per rimarcare la differenza tra linguaggio oggettivo e linguaggio soggettivo. Il Capitolo si intitola i nostri studi  (pp 26-27).  Ve lo riporto. Ho mantenuto la punteggiatura e la grafia utilizzate dall’autrice, Agota Kristof (Ágota Kristóf). Ho ripetuto il nome perché ho sia la versione presente sulla versione cartacea, pubblicata dalla Einaudi (la prima. alla quale fanno riferimento le citazioni che ho inserito in questo post), sia quella presente su molti siti.

 


I NOSTRI STUDI

Per decidere se è bene o non bene, abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.

Ad esempio […], è  proibito scrivere  «La Piccola Città è bella», perché la Piccola Città può essere bella per noi e brutta per qualcun altro.

Allo stesso modo, se scriviamo «L’attendente è gentile, non è una verità, perché […] può essere capace di cattiverie che noi ignoriamo. Quindi scriveremo semplicemente «L’attendente ci regala delle coperte».


L’ACQUISTO DELLA CARTA, DEL QUADERNO E DELLE MATITE

Nel capitolo precedente (L’acquisto della carta, del quaderno e delle matite, pp. 24-25]. invece, vediamo un’esempio di contestualizzazione dei registri linguistici, ossia di come conti anche chi pronuncia certe parole e in quale situazione.

I soggetti del dialogo sono il cartolaio e i i gemelli Hans e Claus, i protagonisti del libro. O, almeno, della prima parte, Il grande quaderno. Anche in questo caso, ho cercato di essere il più fedele possibile.


Diciamo:

–  Siamo disposti a effettuare qualche lavoro per lei in cambio di queste cose […].

–  Esclama di nuovo:

–  […] Non ho bisogno di voi. E poi non potete parlare normalmente?

–  Noi parliamo normalmente.

–  Dire alla vostra età «disposti a effettuare», vi sembra normale?

–  Noi parliamo correttamente.

–  Troppo correttamente, sì. Non mi piace per niente il vostro modo di parlare.


La frase «E poi non potete parlare normalmente?» mi ha ricordato l’inizio di Django Unchained, quando uno dei mercanti di schiavi dice due volte al dottor King Schultz: «Parla cristiano!».


Se questo articolo vi  piaciuto, fatemelo sapere.


 

Libri e multimedialità

Possiamo considerare i libri un prodotto multimediale? Se per prodotto multimediale intendiamo qualcosa destinato alla divulgazione di informazioni o notizie e che coinvolga più canali sensoriali allora la risposta è sì.

Naturalmente non tutti i prodotti che stimolano più sensi sono da considerare multimediali: per esempio, un pacco che coinvolge il tatto e la vista non lo è così come un edificio pur coinvolgendo vista udito tatto (e talvolta anche l’olfatto) non veicola un messaggio strutturato in senso comunicativo.

ESEMPI DI LIBRI MULTIMEDIALI

Un libro illustrato invece può esserlo perché unisce testo e immagine per trasmettere contenuti. E ancora di più lo è un eBook che può contenere collegamenti ipertestuali audio video o animazioni. Cliccando su una parola ad esempio si può aprire un link di approfondimento.

Questi libri diventano così non solo prodotti multimediali ma anche interattivi offrendo un’esperienza di lettura più ricca e dinamica.

In un certo senso tutti i libri – così come gli articoli di giornale – sono già ipertestuali. Anche se non possiamo cliccare su una parola o un rimando come facciamo sul web ogni testo scritto fa riferimento a qualcosa che esiste al di fuori di sé: un concetto un evento un’opera. Le note le citazioni i riferimenti bibliografici sono a tutti gli effetti collegamenti manuali ad altri contenuti proprio come gli hyperlink.

Un esempio concreto è il libro-game, dove il lettore viene invitato a saltare da una pagina all’altra in base alle sue scelte. In questo caso si può dire che il libro presenta collegamenti ipertestuali interni cioè rimandi tra parti dello stesso testo che costruiscono un’esperienza narrativa non lineare. Gli eBook uniscono entrambi gli aspetti: possono contenere link interni (come nei libri-game) e link esterni che portano il lettore fuori dal testo su altri contenuti digitali.

IL RUOLO DEL LETTORE

In questo senso la lettura diventa una vera e propria navigazione. Ogni testo porta in sé una struttura potenzialmente ipertestuale anche quando non è digitale. Il riferimento esterno (a un altro testo un’opera un fatto storico) o interno (una nota una citazione un rimando a un’altra pagina) rappresenta una rete di significati anche se non è cliccabile. L’arrivo del digitale e dell’eBook ha solo reso esplicito dinamico e immediato ciò che nella lettura tradizionale era implicito o mentale.

E i libri-game sono perfetti per spiegare questo passaggio. La lettura non lineare è un’esperienza in cui il lettore non segue più un ordine fisso e predeterminato. Infatti, costruisce il proprio percorso attraverso scelte rimandi e collegamenti. È una modalità che si afferma con forza nel mondo digitale ma ha radici anche nella lettura tradizionale come nei libri-game o nei testi con note e apparati critici.

Nel web e nei contenuti multimediali questa struttura diventa esplicita. I link ipertestuali permettono di saltare da un argomento all’altro da un contenuto a un video da una definizione a una fonte.

Il lettore diventa navigatore decide in autonomia cosa esplorare quanto tempo fermarsi quali strade seguire. Questa libertà offre opportunità enormi ma chiede anche nuove competenze: capacità di orientarsi selezionare valutare le fonti. La lettura non è più solo lineare e sequenziale ma reticolare dinamica e personalizzata.

Perché gli MMS sono stati rivoluzionari?

I Multimedia Messaging Service, noti come MMS, sono stati per anni il tipo di messaggio più usate per inviare tramite cellulare contenuti multimediali. foto, video, audio e testi più lunghi. Hanno arricchito parecchio la nostra esperienza di comunicazione. Quando sono nati, non  esistevano ancora WhatsApp, Instagram o Telegram.

Invece,  gli sms permettono solo l’invio di testo (fino a 160 caratteri),

 

I COSTI

Il costo poteva arrivare a 0,30-0,45 euro per ogni messaggio.

Confronto con gli sms

Caratteristica SMS MMS
Contenuto Solo testo (160 caratteri) Multimedia + testo
Costo storico €0.10-0.20/messaggio €0.30-0.50/messaggio
Latenza 1-5 secondi Fino a 1 minuto (per elaborazione)

Confronto tra operatori in Italia

Nel 2015

Operatore Costo MMS (IVA inclusa) Periodo
TIM €0,90 2015
Vodafone €0,99 2015
Wind €0,30 verso Wind, €0,60 verso altri 2015
Tre (H3G) €1,12 2015

Le tariffe di alcuni operatori prima  del 2015

  • TIM (2005–2012): €0,60 all’estero, €0,30-€0,45 in Italia a seconda del piano (fonte: archivio TIM)

  • Vodafone: €0,30 per MMS verso Vodafone, €0,45 verso altri (fonte: Vodafone listini 2008)

  • Wind/3: €0,30 standard, con occasionali offerte a €0,15–0,20

Nota
  • I prezzi dei non includevano il traffico dati: l’MMS passava su rete GPRS/UMTS, ma il costo era a parte, integrato solo nei piani successivi.

  • In alcuni casi, il costo variava se l’MMS superava una certa dimensione (es. oltre 100 KB = sovrapprezzo).

In origine (2002–2008 circa)
  • Ogni MMS si pagava singolarmente, di solito tra €0,30 e €0,45

  • Anche se tecnicamente l’MMS viaggiava su rete dati (GPRS/UMTS), il costo della connessione non era separato, perché:

    • Gli operatori lo consideravano servizio distinto da internet mobile

    • L’MMS passava tramite server MMS dedicati (MMSC), non via browser o app


 Con l’arrivo dei pacchetti flat (2009–2015)

  • Alcuni piani tutto incluso (es. TIM TuttoCompreso, Vodafone Smart) inserivano un numero limitato di MMS gratuiti (es: 50/mese).

  • Tuttavia, molti bundle dati (es. 1 GB al mese) non coprivano gli MMSperché:

    • non venivano conteggiati nel traffico dati dell’utente

    • continuavano ad avere un prezzo a parte, se non inclusi nel piano


In sintesi

Quando dico che «il costo era integrato solo nei piani successivi», intendo che:

  • Alcuni pacchetti li includevano come bonus

  • Ma nella maggior parte dei casi, l’MMS restava un servizio a parte, con prezzo fisso per invio

 

COME FUNZIONANO GLI MMS?

Tecnicamente parlando, sono messaggi basati su un protocollo standardizzato a livello internazionale: lo standard 3GPP TS 23.140 (3rd Generation Partnership Project), utilizzato dai principali operatori mobili. Questo protocollo permette di inviare vari tipi di contenuti:

  1. Immagini nei formati JPEG, PNG, GIF;
  2. Video mei formati MP4 e 3GP;
  3. Audio nei formati MP3 e AMR,
  4. Testi fino a 1600 caratteri.

La dimensione massima è di circa 300 KB, anche se inizialmente, nei primi anni 2000, il limite era di 100 KB. Per capirci: una foto in bassa risoluzione scattata da un cellulare dell’epoca (es. 640×480 pixel) rientrava facilmente nei limiti previsti.

L’architettura tecnica prevede vari passaggi: un messaggio inviato da un cellulare viene prima trasmesso al cosiddetto MMS Center (MMSC) dell’operatore, poi smistato tramite una rete WAP o GPRS/3G, e infine recapitato al destinatario, che lo riceve come notifica o direttamente nella propria casella di messaggi.

Curiosità
Il formato 3GP per video MMS fu sviluppato (negli anni 2000) proprio per ottimizzare l’uso della banda mobile.

Definizione Tecnica

Protocollo standardizzato (3GPP TS 23.140) per l’invio di messaggi multimediali su reti cellulari, con:

  • Contenuti supportati: Immagini (formati JPEG, PNG, GIF), audio (AMR, MP3), video (3GP, MP4), testo (fino a 1600 caratteri).

  • Dimensione massima: 300 KB (originariamente 100 KB negli anni 2000).

STORIA E DIFFUSIONE

  • Lancio commerciale: 2002 (Europa), con picco di utilizzo nel 2012 (2.5 miliardi di MMS giornalieri globali, fonte: Portio Research).

  • Declino: nel 2023 rappresentavano solo lo 0.3% del traffico mobile italiano (fonte: AGCOM):

Il momento migliore

Il lancio commerciale  avvenne in Europa nel 2002 e il servizio si diffuse rapidamente, soprattutto nei paesi con infrastrutture mobili avanzate. Il vero boom si registrò nel 2012, con un picco di circa 2,5 miliardi di MMS inviati ogni giorno a livello globale (fonte: Portio Research).

Venivano utilizzati per inviare cartoline animate, auguri natalizi o addirittura piccoli videoclip.

2.5 miliardi di MMS/giorno nel 2012 (Fonte: Portio Research, 2013 Report).

Evoluzione Storica

  • 1999: Prima specifica tecnica

  • 2002: Lancio commerciale in Europa

  • 2012: Picco di utilizzo (2.5 miliardi di MMS giornalieri globali)

  • 2023: Solo lo 0.3% del traffico mobile italiano (fonte AGCOM)

NEL MARTKETING

Anche alcune aziende cominciarono a sfruttarli per il marketing diretto, inviando promozioni o coupon visivi.

Esempi

Vodafone

Periodo: 2003–2010
Tipo di campagna:

  • Invio di MMS promozionali con offerte personalizzate, soprattutto durante il lancio di nuove tariffe o servizi.

  • Coupon visivi da mostrare nei negozi Vodafone One per ottenere sconti.
    Fonte: Vodafone Group Annual Reports 2004–2008


Esselunga

Periodo: 2005–2011
Tipo di campagna:

  • Invio di buoni sconto tramite MMS a clienti iscritti alla Carta Fìdaty.

  • Campagne testate su aree pilota (Milano e Torino) per promozioni settimanali.
    Fonte: ABI Lab Report 2008 + interviste su Mark Up Magazine.


Medusa Film / Warner Bros Italia

Periodo: 2004–2009
Tipo di campagna:

  • Invio di trailer brevi e locandine cinematografiche via MMS per promuovere uscite in sala.

  • Offerte “2×1 al cinema” visualizzabili su MMS e da mostrare all’ingresso.
    Fonte: Nielsen Mobile Marketing Case Studies 2007.


TIM (Telecom Italia Mobile)

Periodo: 2002–2010
Tipo di campagna:

  • Invio MMS per promozioni stagionali (es. Natale, San Valentino) con contenuti grafici e suonerie in allegato.

  • Coinvolgimento del cliente con concorsi a premi via MMS.
    Fonte: TIM Bilanci sociali 2003–2007, Telecom Italia Archive.


Nike Italia (campagna test)

Periodo: 2006
Tipo di campagna:

  • Test limitato su target giovani in partnership con Vodafone: anteprima scarpe nuove via MMS con link WAP per approfondimenti.
    Fonte: Wireless Marketing Europe Conference, Milano, 2006.

 

PROBLEMI

Tuttavia, l’esperienza non era sempre perfetta.

Costi, limiti e prime crepe

Dal punto di vista economico, non erano a buon mercato. In Europa, il costo medio per inviarne uno a tra i 0,30 e 0,50 euro (fonte: EU Digital Market Report). Molto più degli SMS, che costavano circa 0,10–0,20 euro.

Oltre al prezzo, avevano una latenza elevata: potevano impiegare anche fino a un minuto per essere elaborati e consegnati (fonte: GSMA IR.92, 2011), a seconda della rete e del traffico. Per molti utenti, questa lentezza si rivelava frustrante, soprattutto nel confronto con le app moderne che offrono consegna quasi istantanea.

Uno studio dell’ IEEE Survey (2008) ha rivelato che oltre il 68% degli utenti ha abbandonato l’uso degli MMS a causa della complessità delle impostazioni richieste per l’attivazione, come l’inserimento manuale degli APN (Access Point Name).

Il servizio richiedeva spesso configurazioni manuali complicate, e la compatibilità tra operatori diversi (come TIM, Vodafone e Wind) non era garantita. Inoltre, molti modelli di cellulari non supportavano correttamente l’invio o la ricezione di MMS, come il celebre Nokia 3310, che non era predisposto per questi contenuti.

Infine, ma non meno importante, la vulnerabilità a malware (Fonte: Symantec, 2010)

 

L’arrivo delle App.

Dal 2009 in poi, con l’arrivo di app come WhatsApp, Telegram e Messenger, la messaggistica si è progressivamente spostata su reti IP (Internet Protocol). Queste applicazioni danno tutto ciò che danno gli MMS– e molto di più – a costo zero e con un’esperienza utente decisamente superiore.

Nel 2023, gli MMS rappresentavano solo lo 0,3% del traffico mobile italiano (fonte: AGCOM, Relazione Annuale 2023, p. 45), una cifra quasi simbolica che segna la fine di un’epoca.

Un esempio pratico aiuta a capire il cambiamento: nel 2005, inviare una foto da 50 KB via MMS costava circa 0,40 euro. Oggi, la stessa immagine può essere inviata gratuitamente su WhatsApp in meno di mezzo secondo.

Confronto con tecnologie successive

Parametro MMS WhatsApp (2009)
Costo €0.30-0.50 Gratuito
Dimensione file 300 KB 2 GB+
Tempi di consegna Fino a 5 minuti Quasi istantaneo

 

Altro confronto Tecnologico

Parametro MMS WhatsApp
Costo UE (2010) €0.35/msg (Fonte: EU Digital Single Market Report) Gratuito
Latenza 2-5 min (Fonte: GSMA IR.92, 2011) <1 sec

2023: 0.3% traffico mobile Italia (Fonte: AGCOM, Relazione Annuale 2023, p.45)

GLI MMS OGGI: RESIDUALE MA ANCORA PRESENTE

Anche se ormai obsoleti per l’uso quotidiano, gli MMS non sono completamente spariti. Alcuni usi di nicchia li mantengono ancora in vita.

Banche italiane: secondo ABI Lab (2022), circa il 12% degli istituti li utilizza per l’invio di codici OTP (One-Time Password) in zone dove la connessione dati è assente.

Protezione civile: in aree rurali prive di 4G, talvolta sono utilizzati per inviare allerte meteo o avvisi istituzionali (fonte: Dipartimento Protezione Civile, 2021).

Logistica e trasporti: alcune aziende li sfruttano per aggiornare la posizione dei mezzi in flotta in situazioni d’emergenza.

Servizi B2C: Coupon sconti (es: supermercati) in Paesi con poca copertura di banda larga.

Nota sugli otp

Gli OTP (One-Time Password) non sono MMS di per sé: sono codici testuali temporanei, solitamente inviati tramite SMS, app di autenticazione (come Google Authenticator) o notifiche push. Tuttavia, in alcuni casi specifici, vengono inviati tramite MMS, ma questo è raro e usato solo in contesti particolari.

Quando un OTP può essere inviato via MMS?

  • In assenza di rete dati o segnale SMS stabile, alcuni sistemi bancari o aziendali ricorrono all’MMS come canale alternativo, soprattutto in aree remote.
  • Alcuni operatori mobili in America Latina, Africa o Italia rurale usano MMS per inviare OTP o codici QR in forma visiva.
  • L’ABI Lab (2022) riporta che circa il 12% delle banche italiane usa MMS per autenticazione, ma solo come fallback.
Perché non è comune?
  • L’MMS è più lento e costoso rispetto all’SMS.

  • Richiede configurazioni tecniche (APN, compatibilità dispositivo).

  • Molti utenti non hanno più MMS attivi o li bloccano per sicurezza.Dubbio

    Se non arriva un SMS, come può arrivare un MMS?

    In teoria, non può. Sia SMS che MMS viaggiano sulla rete mobile dell’operatore (rete 2G/3G/4G). Se non c’è proprio segnale GSM, nessuno dei due arriva.

    Però c’è una sottile distinzione tecnica:

     SMS:

    • Viaggia sulla rete di segnalazione (SMSC).

    • Funziona anche su rete 2G molto debole.

    • Non ha bisogno di una connessione dati.

    MMS:

    • Viaggia su rete mobile, ma tramite WAP/GPRS o 3G/4G, quindi serve una minima connessione dati dell’operatore (non Wi-Fi).

    • Utilizza un MMSC (MMS Center) per inviare e ricevere.

    • Alcuni telefoni tentano di scaricare l’MMS anche con pochissimo segnale dati, dove l’SMS può fallire (ad esempio in roaming o con restrizioni di firewall aziendali).


     Quindi, perché si usa MMS come “backup”?

    Non è per coprire aree senza segnale, ma per **aggirare problemi di:

    • congestione degli SMSC,

    • filtri anti-spam sugli SMS (es. banche e codici OTP),

    • incompatibilità software (in ambito enterprise).**

    Caso pratico:

    Una banca può inviare un OTP via MMS se:

    • l’SMS è bloccato da un filtro del telefono (tipo Android che lo rileva come spam),

    • l’utente è su rete mobile ma ha un problema con il centro SMS,

    • c’è una necessità di allegare un codice grafico (es. QR per bancomat virtuale).


    In sintesi:

    • Senza segnale di rete mobile, MMS e SMS non funzionano.

    • Con segnale debole o bloccato per l’SMS, un MMS può a volte passare.

    • È una soluzione di backup, non una vera alternativa offline.

Conclusione

Gli OTP non sono nati come MMS, ma in alcuni casi (rari ) possono essere inviati in questo modo , soprattutto quando SMS e rete dati non sono disponibili.

 

Addlance, la piattaforma italiana per freelancer

Com’è Addlance?

PRESENTAZIONE

Innanzitutto, per chi non lo conosce, si tratta di una piattaforma che consente ai freelancer di trovare lavoro e alle aziende di trovare professionisti ai quali affidare i propri progetti. Vediamo solo il primo caso.

Come funziona Addlance?

Iscrizione

Al momento della registrazione, dobbiamo scegliere la categoria o le categorie cui siamo interessati. Possiamo sempre modificarle. Naturalmente, dobbiamo compilare i campi anagrafici e scrivere una presentazione della nostra attività professionale.

Come si trova lavoro su Addlance?

La scelta della categoria ci consente di ricevere e-mail con offerte di lavoro nei settori che abbiamo indicato.

Possiamo anche andare sul sito e fare delle ricerche in modo attivo. Cliccando su trova lavori, abbiamo la facoltà di selezionare i progetti in base a queste caratteristiche:
• attivi;
• con poche offerte;
• nella mia regione;
• salvati.

Candidature
I crediti

Per candidarci a un progetto, dobbiamo spendere dei crediti, che vengono scalati dal totale e che possiamo acquistare con carta di credito o con Paypal.

Ogni progetto può costare da 0 a 10 crediti. Inoltre, se vogliamo vedere il numero di telefono del cliente, dobbiamo utilizzarne altri due. Al contrario, mostrargli il nostro è gratis (non è obbligatorio).

A differenza di altre piattaforme, Addlance non applica una commissione sui progetti e questo è uno dei motivi per cui lo preferisco agli altri. Se il committente accetta la proposta, la somma pattuita sarà completamente nostra.

La proposta

Quando facciamo un’offerta, dobbiamo scrivere una presentazione e inserire l’importo che chiediamo precisando se si tratta del costo orario o di quello totale. Possiamo anche selezionare la voce “lo definirò in seguito”.

Per quanto concerne la presentazione, abbiamo la facoltà di mandarne una salvata o di scriverne ogni volta una ad hoc.

Se guardiamo alla praticità, la prima opzione è sicuramente la migliore. Infatti, per ogni progetto è previsto un numero massimo di offerte e una scadenza. Inoltre, il committente può decidere di chiudere la ricezione di offerte o di assegnare il lavoro anche prima della deadline o del raggiungimento del numero massimo. Pertanto, è bene essere rapidi.

Tuttavia, una risposta personalizzata dimostra che abbiamo letto il progetto e ci può far fare una bella figura.

Il ruolo del committente

Una volta che abbiamo inoltrato l’offerta, il cliente ha varie possibilità.
• Non la legge prima della scadenza. In questo caso, i crediti ci vengono restituiti. Il rimborso avviene anche se non incarica nessuno.

• La visiona e

  1. non ci risponde;
  2. indica di non essere interessato;
  3.  ci contatta, ma non ci affida il progetto;
  4.  ci scrive (o ci telefona) e ci dà il lavoro.

In ognuno di questi casi, Addlance ci manda una notifica via mail.

Recensioni

Lo fa anche quando riceviamo una recensione. Possiamo chiederle sia a committenti che abbiamo trovato su questa piattaforma sia a quelli che abbiamo trovato in altri modi.

ALTRE CARATTERISTICHE DI ADDLANCE

• Se può interessare, Addlance è una piattaforma italiana.
• I professionisti possono valutare i clienti
• Ogni progetto viene analizzato dal personale.
• I profili dei freelancer sono indicizzati.
• È possibile scaricare un modulo con il contratto da presentare al cliente.
• Non ci invia proposte per farci spendere ulteriormente.
• Se lavoriamo bene, non è escluso che lo stesso cliente ci ricontatti privatamente. In altre parole, Addlance non ci obbliga a utilizzarlo come tramite.

 

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Marketing, valori e visione del mondo

Il marketing deve andare oltre le categorie socio-demografiche (età, genere, reddito, titolo di studio) e tenere conto di componenti come la visione del mondo e i valori. La targetizzazione socio-demografica ha senso solo per alcuni prodotti. Approfondiamo questo argomento con l’aiuto di due libri: Il marketing racconta storie di Seth Godin e la Marca di Andrea Semprini.

VISIONE DEL MONDO

Seth Godin dà questa definizione del concetto di visione del mondo. «Con (questo) termine [.. ] mi riferisco alle regole, ai valori, alle convinzioni e alle preferenze in base a cui il singolo consumatore interpreta la realtà».

Niente di trascendentale: infatti, poco più avanti, usa come sinonimo la parola gusto. Cito solo un esempio dei tanti presenti nel libro. Alcuni pensano che i cibi biologici siano più sani.

VALORI

Invece, Andrea Semprini ha scritto: «il termine valor deve essere compreso nella sua accezione filosofica generale che include la significazione economica. Un valore, visto da questo punto di vista allargato, rappresenta una condizione giudicata desiderabile dall’ individuo».

Ecco qualche esempio tratto dal libro: genuinità, produttività, leggerezza, praticità, avventura, edonismo, eleganza.

STRATEGIA

Per entrambi, questi elementi influenzano profondamente le scelte dei consumatori. Per questo motivo, il marketing non può limitarsi a elencare i benefici di un prodotto, ma deve puntare sulla narrazione.

Frame (Seth Godin)

Seth Godin ha scritto «Un altro termine a cui faccio ricorso è frame. I frame sono particolari elementi che si inseriscono nella storia per fare leva sulla visione del mondo che il consumatore già possiede […]. Il framing è la caratterizzazione di una storia mediante elementi che la rendono riconducibile alla visione del mondo che il consumatore target già possiede- […] Il framing non corrisponde alla semplice tattica, ma costituisce il cuore del marketing moderno.]…]  I frame sono le parole, le immagini e le interazioni che confermano un preconcetto già esistente».

Esempi

L’azienda Tom’s of Maine ha scelto di vendere i propri dentifrici solo in erboristeria tra i prodotti biologici.

La Crock Pot Classics si rivolge a persone che “fanno l’equazione “pasto cucinato in casa=amore=famiglia=salute”, ma che non hanno molto tempo. Parla di aromi invitanti, patate genuine, carni tenere, composizione perfetta’. Se se si attenesse ai fatti, dovrebbe dire:  «Un miscuglio di ingredienti scongelati con ricche dosi di conservanti». Ma,  come spiega Godin, l’importante è la storia alla quale crede il consumatore. Una storia che sa di focolare domestico. Inoltre, anche la scelta lessicale deve essere oculata. Comitato e task force indicano la stessa cosa, ma la percezione del pubblico può cambiare. Il primo termine trasmette un’idea di staticità, il secondo di dinamismo. 

LA NARRAZIONE (ANDREA SEMPRINI)

Semprini parla di 3 livelli di narrazione. Quello più profondo riguarda i valori, quello intermedio la struttura dell’intreccio e quello più superficiale gli elementi che caratterizzano la storia (personaggi ambientazione, stile). Prendiamo un esempio letterario. Valore: l’amore è la cosa più importante. Struttura: Nonostante le difficoltà, due persone che si amano trovano il modo di far trionfare i propri sentimenti. Quale storia potrebbe essere? L’Odissea, I Promessi Sposi. Del resto anche la narratologia distingue tra fabula e intreccio: La fabula è la sequenza cronologica degli eventi, mentre l’intreccio è l’ordine in cui vengono presentati al pubblico.

Baricco ha scritto (in soldoni) che la narrazione serve a rendere intellegibili le storie.

Come fa notare Semprini ogni elemento della narrazione è importante: la luce, i colori, la musica e così via Questi dettagli contribuiscono a creare un discorso coerente.

ALTRI TEMI TOCCATI DA SEMPRINI

Semprini affronta anche questi argomenti: il cambiamento del sistema valoriale, l’adattamento dei valori ai mutamenti della società, lla legittimità che può avere o meno una marca a parlare di certi temi, l’opportunità di cambiare target, l’utilizzo delle marche-per parlare a pubblici differenti (ma in un’ottica unitaria). La Twingo è una marca figlia, la sua marca madre è la Renault

I DUE LIBRI

Seth Godin, Il marketing racconta storie, Roi, Milano, 2021.

Andrea Semprini, la Marca, Franco Angeli, Milano, 1995.     

 

 


Attraverso il framing e una narrazione strategica, posso aiutarvi a comunicare in modo efficace e mirato. Contattatemi per saperne di più.

Il Modello di comprensibilità di Amburgo

L’Hamburger Verständlichkeitsmodell (Modello di Comprensibilità di Amburgo) è un indice di leggibilità sviluppato per la lingua tedesca, ma potrebbe tornare utile anche per un testo in italiano. Naturalmente, sono consigli e non precetti e bisogna tenere conto anche di fattori come il contesto, la chiarezza e l’eufonia.

LE REGOLE DEL MODELLO DI COMPRENSIBILITÀ DI AMBURGO

Cose positive

  • Lunghezza media delle frasi tra le 9 e le 13 parole.
  • Parole brevi termini facili da comprendere.
  • Informazioni principali all’inizio della frase e nella prima parte del testo
  • Paragrafi lunghi circa 90 parole e capitoli non più lunghi di 300 parole
  • Un concetto per frase.
  • Titoli e titoletti chiari.
  • Nessi logici: utilizzare paragrafi ben strutturati per chiarire i collegamenti tra le idee.
  • Concisione.
  • Privilegiare l’uso di verbi rispetto a quello dei sostantivi.
  • Preferire la costruzione attiva rispetto a quella passiva.
  • Adottare un tono vivace e diretto.
  • Utilizzare le parole di transizione in circa il 30% delle frasi per migliorare la fluidità.
  • Arricchire il testo con elementi visivi come immagini e grafici.

Cose da evitare

Per garantire una migliore leggibilità, l’Hamburger Verständlichkeitsmodell sconsiglia uso eccessivo di questi elementi:

  • Frasi lunghe.
  • Termini specialistici e abbreviazioni: possono confondere il lettore.
  • Costruzioni passive: tendono a rendere il testo meno diretto.
  • Riempitivi: sono parole o espressioni superflue che appesantiscono il discorso.
  • Verbi modali (come “diventare”, “potere”, “dovere”): possono indebolire il messaggio.
  • Stile nominale: preferire sempre la forma verbale per una maggiore chiarezza.

I RIEMPITIVI

I riempitivi sono quelle parole o quei gruppi di parole che utilizziamo per “riempire” una frase quando non sappiamo cosa dire.  Possiamo suddivisi in tre categorie:

Iniziatori

Vengono utilizzati all’inizio di una frase, spesso in risposta a domande.

Esempi

  • Dunque;
  • onestamente;
  • beh;
  • senti;
  • guarda;
  • sai.

Mediani

Vengono utilizzati nel mezzo della frase per prendere tempo o per sostituire una parola mancante.

Esempi

  • Praticamente;
  • onestamente;
  • sostanzialmente;
  • nel senso;
  • per intenderci;
  • tutto sommato;
  • diciamo;
  • cioè;
  • sai.

Finalizzatori

Vengono utilizzati alla fine di una frase o di un discorso per segnalare la conclusione.

Esempi

  • Insomma;
  • in conclusione
  • e quant’altro.
  • ok.

Spesso, quando vengono usati così,  queste parole perdono il loro significato letterale.

 


Avete bisogno di testi chiari, coinvolgenti e ottimizzati per la seo? Lasciate che crei i vostri contenuti e contattatemi.

I fratelli Cervi e la pastasciutta antifascista

Ieri, 28 dicembre, ricorreva l’anniversario dell’eccidio dei fratelli Cervi, sette ragazzi trucidati dai fascisti.

I Cervi erano oppositori del Regime di estrazione cattolica. Cattolicesimo popolare. Lo si capisce anche da un verso del brano che gli hanno dedicato i Gang

(La pianura dei sette fratelli, ve ne consiglio caldamente l’ascolto).


Avevano una falce e mani grandi da contadini/e prima di dormire un Padre Nostro come da bambini

Tra l’altro, quando presenta questo pezzo durante i concerti, Marino Severini, il cantante dei Gang, dice che una canzone è bella se è utile e se non è solo una merce.

Magistretti sosteneva qualcosa di simile quando parlava di architettura: non amava le decorazioni fini a se stesse. Per lui ogni elemento deve avere una funzione pratica.

Torniamo ai fratelli Cervi. Ho scritto questo articolo anche per ricordare l’episodio della pastasciutta antifascista. Dopo il 25 Luglio, Alcide festeggiò offrendo in piazza la pastasciutta antifascista.

Perché proprio la pastasciutta? Il Regime non era entusiasta del suo successo. Da una parte, i Futuristi sostenevano che rammollisse e appesantisse (e anche per altri motivi). Dall’altra, Mussolini voleva raggiungere l’autosufficienza nella produzione del frumento (la Battaglia del grano). Ma con un consumo diffuso della pasta non era possibile Meglio il riso. Potrei essere d’accordo, ma non per motivi politici. Consiglio l’ascolto della puntata del podcast Doi (Denominazione di origine inventata) in cui se ne parla.

Nel frattempo, ecco il testo dei futuristi

Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo, un intelligentissimo professore napoletano, il dott. Signorelli, scrive: ‘A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo’ “.

Nel mio saggio parlerò anche di questo.

In morte di Ormezzano

È stata la morte del giornalista sportivo Gian Paolo Ormezzano a darmi lo spunto per questo articolo. Come molti sapranno, Ormezzano era un tifoso sfegatato del Torino (proprio come Miriam, la coprotagonista del mio romanzo Calcio, amore e lusofonia).

Eppure, nessuno mette in dubbio la sua bravura. Lo scrivo per criticare il luogo comune secondo cui il giornalista sportivo dovrebbe essere imparziale. Ora, come ha detto Collina, è quasi impossibile seguire il calcio e non avere una simpatia per una squadra. Penso valga anche per le altre discipline. Probabilmente anche, mutatis mutandis, per la politica, il cinema, la musica e così via.

Insomma, un personaggio come Enrico Lazzaretti, che asserisce di non tifare per nessuna squadra e di amare solo il bel calcio, è molto irreale. Infatti, anche nella fiction (I ragazzi della 3 C), la passione per la Roma di Chicco, a un certo punto, viene fuori. Enrico Lazzaretti è il suo alter ego costruito a tavolino.

Sì, è possibile guardare una partita in modo imparziale, ma non ci deve essere nessuna implicazione per la propria squadra del cuore. E nessun coinvolgimento affettivo, fosse anche una simpatia per un Paese o una città.

Tuttavia, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere i meriti degli avversari (ed eventualmente la loro superiorità) e le mancanze e gli errori dei propri beniamini. E di utilizzarla quando si scrive  un articolo, quando si fa una telecronaca o una radiocronaca eccetera.

Qualche nome? A parte Gian Paolo Ormezzano, Gianluca Rossi, Carlo Pellegatti e Luca Momblano. Quest’ultimo è stato il mio caporedattore.

Ho scritto questo post anche perché non sopporto i luoghi comuni, parenti delle frasi fatte e delle fake news. Approfondirò meglio l’argomento nel saggio che sto producendo. Nel frattempo, potete leggere i miei articoli su questi temi sul sito l’ottavo.it (cercate il mio nome).

La borraccia proibita e i colori-racconto

Dopo un romanzo, ecco un racconto.  Questo testo non è scritto in ottica seo.

 

I genitori di Mattia gli facevano sempre il regalo di compleanno e i regali di Natale. Solo che non gli compravano mai la cosa che desiderava di più perché preferivano prendergli ciò che piaceva ai suoi coetanei. Qual era questa cosa? Mattia amava dipingere e avrebbe preferito che la sua mamma e il suo papà gli regalassero pennelli, tempere e tavolozze invece che giocattoli e vestiti. Non era una questione di soldi: i suoi genitori volevano che fosse come gli altri bambini. Non a che a lui non piacesse giocare. Ma dipingere lo riempiva di felicità. Tuttavia, capiva i suoi genitori. Però non capiva perché neanche Babbo Natale o Gesù Bambino lo accontentassero.

A scuola Mattia era bravo ma non troppo popolare. Non possiamo però dire che fosse un emarginato o che non lo rispettassero. Anche perché queste cose alle elementari non avvengono. Alle medie sì.

Mattia aveva legato molto con Ettore. Ettore preferiva leggere che giocare e si trovava meglio da solo o con pochi amici che con tanti bambini. Ma giocare e stare con tanti coetanei non gli dispiaceva. Una caratteristica di Ettore era che non beveva Coca Cola, Fanta, Sprite, the freddo, succhi di frutta. Non andava mai neanche ai draghi verdi (o ad altre fontanelle, quando non si trovava a Milano). Aveva una borraccia e beveva solo da lì. Proprio quella borraccia fu la causa di un litigio tra i due amici. Era estate e le due famiglie erano andate a passare una giornata al fiume. A una certa ora i bar e i chioschi chiusero. Mattia, che aveva finito le cose da bere e aveva molta sete, chiese all’amico un sorso d’acqua ma questi glielo rifiutò. All’inizio, Mattia e i suoi genitori pensavano che scherzasse. Ma quando ripeté il “no” con veemenza capirono che era serio. Il papà e la mamma di Ettore diedero ragione al figlio. Non ci fu una lite ma le due famiglie tornarono a casa ognuna per conto suo. Prima di continuare, devo specificare che questa vicenda si è svolta prima del COVID e che, comunque, il comportamento di Ettore non era dovuto alla paura di prendere delle malattie. Infatti, gli capitava di usare la stessa forchetta di Mattia e viceversa.

Durante il viaggio di ritorno, i genitori di Mattia ipotizzarono che all’interno della borraccia vi fosse dell’alcool ma scartarono subito questa possibilità perché il comportamento e l’odore di Ettore non erano quelli di una persona che ha bevuto. Inoltre, i genitori del bambino erano persone attente e premurose: mai avrebbero dato dell’alcool a loro figlio o non se ne sarebbero accorte. Conclusero, pertanto, che era stato un comportamento strano senza motivazione. Gli dispiacque un po’ perché i due bambini erano molto amici e i genitori di Ettore erano simpatici. Per un po’ di giorni i due bambini non si parlarono, pur soffrendone. Questa situazione durò fino a quando Ettore non invitò Mattia a casa sua a mangiare e a giocare. Prima che accettasse, gli disse: “Non dovrai parlare con nessuno di quello che vedrai e di quello che ti diremo”.

Dovete sapere che Ettore non si chiamava davvero Ettore e che non era un bambino: lui e i suoi genitori venivano da Titano, uno dei satelliti di Saturno. Anzi, è il satellite più grande. Si tratta di uno dei pochi posti del nostro sistema solare in cui si potrebbe sviluppare della vita per via della presenza di idrocarburi. Lo si pensa da qualche tempo. Ma si è sempre pensato a forme di vita molto elementari. Invece, non è così: la tecnologia che c’è su Titano è così evoluta che sono capaci di rendersi invisibili e irrintracciabili quando arrivano degli extraterrestri. Per questo la sonda Huygens non si è accorta di niente. La sonda Huygens è una sonda che è partita insieme alla Cassini nel 1997. Poi, il 14 gennaio 2005 è atterrata a Xanadu, una regione di Titano, Dopo l’atterraggio, per 90 minuti ha inviato immagini alla Terra. La sonda Huygens si chiama così in onore di Christiaan Huygens, l’astronomo olandese che ha scoperto Titano nel 1655. Titano ha monti, laghi e mari. Perciò, Ettore e i suoi si trovati subito bene sulla Terra, da questo punto di vista. Il problema è che i fiumi, i laghi e i mari di Titano sono di metano. Ecco che cosa c’era nella borraccia e perché non aveva fatto bere Mattia.

Dopo che ebbero fatto pace, gli regalò una tela e una tavolozza.
«E i colori e i pennelli?», chiese Mattia.
«Vieni», rispose Ettore, «punta il dito verso il cielo».

Mattia lo fece e il dito si colorò di azzurro, come se fosse un pennello intriso di tempera.

 

Se questo racconto vi è piaciuto e avete bisogno di un ghostwriter, contattatemi.

 

Paesi con l’anima e marketing territoriale

Recensione del libro Paesi con l’anima e marketing territoriale.

INFORMAZIONI GENERALI

  • Autore Stefano Landi (Presidente di SL&A Turismo e Territorio).
  • Editore: Terre di Mezzo.
  • Anno della prima uscita: 2011.
  • Pagine: 144.
  • Nota: Il libro sembra essere fuori commercio. Su Amazon c’è scritto: «Non disponibile. Non sappiamo se e quando l’articolo sarà di nuovo disponibile».

PAESI CON L’ANIMA

Meglio puntare su un turismo alternativo o su un turismo convenzionale? L’autore di questo saggio non ha dubbi: la risposta corretta è la prima.  In sintesi, l’autore espone i vantaggi, anche economici, di promuovere il turismo dei paesi con l’anima rispetto a quello dei non luoghi, cioè a quello di massa.

In effetti, lo si capisce già dal titolo. Anche da quello che c’è scritto nella quarta di copertina si capisce che secondo Stefano Landi i paesi con l’anima possono avere un vantaggio competitivo.

Ecco il testo.

«C’è un modo di viaggiare che ha sempre più fan e adepti, è quello del “turismo della libertà” e della ricerca di mete originali che un’anima. Viaggiatori a caccia di esperienze memorabili, di autenticità, di cultura fatta di vissuto e di quotidianità. È il tema del marketing territoriale nel nostro Paese, fondamentale per gli enti pubblici che vogliano attrarre investimenti -in ambito turistico ma non solo -per ripartire dai luoghi veri ed esaltare l’intreccio con tutti gli altri prodotti locali, espressione della nostra cultura».

Il libro è suddiviso in tre parti, più una prefazione scritta da Vinicio Bottachiari, un introduzione e un’appendice.

Un capitolo è dedicato all’esposizione di alcuni progetti fatti in Umbria, la regione dell’autore. Si parla anche della loro promozione e uno dei modi di farlo è l’utilizzo di testi. Ed è soprattutto per questo che ho deciso di scrivere questa recensione.

Un altro, invece, è dedicato ad alcuni casi studio di progetti svolti all’estero. Nell’appendice (anzi, nelle appendici: una per l’Italia e una per gli altri Paesi) si presenta schematicamente la situazione in vari posti del mondo.

Come per tutti i prodotti, anche nel marketing territoriale bisogna dare importanza al target. Questo libro lo ricorda

La verità veloce di Alessandro Baricco

Che cos’è la verità veloce?

UNA DEFINIZIONE NON VALIDA NEL GAME

Alessandro Baricco ha dedicato un capitolo di The Game al concetto di verità e a come questo sia cambiato rispetto al passato. Soprattutto rispetto al Novecento.

In un mondo leggero e dinamico come il nostro, una definizione come quella di Isaac Israeli ben Solomon, poi ripresa da Tommaso d’Aquino, non è più accettabile.

Qual è questa definizione? Veritas est adequatio rei et intellectus. La verità è la corrispondenza tra cosa e pensiero, tra cosa e parola. Tra una cosa e la sua rappresentazione linguistica .

Preciso che Baricco non cita Tommaso d’Aquino o Isaac Israeli ben Solomon.

Naturalmente, stiamo parlando di verità con la lettera minuscola, non di quella metafisica o teologica.

Ecco un passo del libro.

[…] un profilo certo delle cose, una versione verificabile dei fatti, una definizione attendibile di quel che accade. Sarebbe già qualcosa poter contare su questa forma, minore, di verità. Ma non è così.  Nel game, qualcosa sembra rendere la verità dei fatti ancora più sfuggente di quanto sia stata in passato. [Pagina 271]

Il motivo? L’incompatibilità tra la natura del Game (dinamico, instabile, aperto) e quella della verità (lenta e sedentaria e solenne). Fluidità vs staticità.

LA VERITÀ VELOCE

Il Game ha modificato il design della verità e lo ha reso aerodinamico.

Eccoci al concetto di verità veloce. Si tratta di una notizia spogliata di tutti gli elementi che le impediscono di diventare virale.

Un esempio di verità veloce

L’esempio riportato è il seguente: nella settimana di Natale nel Regno Unito le vendite del vinile hanno superato i download. L’autore fa notare che non è proprio una notizia perché le vendite dei vinili sono in crescita già da molti anni. Tuttavia, la musica in formato digitale rappresenta il 60% del mercato di riferimento. I dischi il 6 (e almeno la metà dei loro acquirenti non li ascolta).

La ricetta del successo

Per rendere la notizia interessante bisognava fare qualcosa. Innanzitutto, renderla universale. Quindi, privarla delle dimensioni di spazio e di tempo. Pertanto, via quel nella settimana natalizia e via quel Regno Unito.

Secondo, ma non per importanza, bisognava sfruttare lo storytelling della lotta del passato contro il futuro, dell’analogico contro il digitale.

Le conseguenze

A questo punto, la verità veloce è pronta a diffondersi e inizia a correre. Per farlo, ha dovuto perdere esattezza e precisione e guadagnare sintesi e velocità.

Mentre si diffonde, dà visibilità a notizie analoghe con meno appeal. Ad esempio, l’incremento delle vendite delle penne stilografiche. Tanti oggetti ormai desueti sono affascinanti.

Inoltre, la storia dei vinili che battono i download può essere interpretata in due modi. Una è: «Il passato si è preso una rivincita del passato e siamo di fronte a un’inversione di tendenza. L’altra è: «Il nostro livello tecnologico è così avanzato che possiamo permetterci delle eccezion».

Ognuna avrà delle conseguenze concrete. Baricco fa questo esempio: i primi apriranno un caseificio tradizionale e gli altri un caseificio hi-tech.

IL RUOLO DELLO STORYTELLING

Secondo l’autore, lo storytelling non è legato solo alle storie e al racconto ma è la forma che prendono i fatti (e le cose, le persone eccetera) per essere più intellegibili. I vestiti sono lo storytelling con cui noi ci rapportiamo con il mondo. Non coincidono con noi ma non sono neanche qualcosa di completamente estraneo da noi.

Lo storytelling migliore è quello che dà l’assetto più aerodinamico a ciò che si vuole raccontare. Ossia quello che aiuta meglio la comprensione e la diffusione. Anche a costo di sacrificare qualcosa.

VERITÀ VELOCI E MORALE

Le verità veloci sono parenti di fake news, bufale, leggende metropolitane e clickbaiting? Di primo acchito, direi di sì. Ma, forse, manca loro la componente fraudolenta o quella complottista. Però, Baricco scrive che le «chiamiamo menzogne quando raccontarle non siamo noi ma gli altri. In altri tempi le chiamavano eresie». E ricorda che una menzogna di Colin Power («l’Iraq ha le armi batteriologiche») portò alla Seconda Guerra del Golfo.

Travisamento: storia di un libraio frainteso

Il capitolo, intitolato Sulle comete-Quel che resta della verità (pagine 271-294), racconta anche la storia del libraio di Lorient che aveva appeso davanti alla vetrina un cartello con su scritto: «Non abbiamo il libro di Trierweiler». Molti suoi colleghi lo imitarono e aggiunsero: «in compenso, abbiamo Balzac, Maupassant, Proust» o
[…] non ci piace essere la spazzatura di Trierweiler e Holande». Insomma, lo videro come un atto di ribellione. In realtà, il libraio di Lorient non ce l’aveva perché non era ancora arrivato e ha voluto avvisare i suoi clienti. Anzi, ha anche detto che lo avrebbe letto.

ALTRE CITAZIONI DAL CAPITOLO SULLE COMETE

  • Nel campo aperto del Game, molte cose sembrano diventare imprendibili, e una è la verità. [Pagina 271]
  • Praticamente tutti sappiamo che un sistema pericoloso, che porta in sé la possibilità reale di costruire efficaci e Verità veloci fondate su quasi nulla o su fatto inventati. Ma stiamo imparando a controllare il fenomeno, stiamo lavorando duro per inventare vaccini e antidoti. Praticamente, tutti ci rendiamo conto che […] che ci siamo costretti a vivere con verità friabili, sempre il movimento, […] ma in qualche modo, e in qualche parte istintiva della nostra mente, ci ricordiamo che troppa salvezza della verità e fermezza dei fatti hanno generato un disastro di cui siamo scappati: per cui non molliamo. (Anche in altre parti del libro Alessandro Baricco dice che il Game è nato come reazione ai disastri del Novecento. M.P,). [Pagina 297].
  • Ma […] una volta che ho individuato delle soluzioni che più o meno mi piacciono e quadrano con il mio sistema di valori, devo avere la freddezza di scegliere non quella che sulla carta dà migliori risultati, ma quella che la gente può capire, fare sua, metabolizzare, incarnare e realizzare ogni mattina che esce di casa. Rinuncio alla soluzione più giusta se tanto non riesco a fare a farla rotolare nel Game. Scelgo l’imprecisione se mi assicura movimento. Sacrifico il cavallo, se questo mi porta a raggiungere il centro della scacchiera. Perché una soluzione perfetta che non riesco a spiegare alla gente è destinato a fallire. Peggio: è destinata a perdere contro soluzioni assai più scadenti ma dotati di forte aerodinamicità: spesso sono quelle scelte dai tuoi avversari. [Pagina 295].

Come blogger, giornalista e romanziere, trasformo idee e storie in contenuti che catturano. Volete che la vostra storia risuoni davvero con il pubblico? Affidatevi a me. Sfruttate la mia esperienza nello storytelling per creare narrazioni che restano impresse. Contattatemi per dare vita alla vostra storia.

Utilità del tag Meta Robots

Il file Robots.txt non va confuso con il tag Meta Robots.

CHE COS’È UN TAG META ROBOTS?

Il tag Meta Robots comunica ai crawler come analizzare, indicizzare e far visualizzare il contenuto di una pagina.

Le indicazioni più conosciute

Viene inserito nella sezione <head> del codice html e può presentarsi in questo modo.

<meta name=”robots” content=”noindex”>
In questo caso, abbiamo detto a tutti i robot dei motori di ricerca di non indicizzare la pagina in questione. Avremmo anche potuto indicarne uno specifico. Per esempio, Googlebot-Image.

  • Invece, oltre a “noindex” possiamo dare altre indicazioni. Ecco le principali:
  • Noarchive: non mostrare il link copia cache nei risultati di ricerca.
  • Nocache: equivale a Noarchive. Lo utilizzano Bing e gli mdr che usano i suoi crawler.
  • Nofollow: non seguire i link su questa pagina.
  • None: Noindex + Nofollow.
  • Nosnippet: non creare uno snippet di testo o un’anteprima video.

Con Yoast

Possiamo dare questi comandi anche con Yoast. Dobbiamo cliccare su Avanzate e poi selezionare le voci che c’interessano.

  • Vuoi permettere ai motori di ricerca di mostrare questi contenuti nei risultati di ricerca? Optare per il no equivale a scrivere noindex.
  • I motori di ricerca dovrebbero seguire i link collegati a questo contenuto? Optare per il no equivale a scrivere nofollow.
Meta Robots avanzate

Nessuna immagine indice: non indicizzare le immagini di questa pagina.
Nessun archivio: nocache, noarchive.

 

ALTRE INDICAZIONI CHE POSSIAMO DARE NEL TAG META ROBOTS

Max-image-preview: [impostazione]

Serve a indicare quanto deve essere grande (al massimo) un’immagine-anteprima nella serp.

Valori accettati
  • [impostazione]: il valore espresso;
  • none: non mostrare nessuna anteprima;
  • standard: mostrar un’anteprima predefinita;
  • large: mostrare un’anteprima larga al massimo quanto l’area visibile.
Attenzione
  • Queste indicazioni sono nulle se un publisher ha dato separatamente l’autorizzazione a usare i contenuti. Ad esempio, se il publisher fornisce i contenuti sotto forma di dati strutturati in-page (ad esempio, le versioni AMP e/o quella canonica di un articolo) o se ha un contratto di licenza con Google, questa impostazione non interrompe gli usi consentiti più specifici.
  •  Se non vogliamo che Google usi delle miniature più grandi quando le pagine AMP e la versione canonica di un articolo vengono mostrate nella Ricerca o in Discover, dobbiamo indicare: max-image-preview= standard oppure max-image-preview=none.

Max-snippet: [numero]

Ecco quello che dice Google Search Central
[Questo comando equivale a dire ai motori di ricerca] usa un massimo di [tot] caratteri per lo snippet testuale di questo risultato di ricerca. Senza questa indicazione, Google sceglierà la lunghezza dello snippet.

Valori speciali
0: non deve essere mostrato nessuno snippet. Equivale a nosnippet.
-1: Google sceglierà la lunghezza dello snippet che ritiene più efficace per aiutare gli utenti a scoprire i tuoi contenuti e indirizzarli al tuo sito.
Attenzione
  • All’interno di una pagina dei risultati di ricerca un URL potrebbe comparire per più risultati di ricerca. Questa istruzione non influisce sulle anteprime di immagini o video Questo si applica a tutti i tipi di risultati di ricerca (ad esempio Ricerca Google, Google Immagini, Discover, assistente, riepiloghi dell’AI) e limiterà la quantità di contenuti che possono essere utilizzati come input diretto per i riepiloghi dell’IA.
  • Tuttavia, il limite non si applica nei casi in cui un publisher ha concesso separatamente l’autorizzazione a usare i contenuti. Ad esempio, se il publisher fornisce contenuti in forma di dati strutturati in-page o se ha un contratto di licenza con Google, questa impostazione non interrompe gli usi consentiti più specifici. Questa regola viene ignorata se non viene specificato un valore [numero] analizzabile.

Nositelinkssearchbox

Non mostrare i sitelink nei risultati di ricerca per questa pagina.

Notranslate

Non mostrare la traduzione di questa pagina nella serp.

Max-video-preview [valore]

Usa solo fino a tot secondi (valore indicato) se devi mostrare questo video nella serp.

Valori speciali

0: mostra un’immagine statica (in base all’impostazione max-image-preview).
-1: nessun limite.
Questa indica viene ignorata se non viene specificato un valore [numero] analizzabile.

Noimageindex

Non indicizzare nessuna immagine di questa pagina.

 

NOTE SU NOSNIPPET

Qualora fosse disponibile e lo ritenessero utile per i navigatori, motori di ricerca potrebbero mostrare la miniatura statica di un’immagine.
Per evitare che alcune sezioni della pagina vengano utilizzati lo stesso come snippet, dobbiamo utilizzare l’attributo HTML data-nosnippet.

NOTE SU NO INDEX

Con Indexifembedded diciamo a Google d’indicizzare una pagina se è incorporata in un’altra per la quale abbiamo dato l’indicazione noindex. Capita soprattutto quando la seconda è di terze parti.

Google Search Central fa questo esempio

Se podcast.host.example/playpage?podcast=12345 ha sia il tag noindex che indexifembedded, Google può incorporare i contenuti ospitati su quella pagina in recipe.site.example/my-recipes.html durante l’indicizzazione.

Ecco la sintassi corretta

<meta name=”googlebot” content=”noindex” />
<meta name=”googlebot” content=”indexifembedded” />
<!– OR –>
<meta name=”googlebot” content=”noindex,indexifembedded” />

Oppure
X-Robots-Tag: googlebot:noindex
X-Robots-Tag: googlebot:indexifembedded

Oppure
X-Robots-Tag: googlebot:noindex,indexifembedded

 

QUAL È LA DIFFERENZA TRA META ROBOTS E ROBOTS.TXT?

Sebbene il tag Meta Robots e il file robots.txt abbiano scopi simili, svolgono funzioni differenti. Il file robots.txt è un file di testo che regola l’intera scansione del sito, indicando ai motori di ricerca quali pagine esplorare. Al contrario, il tag Meta Robots si applica unicamente alla pagina che lo contiene, fornendo istruzioni precise su come i motori di ricerca dovrebbero scansionarla, indicizzarla e visualizzarla.
Inoltre, i comandi Meta Robots devono essere messi in un solo tag.

LA CACHE DEL SITO: COS’È E COME FUNZIONA

La cache del sito è una tecnica di memorizzazione temporanea che migliora le prestazioni di un sito conservando versioni statiche di pagine dinamiche. Questa cache può essere implementata a livello di applicazione web o CMS, e può essere memorizzata sia lato client (nel browser dell’utente) sia lato server. Il suo scopo è ridurre i tempi di caricamento delle pagine e ottimizzare le risorse per rendere l’esperienza dell’utente più fluida.
A seconda della configurazione, la cache del sito può essere archiviata in diversi luoghi: su file locali del server, in sistemi di cache come Redis o Memcached o su server distribuiti tramite una CDN (Content Delivery Network).

Gestione della cache del sito

La gestione della cache varia in base alla piattaforma utilizzata. Per esempio, su WordPress esistono plugin dedicati come W3 Total Cache o WP Super Cache, che offrono un’interfaccia semplice per configurare e controllare la cache del sito. Questi strumenti permettono di svuotare e rigenerare la cache, impostare la durata della memorizzazione e definire regole specifiche per determinate pagine o sezioni del sito.
Un aspetto chiave nella gestione della cache è comprendere le tecniche di cache invalidation e cache expiration, necessarie per mantenere i contenuti sempre aggiornati. In alcuni casi, può essere utile implementare il cache-busting, aggiungendo query string uniche alle risorse statiche per forzare il caricamento delle versioni più recenti.

Cache del sito: obiettivi e benefici

La corretta gestione della cache è essenziale per bilanciare le performance e l’accuratezza dei dati, migliorando sia l’esperienza dell’utente che l’efficienza complessiva del sito. Ecco alcuni dei principali vantaggi:
1. Miglioramento delle prestazioni: riducendo il tempo di caricamento delle pagine, la cache permette un accesso più rapido ai contenuti già memorizzati.
2. Riduzione del carico sul server: parte delle richieste vengono soddisfatte dalla cache, liberando risorse del server e migliorandone la stabilità.
3. Risparmio di banda: la cache riduce la quantità di dati che devono essere scaricati dai visitatori, diminuendo i costi di banda e migliorando la velocità di navigazione.

Nota no-cache e no-archive

o non essere sufficiente per tutti i browser. Pertanto, è consigliabile gestire anche le politiche di cache attraverso le intestazioni HTTP “Cache-Control” inviate dal server.

L’importanza della cache per la SEO

La gestione della cache gioca un ruolo cruciale per il posizionamento sui motori di ricerca. Un sito che carica rapidamente ha maggiori possibilità di ottenere un buon ranking, offrendo un’esperienza utente superiore e riducendo il tasso di abbandono.

L’ottimizzazione della cache include tecniche come la configurazione di file .htaccess, l’utilizzo di CDN per distribuire contenuti statici e la compressione delle risorse per velocizzare il caricamento.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la gestione della scadenza della cache. Impostare correttamente i tempi di scadenza garantisce che i contenuti siano sempre aggiornati, evitando problemi di obsolescenza. Questo permette a Google di indicizzare il sito in modo più efficiente, mantenendo una copia cache aggiornata delle pagine.

Problemi comuni e best practice nella gestione della cache

Nonostante i tanti benefici, la gestione della cache può talvolta creare problemi, tra cui:

  • Contenuti obsoleti: se la cache non viene aggiornata correttamente, i visitatori potrebbero visualizzare versioni vecchie delle pagine.
  • Problemi di compatibilità: alcuni plugin o temi potrebbero non essere compatibili con le impostazioni di cache.
  • Sicurezza e privacy: memorizzare dati sensibili nella cache potrebbe esporre il sito a rischi di sicurezza.

Per evitare questi problemi, è importante configurare correttamente i tempi di scadenza della cache e utilizzare strumenti di cache invalidation per mantenere i contenuti sempre aggiornati.

Come si trova?

Quasi tutte le pagine che compaiono nella serp hanno una copia cache. Per visualizzarla dobbiamo cliccare prima sulla freccia rivolta verso il basso che si trova a destra dell’URL del sito e poi su Copia cache.

Utilità

Pertanto, la gestione efficace della cache è fondamentale per migliorare le performance di un sito, ridurre i tempi di caricamento e ottimizzare l’esperienza utente. Con un approccio corretto, non solo potrete garantire una navigazione più fluida per i vostri visitatori, ma migliorerete anche il posizionamento del sito sui motori di ricerca, assicurandovi di mantenere un vantaggio competitivo nel panorama digitale.

Google e la Cache

Google ha deciso di dire addio a una delle sue funzionalità più longeve: il salvataggio e la visualizzazione delle copie cache delle pagine web indicizzate. Danny Sullivan, Search Liaison di Google, ha confermato che l’azienda ha valutato non più necessario continuare a mantenere backup di una parte così consistente del web.

La funzione di memorizzazione nella cache era stata introdotta anni fa, in un periodo in cui i siti web potevano essere offline per lunghi periodi. Accedere a una copia cache, salvata da Google durante la scansione e l’indicizzazione del web, era spesso l’unico modo per consultare i contenuti di un sito temporaneamente non disponibile. Oggi, con un’infrastruttura internet decisamente più stabile, i siti web professionali risultano accessibili quasi senza interruzioni. Da qui la decisione di Google: eliminare una funzione ormai superata e onerosa da mantenere.

Google saluta ufficialmente la Cache In pratica, Google non salverà più copie cache delle pagine web analizzate dal suo web crawler, il software automatico che esplora la rete alla ricerca di nuovi contenuti. Gestire i backup di queste pagine comporta infatti l’archiviazione e la manutenzione di una quantità impressionante di dati, stimati in diversi petabyte, con costi operativi non indifferenti. Negli ultimi tempi, la funzione della cache era già stata gradualmente ridotta, e ora Google ha confermato ufficialmente la sua eliminazione, rimuovendo anche le pagine di supporto che ne descrivevano il funzionamento.

Attualmente, è ancora possibile visualizzare alcune copie cache presenti sui server di Google inserendo manualmente l’URL “https://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:&#8221; seguito dall’indirizzo del sito, oppure scrivendo “cache:” all’inizio di una query su Google Search. Tuttavia, anche questa possibilità sarà presto disabilitata, man mano che Google completerà la rimozione dei dati accumulati. Finisce così una funzione storica, che permetteva anche di osservare come Google visualizzava e salvava le pagine web, spesso in modo diverso rispetto a come apparivano agli utenti.

Le conseguenze di questa decisione potrebbero essere significative per l’archiviazione dei contenuti presenti su internet. Con l’uscita di scena di Google in questo ambito, il compito di conservare periodicamente snapshot del web per preservarne la memoria sarà sempre più affidato a progetti come Internet Archive.

DATI STRUTTURATI

Per quanto concerne i dati strutturati, le indicazioni dei meta tag Robots hanno effetti solo sui valori article.description e description (per quelli specificati per altre opere creative). Possiamo specificare la lunghezza massima di un’anteprima in base a questi valori con un max-snippet.

A che cosa serve il file robots.txt?

Il file robots.txt è un documento di testo che servono per indicare ai crawler dei motori di ricerca quali pagine di un sito possono essere scansionate e quali no.
Queste istruzioni si basano sulle direttive allow (consentito) e disallow (non consentito).

L’IMPORTANZA DEL FILE ROBOTS.TXT

Un file robots.txt è fondamentale per regolare l’attività dei web crawler perché evita che questi sovraccarichino il sito o indicizzino pagine non destinate al pubblico.

Ecco i motivi principali per utilizzarlo

Ottimizzazione del crawl budget

Il crawl budget rappresenta il numero di pagine che Google può scansionare su un sito in un determinato periodo. Questo numero dipende da vari fattori, tra cui dimensione, stato di salute e i backlink.

Un file robots.txt ben strutturato permette di indirizzare i crawler verso le pagine più importanti, migliorando così l’efficienza del budget di scansione e garantendo che le pagine essenziali vengano indicizzate.

Bloccare pagine duplicate e non pubbliche

Non tutte le pagine di un sito devono essere indicizzate dai motori di ricerca, come ad esempio quelle di login. L’uso di robots.txt permette di escludere queste pagine dai risultati di ricerca.

Nascondere risorse

In alcuni casi, è opportuno impedire ai motori di ricerca di indicizzare risorse specifiche, come file PDF, video o immagini, per mantenerle private o per dare priorità ad altri contenuti più rilevanti.

COME FUNZIONA UN FILE ROBOTS.TXT?

Il file robots.txt comunica ai motori di ricerca quali URL possono essere scansionati e quali no. I motori di ricerca hanno due principali funzioni: scansionare il web per scoprire nuovi contenuti e indicizzare tali contenuti per renderli disponibili agli utenti.

Quando un crawler raggiunge un sito, la prima operazione che esegue è cercare un file robots.txt. Se presente, il file viene letto prima di eseguire altre operazioni.

Sintassi di un file robots.txt

La sintassi di un file robots.txt è semplice e si basa su “blocchi di direttive” che specificano a quali user-agent (i crawler dei motori di ricerca) si applicano le regole. Si possono utilizzare caratteri jolly come l’asterisco (*) per applicare una direttiva a tutti i robot.

Ad esempio:

User-agent: *
Disallow: /private/
Questo codice indica a tutti i crawler di non accedere alla cartella “/private/”.

Direttive principali

• User-agent: specifica il crawler a cui si applica una determinata regola.
• Disallow: vieta l’accesso a determinate pagine o sezioni del sito.
• Allow: consente l’accesso a specifiche pagine anche all’interno di aree altrimenti vietate.
• Sitemap: indica ai motori di ricerca la posizione della sitemap XML del sito.

Creazione di un file robots.txt

1. Creazione del file: aprire un editor di testo e nominare il file “robots.txt”.
2. Aggiunta delle direttive: inserire le direttive come “User-agent”, “Disallow” e “Sitemap” in base alle necessità del sito.
3. Caricamento del file: una volta completato, il file deve essere caricato nella directory radice del sito web.
4. Test del file: verificare che il file robots.txt sia accessibile e funzionante utilizzando strumenti come Google Search Console.

Io, però, ho fatto in un altro modo:
1. Ho aperto Yoast Seo.
2. Ho cliccato su Strumenti (Tools).
3. Ho cliccato su Modifica file (File editor).
4. Ho inserito le indicazioni.
Si può usare questo metodo anche per modificarlo.

CONSIGLI
Ogni direttiva deve essere scritta su una nuova riga.
Utilizzate il carattere asterisco (*) per applicare regole generali a tutti i crawler.
Usate il simbolo “$” per indicare la fine di un URL.


 

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De scriptura

Considerazioni sulla scrittura (e su alcuni topoi che la riguardano) qualche consiglio. Questo testo non rispetta tuti i canoni della seo. Ho fatto quasi un flusso di coscienza.

FAKE NEWS

Carlina è un fantasma e le piace posare insieme alle coppie che si sposano nel Duomo di Milano. È un fantasma simpatico e l’unico inconveniente che può causare è quello di rovinare il book. Però, una foto in cui c’è lei può anche risultare più interessante. Non solo: la sua presenza sarebbe benaugurate.

In vita, era una ragazza che sali sul tetto del Duomo e cadde giù perché si spaventò a causa delle guglie e delle statue.

Lei e il marito, Renzino, vennero Milano per il viaggio di nozze.
Come era usanza del proprio paesino, Schignano, Carlina si era sposata indossando un abito nero, affinché sembrasse il vestito di un lutto.

Lo facevano per ingannare il signorotto del posto, che voleva esercitare lo ius primae noctis.

Schignano si trova in provincia di Como.

La ragazza era inquieta: poco prima delle nozze aveva avuto un’avventura con uno straniero e adesso aspettava un bambino da lui.

Quando salì sul Duomo, la vista delle guglie e delle statue acuirono l’angoscia e il senso di colpa. Si spavento e cominciò a correre finché non cadde nel vuoto, anche a causa della nebbia. Si narra che il suo corpo non sia mai stato ritrovato. Fu un incidente o un suicidio? Nessuno lo sa.

Leggenda autentica?

La storia è abbastanza affascinante e regala anche a noi milanesi una storia di spettri ambientata nella nostra città. In realtà, ne esistevano già.

Peccato che non sia vera. E non perché i fantasmi non sono reali (non lo sappiamo). Anche se avessimo le prove certe e inconfutabili della loro esistenza, questa storia non reggerebbe. È palesemente falsa e posticcia.

Posticcio viene dal tardo latino e ha chiaramente la radice post, dopo. La leggenda di Carlina sembra proprio costruita a posteriori. Sembra molto recente. Quanto recente? Ho sempre avuto un interesse particolare per le storia e le leggende milanesi e mi sono imbattuto in questa storia solo pochi anni fa. Ho pensato che fosse una mia mancanza. Allora, sono andato a rivedermi alcuni libri e non ho trovato traccia.

Altre storie milanesi

Questo vuoto ha confermato la mia idea: si tratta di una storia costruita da pochi anni (non escludo proprio per il Web) per fare vedere che anche Milano ha il proprio lato paranormale. Non hanno reso un buon servizio alla città. Inoltre, non ce n’era bisogno perché delle storie di mostri e di scheletri c’erano già. Senza considerare le vicende reali: il maniaco di stretta Bagnera, le donne bruciate come streghe in piazza Vetra, i torturatori di Villa Triste e tutti i casi di cronaca abbastanza recenti, dall’omicidio di Simonetta Ferrero nei bagni della Cattolica il 24 luglio 1971 a quello di Maria Luisa D”Amelio in Bovisa l’8 novembre 1987. Ce ne sarebbero altri ma mi fermo qui.

Torniamo alle storie paranormali ambientate a Milano.

Le più celebri sono: i segni delle corna di Satana nella colonna davanti a Sant’Ambrogio, il golem di Villa Simonetta e la dama del parco.

Le racconto brevemente per le persone che non le conoscono. Spero che siano poche. Poi vediamo perché stanno in piedi pur parlando di diavoli e di mostri e invece quella di Carlina no.

Il diavolo decise di tentare Sant’Ambrogio ma non ci riuscì. Allora, infuriato e sconsolato, diede una cornata a una colonna. Secondo  un’altra versione, tra i due ci fu una colluttazione e le corna del Maligno s’incastrarono nella colonna. Una terza versione dice che Satana tento d’incornare Sant’Ambrogio, ma andò a sbattere contro la colonna. Questa colonna esiste ancora e si trova davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, fuori del cortile.

In effetti, in basso ci sono due fori. Si narra che appoggiando l’orecchio si possano sentire dei rumori provenienti dall’inferno. O che da lì fuoriesca odore di zolfo.

Tra l’altro, l’interno della Basilica, c’è la statua di un serpente che sarebbe stata portata a Milano proprio da Sant’Ambrogio. La tradizione le attribuisce delle proprietà vermifughe.

Villa Simonetta si trova abbastanza vicina a via Mac Mahon e a via Cenisio. Venne costruita per volere di Bascapè, un funzionario di Ludovico il Moro. A un certo divenne proprietà della famiglia Simonetta. Il membro più famoso di questa famiglia è senza dubbio Cicco. Nato in Calabria, divenne cancelliere del Ducato di Milano. Fu al servizio di Francesco I Sforza, Galeazzo Maria e Bona di Savoia. Lodovico il Moro lo fece decapitare. Era una delle persone più potenti del Ducato.

In ordine di fama, subito dopo di lui viene Clelia. Clelia ebbe molti amanti. Si racconta che dopo aver consumato li uccidesse o li facesse uccidere. Ma non è questa la parte interessante. La parte interessante è questa: con i resti di questi uomini avrebbe creato un golem.
Inoltre, a Villa Simonetta c’è il suo spettro. Ogni tanto appare.

La terza storia è probabilmente la più celebre. Nei pressi di Parco Sempione si aggirava una donna elegante e dal bel corpo. Ma il viso era coperto.
Adescava gli uomini, lo portava nella propria casa (molto lussuosa) e si concedeva a loro.

Durante il rapporto, il volto era sempre coperto. Anche quando la donna era nuda. Una volta, uno le tolse il velo e scappò via terrorizzato perché la donna aveva il volto di uno scheletro (o comunque un aspetto raccapricciante).

Come avete visto, non ho scritto “i diavoli, i golem, gli spettri e le donne con la faccia di teschio non esistono”. In primo luogo perché non lo so. Secondo, perché non voglio offendere chi ci crede (soprattutto, in quella del diavolo e in quella degli spiriti). Io non ci credo ma è una mia opinione. Rispetto chi ha una posizione diversa dalla mia.

Debunking

Pertanto, confuterò la leggenda di Carlina utilizzando argomentazioni concrete e condivisibili.

1) Lo ius primae noctis. Alessandro Barbero ha smontato il mito della sua esistenza. Andate a vedere il video su YouTube.

2) Anche ammettendo che questa pratica sia stata in voga, la possiamo collocare nell’alto medioevo. Ricordiamoci che la prima pietra del Duomo è stata posata nel 1386.

4) Ipotizziamo che a Schignano vi fosse davvero un feudatario che esercitava la ius e che lo facesse verso la fine del XV secolo. Però, le guglie del Duomo sono state messe tra la metà del XVIII se e la metà del XIX secolo. Se vedete le raffigurazioni del Duomo del Seicento, fate fatica a riconoscerlo. Io ne ho vista  una Palazzo Morando.

Sì, visto che Gian Galeazzo Visconti voleva una cattedrale gotica, c’erano delle guglie sulla facciata. Di certo, non la foresta di pietra che avrebbe spaventato Carlina.

In una versione della storia, Renzino e Carlina salgono sul Duomo per ammirare la Madonnina. Che è stata messa nel 1774.

Ora, voi ambientereste questa vicenda così avanti del tempo? Senza considerare che alcune statue sono del Novecento.

Voi mi direte: perché applicare il fact checking a una leggenda? Il fact checking è l’analisi delle notizie e serve a smascherare le fake news, le leggende metropolitane e i miti da sfatare.

Torniamo a Carlina. Perché ho applicato il fact checking a questa storia? L’ho fatto perché chi l’ha inventata e chi l’ha diffusa ignorava quello che abbiamo detto prima sul Duomo. Ora, non è una cosa fondamentale da conoscere. Come non lo è la questione dello ius primae noctis. Però in una storia in cui ci sono lo ius primae noctis e il Duomo lo è. Inoltre, non guasterebbe che i milanesi, compresi quelli ariosi come me, sapessero certe cose della propria città.

Io apprezzo la volontà di dare a Milano una storia di fantasmi ma la si poteva costruire meglio. La si sarebbe potuta ambientare nel XIX secolo. La Madonnina c’era già.

Inoltre, quelle che ho riassunto prima secondo me sono più interessanti e sono fatte meglio. Così come quella di Bernarda. Una parte di me crede che a Villa Simonetta ci fosse un golem e che il fantasma della ragazza si aggiri per le stanze. Ma la leggenda di Carolina proprio non la convince. Questa parte è disposta a farsi ingannare, ma bisogna farlo bene.

Leggende metropolitane e fake news

C’è anche un’altra cosa: la diffusione di questa storia segue le stesse dinamiche di quella delle fake, delle leggende metropolitane, delle frasi fatte e dei luoghi comuni. Tutte cose che possono diventare pericolosissime.

Avete presente la storia del tasso del miele che mette passa spavaldo tra i leoni? La mia parte che crede all’esistenza del fantasma di Clelia si è fatta ingannare. Dico ingannare perché poi ho visto un video di Barbascura X che lo ha confutato. Vi invito ad andare a vederlo.

Questa volta mi sono concesso di non praticare il fact checking perché la storia era gustosa e innocua. Però mi rendo conto che se ci abituiamo a credere a tutto le fake news proliferano.

In realtà, possiamo inserire la storia del tasso del miele nella categoria “Leggende metropolitane”. Le leggende metropolitane esistevano già prima della diffusione del Web. Alcune molto prima.

Un’altra leggenda metropolitana celeberrima è ‘Paul is dead’. Per chi non la conoscesse: Secondo chi la sostiene, Paul McCartney è morto nel 1966 in un incidente stradale ed è stato sostituito con un poliziotto canadese.

Le prove?

1) Alcuni riferimenti nelle canzoni dei Beatles e nelle copertine dei loro dischi.

2) Le modifiche di alcuni elementi del viso, come la distanza tra il naso e il labbro superiore. Questa distanza non cambia nel corso della vita, dicono.

Il brano (meraviglioso) degli Elio e le Storie Tese Mio cuggino parla proprio delle leggende metropolitane.

Per la maggior parte, le leggende sono innocue. Ma alcune anticipano le fake news. Anzi, le definirei proprio delle fake news ante litteram. Quali? Ad esempio, quelle che diffondevano odio razziale o che contribuivano a diffonderlo.

La più famigerata è: gli zingari rapiscono i bambini.

Peccato che non trovi riscontro nella realtà e che non siano stati registrati casi.

Fiducia

Perché ci crediamo? Ci crediamo perché ci credono tutti, perché è risaputo. Perché ci credono persone di cui ci fidiamo. Ci credo perché lo ha detto mio cugino, direbbero gli Eelst.

Jean Noel Kapferer nel libro Voci che corrono ha scritto che ci crediamo perché ci fidiamo della comunità che le produce o che ci crede. Quella comunità è la nostra comunità, anche in senso lato.

Secondo lui, le leggende metropolitane si basano su un ribaltamento: non è più “ci credo perché è vero” ma “è vero perché ci credo”. E ci si crede per i motivi che abbiamo scritto poco fa.

Kapferer fa anche notare che le persone che riportano le leggende metropolitane non hanno mai vissuto queste vicende prima persona, che sono state riferite loro da altri. Il brano di Elio Mio cuggino segue lo stesso schema.

Tutto sommato, ci comportiamo spesso allo stesso modo: non potendo verificare tutti le notizie che leggiamo, dobbiamo fidarci di chi le riporta. Ci deve sembrare attendibile e dobbiamo pensare che lo sia anche per gli altri del nostro mondo.

Ho letto che una certa percentuale del PIL di Tuvalu deriva dalla sua estensione di dominio.

Potrei trovare il modo consultare il suo bilancio di Stato.

Potrei fare come Bart, che per verificare la veridicità dell”affermazione di Lisa  secondo cui nell’emisfero boreale l”acqua gira sempre in sempre in senso antiorario telefona a un bambino in Australi, e contattare il governo di tuvaluano (controllare termine).

Mi accontento di controllare la serietà di chi l”ha riportata.

Se poi la notizia viene riportata da altre fonti attendibili, ancora meglio.

Questo è uno dei modi in cui si fa debunking. Mi riferisco al consiglio “guardate  se i principali giornali nazionali o le agenzie di stampa ne parlano’ quando c’è il sospetto di essere di fronte a una fake news.

La faccenda, però, è più complessa.

Innanzitutto, i giornali nazionali non possono trattare di tutto. Per fortuna, esistono le testate locali e le riviste di settore, che, nella stragrande maggioranza dei casi sono serissime.

Avendo lavorato per una testata locale, vi dico che non potrebbe essere altrimenti perché molti lettori hanno un rapporto diretto con i giornalisti e viceversa.

In secondo luogo, non tutti i giornali nazionali vengono considerati attendibili allo stesso modo.

Terzo, può capitare che anche quelli attendibili e le agenzie di stampa sbaglino. Pertanto, c’è il rischio che una notizia si diffonda anche in ambienti non bufalari. Tuttavia, in questo caso dobbiamo parlare di errore e non di fake news. Ci torneremo.

Nell’orazione civile per la tragedia del Vajont, Marco Paolini dice che all’inizio testate come il Corriere e firme come Bocca e Buzzati scrissero che era stata una tragedia naturale. Solo dopo, grazie all’inchiesta di Tina Merlin, giornalista dell’Unità, si scoprì che era stata colpa della Sade. Qualcuno obietterà che L’Unità è comunque un giornale attendibile. Il punto è che lo è pure il Corriere.

Quattro: non tutti reputano attendibili le stesse fonti. Anzi, per molte persone, quelle inattendibili sono proprio quelle mainstream e quelle ufficiali. E danno credito a quelle che per altri sono bufalare o non sono degne di considerazione.

Pur non appartenendo a questa categoria (anzi!), per correttezza devo dire che non sempre hanno torto. Almeno, nel non fidarsi delle fonti ufficiali.

Dopo i fatti della Diaz, alcuni funzionari di Polizia, mostrarono le prove di progetti di azioni violente da parte del Genova Social Forum per spiegare l’intervento degli agenti. Prove che si sono dimostrate false.

Ciononostante e nonostante altri episodi, mi fido ancora della Polizia e delle Forze dell’Ordine. Come mi fido delle agenzie di stampa e della maggior parte dei giornali, anche se a volte sbagliano.

Ipse dixit

Attenzione: ho scritto “maggior parte”. Questo significa che altri non godono della mia stima.
Questo è l’altro aspetto della questione: la fiducia in chi dice o scrive qualcosa. Una sorta di Ipse dixit. Al netto degli errori.

Per chi non lo sa, l’espressione (in greco αὐτὸς ἔφα, autòs epha) ) era riferita a Pitagora. Poi, per molti secoli, quell’ipse indicò Aristotele. Lo ha detto lui, quindi è vero.

Il paradosso è che la rivoluzione eliocentrica nasce proprio dal dogmatismo degli aristotelici. Nel saggio Salvare i fenomeni, Duhem spiega che nel medioevo esistevano due posizioni contrapposte, quella tolemaica e quella aristotelica. I primi ponevano la Terra su fuoco di un’orbita ellittica e i pianeti su degli epicicli. Lo facevano per spiegare il moto di pianeti, che a volte tornano indietro, a volte sono più vicini e a volte sono più lontani. Se la Terra è al centro è al centro e i pianeti e il sole le girano intorno, com’è possibile? Significa Aristotele si è sbagliato. Capita anche a lui.

Ma i sostenitori dello Stagirita avevano fiducia nel loro maestro. In soldoni, dicevano: “Sappiamo che ha ragione. È vero, con gli strumenti di oggi non riusciamo a dimostrarlo ma un giorno c’è la faremo’.

Finché Copernico, aristotelico, non ebbe l’idea di invertire la posizione tra il sole e la Terra, salvando l’idea di centro. Probabilmente, il geocentrismo era sacrificabile. Anche perché il cambiamento nell’astronomia era nell’aria.

Reputo che questo sia l’atteggiamento corretto nei confronti dell’auctoritas (cioè di una fonte autorevole): riporvi moltissima fiducia ma essere pronti a criticarla quando sbaglia ed essere pronti a cambiare quello che va cambiato. Inoltre, fidarsi di un giornale o di un esperto eccetera non significa non accettare le confutazioni di ciò che ha scritto o di ciò che ha detto.

Nessun “Lo ha detto il telegiornale”, frase che Enzo Jannacci ripete più nel brano “Quelli che” per schernirla. (Riferimento vile Trent’anni senza andare fuori tempo”.

Certo, la confutazione dev’essere suffragata da prove efficaci e serie. Ossia in grado di convincere il mondo accademico e gli esperti del settore.

Se dalla confutazione nascerà una nuova teoria, anch’essa dovrà essere in grado di convincere il mondo accademico e gli esperti del settore. Per poi. eventualmente, arrivare a tutte le persone.

Altrimenti, è meglio tacere.

Questo significa fidarsi della scienza: se non sono capace di dimostrare qualcosa, accetto le posizioni di chi ne sa più di me.

Sto dicendo che non bisogna informarsi? No. Sto dicendo che solo chi è del settore può parlare? Schliemanm non era un archeologo eppure ha scoperto Troia. Ha dimostrato in modo empirico di avere ragione.

Per concludere il capitolo, qualcuno penserà che io voglia creare una contrapposizione tra popolo e professori. E che io parteggi per i secondi. Ha ragione ma non del tutto. Infatti, se da una parte, come diceva Eraclito, uno vale per me più di 10.000 se migliore, dall’altra non dobbiamo cadere nel dogmatismo e bisogna capire i dubbi che hanno le persone e cercare di fugarli.

Due verità

Amélie Nothomb è nata a Kobe, Giappone, il 13 agosto 1967.
Figlia di un diplomatico belga, ha girato con la famiglia in vari Stati dell”Estremo Oriente. Ha scritto alcuni libri dedicati al primo periodo asiatico della sua vita. Siccome lei è molto produttiva, non li ho letti tutti e probabilmente ne conosco solo una parte. Sicuramente,  Metafisica dei tubi e Biografia della Fame appartengono a questa categoria. Ho scritto “il primo periodo asiatico della sua vita” perché a vento”anni è ritornata. Dalla seconda esperienza nipponica sono nati Stupore e Tremori e Né di Eva né di Adamo. Infine, c’è La Nostalgia Felice, che racconta i giorni che la scrittrice belga ha passato nei luoghi della propria infanzia, dove è  ritornata per girare un  reportage dopo lo scoppio della centrale nucleare avvenuto nel 2011 a Fukushima..

Però, da qualche tempo, in Rete circola un’altra biografia di Amélie: è nata a Eftterbeck, in Belgio, il 9 maggio 1966.
Mi rammarico: anche io sono nato 13 agosto e considero un privilegio compiere gli anni nello stesso giorno di una delle mie scrittrici preferite.

I siti che sostengono la seconda ipotesi sembrano seri. Ma la prima la troviamo sui libri che ha pubblicato e su alcuni siti che sembrano altrettanto affidabili. Uno, addirittura, c’informa che uno dei suoi antenati contribuì all’annessione di una parte del Lussemburgo al Belgio.

Quindi, la storia della nascita in Giappone è vera o no? La mia risposta è che non m’importa: è gustosa ed è innocua.

Se dovessi scrivere una sua biografia o fare una tesi su di lei, attingerei da fonti non serie ma serissime, possibilmente cartacee. Magari le scriverei anche.

Ma finché si tratta di fare conversazione o di cose altrettanto leggere, mi tengo la storia dell’Amélie nata in Giappone. Al limite, potrei aggiungere l’altra, per completezza.

I motivi? Tra le due è più bella e perché non è complottista. Sostenerla non denota ignoranza e presunzione. Crederci non aiuta la diffusione dei virus letali. E perché non si tratta di una cosa assurda ma possibilissima. È plausibile che la figlia di un diplomatico belga non nasca in Belgio.

Già, l’assurdità e la plausibilità.

Ironia

Ho citato più volte la canzone Mio cuggino degli Eelst. Anche Francesco Gabbani ha fatto una canzone dedicata allo stesso argomento, Pachidermi e pappagalli. Ma mentre la prima parla di cose (non tutte) che potrebbero anche capitare, la seconda ironizza su deliri complottisti e teorie (teorie…) poco credibili. Per capire meglio, v’invito ad ascoltare entrambe (a mio giudizio sono molto carine e divertenti nella forma).

Ecco una strofa del brano di Gabbani

Marilyn ed Elvis vivono alle Hawaii
Hanno aperto un bar che si chiama Star, fanno affari d’oro

L’uomo è stato già clonato, fatto a pezzi, resuscitato
Si può campare a fieno, peggio il latte del veleno!
Non esiste prova alcuna dello sbarco sulla Luna
Le piramidi egiziane sono marziani.

E una di quello degli Eelst

Mi ha detto mio cuggino
che una volta è stato con una che poi gli ha scritto sullo specchio benvenuto nell’aids

Pachidermi e pappagalli è anche un libro di Cottarelli. Sottotitolo Tutte le bufale in campo economico cui ancora continuiamo a credere.

Non è un caso. Infatti, all’inizio del libro Cottarelli cita espressamente Gabbani e lo ringrazia.

Che cos’è la verità? Secondo i credenti, la Verità è Cristo. Mutatis mutandis, ogni religione risponde in modo analogo.
Tuttavia, non voglio trattare la questione della verità da una prospettiva sacra ma umana.

Dopo questa premessa, la definizione più calzante di verità rimane quella di Tomaso d’Aquino (Anzi, di Anselmo da Aosta): veritas est adequatio intellectus et rei. La verità è l’accordo tra l’intelletto e la cosa. E anche tra la parola e la cosa. Detto in un altro modo, non è ciò che esiste o è esistito a essere vero o falso ma le nostre affermazioni e i nostri pensieri su di esso.

Quando scrivo “ciò che esiste o è esistito” intendo anche ciò che fa parte del mondo della fantasia e dell”immaginazione.

Faccio un esempio riprendo qualcosa di cui ho già parlato in questo libro.

Ho scritto che in una puntata dei Simpson Bart compie un’azione. Questo episodio esiste? Se si, quello che ho scritto è vero. Nel caso contrario, non è vero. Pertanto, sarebbe più corretto parlare di veridicità. Bene.

Adesso vi faccio un’altra domanda: qual è il contrario di verità?

Qualcuno dirà: bugia.

Non è sempre così.

1) Chi fa un’affermazione non vera a causa di un errore o dell’ignoranza non dice un bugia.

2) Il mondo che ci circonda non è assoluto ma in relazione a chi lo vive e a quando lo vive

Una strada che per me è silenziosa e priva di odori per il mio cane può essere rumorosa e piena di stimoli olfattivi.

Noi sappiamo che le nostre case sono piene di acari, batteri e virus. Sono così tanti che non sono loro a essere tra noi ma il contrario, ha detto il relatore della conferenza Antibiotici: i microbi sono untori o vittime?

Eppure, la frase “questa stanza è vuota” è vera (a meno che non facciamo i microbiologi e stiamo svolgendo il nostro lavoro).

3) I bambini (ma non solo i bambini) che, giocando, dicono di essere chi non sono non stanno mentendo. Allo stesso modo, non mentono gli attori e le attrici, le scrittori e le scrittrici, le poetesse e i poeti, i cantanti e le cantanti. Stanno fingendo. Parola che, ci hanno spiegato Alessandro Baricco e Andrea Marcolongo, prima di assumere una connotazione negativa, significava immaginare, figurarsi, modellare la realtà grazie a al pensiero. Entrambi citano “io nel pensier mi fingo” dell’infinito di Leopardi.

Ritroviamo questo senso nel termine inglese fiction.

4) A volte diciamo delle cose che non sono vere e ne siamo consapevoli. Anche i nostri interlocutori lo sanno ma non ci correggono.  Eppure nessuno inganna e nessuno si fa ingannare. L’esempio classico: nelle nostre conversazioni utilizziamo ci riferiamo ancora a un modello geocentrico e parliamo di sole che si sposta.

5) La sospensione della realtà avviene anche nelle opere di fantasia e nelle poesie. No, non mi riferisco ai draghi volanti o ai lupi dotati di favella. Parlo di quegli elementi che vanno contro le leggi della fisica (senza che l’autore abbia fatto intendere che in quel mondo non valgono). Quando facemmo il canto dell’inferno in cui le lacrime dei dannati si ghiacciano (il XXXIII), una compagna obiettò che il sale delle lacrime ne impedisce la glaciazione. L’insegnante le rispose che le ragioni della poesia superano quelle della fisica.

Allo stesso modo, è un po’ fuori luogo l’obiezione “Le rose e le viole non crescono nello stesso periodo” (Il sabato del villaggio).

Menzogne vs bugie

Dopo aver scremato ed eliminato tutte queste cose che non sono vere, ci rimangono le bugie. Anzi, le menzogne. Bugia ha ancora, in parte, una connotazione innocente e infantile. Le bugie di Pinocchio. Le bugie dei bambini. Le bugie d’amore.
“E mi accorgo quanto è vera una bugia, cantavano Francesca Alotta e Aleandro Baldi”. Le bugie di bene, che infrangono l’obbligo della verità tanto caro a Kant.

Feyerabend fa questo esempio: siete al capezzale di una donna. Questa donna vi chiede notizie del figlio. Voi sapete che il figlio è in prigione. Che cosa fate? Le dite che il figlio sta bene e la fate morire serena? O le dite la verità e la fate morire con questo dolore? Lui è per prima opzione. No, no. Usiamo menzogna. Ecco la nemica della verità.

Osserviamo però che mentire non è un verbo così negativo. Forse perché a bugia non corrisponde un verbo preciso e la perifrasi dire le bugie si usa con i bambini. Però esiste sbiugiardare Anche la Treccani scrive Il termine è più comune e familiare del suo sinonimo menzogna, e in genere indica una mancanza meno grave (dire un sacco di bugie).

Menzogna. È anche cacofonico.

Ecco la definizione della Treccani

Affermazione contraria a ciò che si sa o si crede vero, o anche contraria a ciò che si pensa; alterazione (oppure negazione, o anche occultamento) consapevole e intenzionale della verità (in questo sign. è meno pop. di bugia, che indica, di solito, una mancanza meno grave).

Sottolineerei un elemento di questa definizione:

“consapevole e intenzionale (menzogna vs errore).

Pertanto, non hanno niente di positivo. Se possiamo accettare quelle dette per difendersi, dobbiamo essere del tutto intolleranti verso quelle fabbricate per danneggiare qualcuno o qualcosa o per far circolare informazioni  pericolose. In altre parole, dobbiamo essere del tutto intolleranti verso le fake news.

Non ho utilizzato il termine fabbricate a caso. Infatti, la loro creazione e la loro diffusione è affidata a delle macchine organizzative che le fanno diventare virali.

Molte fake news di questi ultimi anni riguardano la questione climatica, l’invasione dell’Ucraina e il COVID 19.

Poi ci sono quelle intramontabili: quelle basate sull’odio razziale e/o religioso e quelle create per infangare le persone.

I confini non sono sempre netti e spesso con la stessa fake posso ottenere due risultati o anche più di due.

Il caso più eclatante fu quello della sorella di Laura Boldrini che, secondo la macchina del fango, gestiva delle cooperative che sie occupavano dell’accoglienza dei migranti. La notizia era falsa. L’ex presidentessa della Camera rivelò che la sorella era morta da anni.

Questa fake alimentò l’odio razziale  si nutriva dell’intolleranza verso gli immigrati e verso l’accoglienza e voleva screditare Laura Boldrini.

Capite che non si tratta di un errore per cui basta una rettifica?

Valentina Petrini, giornalista televisiva, ha scritto un pamphlet intitolato “Non chiamatele fake news”. Infatti, reputa il termine ancora troppo indulgente.

Capite anche che è sono una cosa diversa rispetto ai coccodrilli albini giganti che abitano nelle fogne di New York (una leggenda metropolitana molto diffusa)?

O al luogo e alla data di nascita di Amélie Nothomb?

Ammettiamo che non sia vero che sia venuta al mondo in Giappone ma che lo abbia fatto in Belgio.

Metto da parte la mia simpatia per quest’ultimo Paese e vi chiedo: quali danni d’immagine le può aver creato? Anzi, seondo me ha aumentato il suo fascino e l’ha resa più interessante.

Nota personale: la qualità dei suoi libri è alta, a prescindere dalla sua biografia.

Insomma, alcune piccole falsità fanno addirittura bene alla persona alla quale sono riferite.

Leggende metropolitane e fake/2

Per molto tempo, si credette che Mussolini, quando Vittorio Emanuele III lo nominò Presidente del Consiglio, avesse detto questa frase: “Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto”.

Non era vero, ma secondo voi a Mussolini dispiaceva?

Allo stesso modo, alcune leggende metropolitane possono avere avuto un’utilità sociale. Ad esempio, questa.

Un ragazzo va letto con una sconosciuta e la mattina lei gli scrive sullo specchio “Benvenuto nell’aids”. Questa storia nel non può essere vista come un invito alla cautela e all’utilizzo dei profilatici? Al contrario, non vedo nessuna utilità nella diffusione delle fake news. Anzi, fanno solo danni gravi. È vero, oggi si dice fake news o bufale, due termini pressoché interscambiabili. Nonostante il nome simpatico, le bufale non hanno niente di simpatico.

Noto tuttavia che le leggende metropolitane sono fuori moda. Anche come espressione. Non ci sono più le famiglie che vanno al mare, trovano un cane sulla spiaggia, lo adottano e poi scoprono che si tratta di un topo gigante.

Mentre scrivo questo libro, è in corso l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Perché lo dico? Perché Putin ha varato un provvedimento contro la diffusione delle fake news. Prevede pene detentive fino a 15 anni e le fake news sono le notizie che non combaciano con quelle diffuse dal governo russo e dai media governativi. Avevate dei dubbi?

Fonti alternative?

Spesso, chi distorce la realtà e diffonde le bufale, anche in buona fede, accusa gli altri di essere o dei bufalari o delle pecore addormentate che credono alle falsità dell’informazione ufficiale Loro dicono stampa di regime e stampa mainstream. Salvo poi andare spesso che canali televisivi mainstream.

Non si limitano a criticare ma hanno i loro giornali e loro canali preferiti. Poiché sono persone generose e poiché pensano di avere la missione di svegliare i dormienti, li consigliano a chi ancora crede a ciò che dice l’informazione di regime.

Ironia a parte, è interessante osservare che esistono dei canali che in certi ambienti sono mainstream. Un mainstream parallelo.

Contro narrazione

Allo stesso modo, la contro narrazione, cioè il racconto e la visione di qualcosa da una prospettiva diversa da quella ufficiale, all’interno di alcuni circuiti diventa narrazione ufficiale.

Questa non è una critica ma una constatazione. Spesso anch’io seguito la contro narrazione invece della narrazione. Tuttavia, spesso ho dato retta alla narrazione mainstream. La discriminante è stata, è e (me lo auguro) sarà la capacità di persuasione. Quanto sei capace di convincermi che ciò che dici rispecchia la realtà? Quanto sei capace di convincermi che sei serio e affidabile? Il resto non conta.

Non ho usato a caso il termine generico “qualcosa” e non un più giornalistico ‘i fatti” proprio perché la contro narrazione può riguardare anche un’idea che si diffonde. La Ferrero, in un momento in cui l’olio di palma è visto in modo negativo, ha preferito fare un video per dire che quello che usa lei è di qualità, ecologico ed etico.

Se fatta bene, la contro narrazione ci presenta dei mondi che non conosciamo e ci spinge a mettere  in discussione pregiudizi. Durante una lezione, ho parlato di Coma gatte, che dipinge Calvairate in in un modo diverso dalla vulgata. Ne mette in risalto le qualità senza negare che abbia dei problemi, come molti quartieri periferici (non solo di Milano).

Da un punto di vista etico, e non solo etico, non sempre è possibile farlo. Non ci può essere una contro narrazione del nazismo e delle altre dittature. La contro narrazione sul COVID 19 ha aiutato il virus a circolare e a uccidere.

Altre contro narrazioni per adesso sono poco persuasive. Ad esempio, la negazione dello Sbarco sulla Luna. O l’idea che la Terra sia piatta. Può essere che ci sbagliamo dal VI secolo avanti Cristo. Già Anassimandro, il pensatore che mi ha fatto innamorare della filosofia, aveva intuito la presenza della tridimensionalità e della curvatura visto che pensava che la Terra avesse la forma di una colonna. Meglio, del tamburo di una colonna. Secondo Diogene Laertio stati i pitagorici i primi a capire che la Terra è sferica.

In attesa delle loro argomentazioni persuasive, continuo a essere convinto che la Terra sia sferica, che siamo andati sulla Luna, che i vaccini non causino l”autismo e che il covi sia una cosa seria”. Mi sarebbe piaciuto scrivere”sia stato una cosa seria” ma proprio ieri (21 settembre 2022) Pregliasco ha detto che prevede un’altra ondata.

Debunking/2

Nel romanzo 1709 ho accennato alla vicenda del crono visore. In breve, un monaco, Padre Pellegrino Eretti sosteneva di aver inventato uno strumento che gli consentiva di vedere immagini del passato, anche di un passato molto remoto. Disse di aver assistito alla rappresentazione di un’opera teatrale andata perduta. Non si limitò ad assistervi ma trascrisse le parti mancanti. Ma un’esperta di lettere lettere classiche notò che nella ricostruzione erano presenti termini che quando venne scritta l’opera non facevano parte del vocabolario latino e che si sarebbero diffusi solo più avanti.

Il caso di debunking più famoso della storia basato sull’analisi della lingua è quello fatto da Lorenzo Valla nel XV secolo.

Nel libro La donazione di Costantino, Lorenzo Valla spiegò che il documento omonimo era un falso.

Per chi non lo sapesse, il donazione di Costantino era un documento con cui l’imperatore cedeva Roma e parte dell’Italia centro-meridionale alla Chiesa.

Lorenzo Valla ha dimostrato che è un falso perché il latino utilizzato non è quello dell’epoca di Costantino ma è quello di un periodo successivo.

Ma l’analisi del linguaggio per smascherare i falsi non riguarda soltanto i massimi sistemi.

Infatti, può aiutare qualcuno a dimostrare di non aver detto o scritto qualcosa perché lo stile non è coerente con il suo.

In una delle conferenze che ho seguito per la formazione continua dei giornalisti, spiegarono che in caso di violazione della casella di posta elettronica, gli inquirenti guardano se il linguaggio e la formattazione delle mail inviate dopo l’hackeraggio o l’intromissione è coerente con quello abituale della persona interessata.

In un modo analogo, possiamo evitare di cadere nel phishing osservando dei dettagli: alcuni particolari diversi nel nome, un indirizzo di posta elettronica o un indirizzo del sito diverso da quelli istituzionali.

A volte i messaggi contengono degli errori o grammaticali oppure si capisce che chi li ha scritti non padroneggia bene l’italiano. Inoltre, sebbene sia risaputo, è bene ricordsrlo:nessuna banca invia link o mail chiedendo le credenziali né tantomeno lo fa per telefono.

Clickbaiting

In realtà, quelli che vi sto per dare sono solo degli indicatori. Che cosa voglio dire? Voglio dire che non tutte le fake news, le bufale eccetera vengono vengono scritte così e che questo modo di cucinare le notizie viene utilizzato anche per quelle vere.

1) Toni sensazionalistici. L’obiettivo è suscitare indignazione.

2)  Non rispetto delle 5 w (chi, cosa, quando, dove, perché). Le informazioni sono molto generiche. Mi è capitato di leggere notizie su fatti avvenuti in luoghi inesistenti. Oppure, il fatto è successo ma non dove o quando diceva l”articolo.

3) Errori grammaticali e poca cura della forma.

(Non parlo delle fonti e dei contenuti perché lo faccio più avanti)

Ma è dai titolisti e da chi mette le foto che dobbiamo stare in guardia.

Alcuni articoli sono anche onesti. È il titolo a dare informazioni fuorvianti. Fuorvianti proprio perché deconstualizzati. Non c’è discrepanza tra il titolo e il contenuto dell’articolo ma c’è discrepanza tra il contenuto dell’articolo e le aspettative create dal titolo.

Ricordo un caso di non molto tempo fa.
l titolo diceva: non sarà più possibile prelevare.
Aspettativa: un divieto governativo.
Contenuto: diminuzione degli sportelli.

Altri esempi

Titolo: Addio a (personaggio famoso)
Aspettativa: è morto.
Contenuto: ha lasciato la trasmissione (fateci caso: il termine non è mai preciso, diretto. Non scrivono mai: «è morto». La vaghezza aiuta).

Titolo: Perché Gino Paoli si è sparato?
Aspettativa: si è sparato ieri.
Contenuto: si è sparato anni fa (nel 1963).
Adesso un caso particolare di clickbaiting: la verità non vera.
Titolo: Apologia al terrorismo, rossonero arrestato: l’annuncio del club
Aspettativa: è stato un giocatore del Milan.
Contenuto: parla di un giocatore del Nizza.
In realtà, io da questi articoli mi aspetto proprio che deludano le attese. Tutto questo si chiama clickbaiting, il fratello delle fake news.

Non tutti i clickbaiting sono nocivi. Tuttavia, condividere alcuni elementi con la maggior parte delle fake news.

Quali?

Titoli sensazionalistici
Leva su sentimenti come la commozione e l’indignazione.
L’omissione di alcuni particolari.

Non tutte le fake news sono false: alcune riportano dei fatti veri ma tralasciano degli elementi importanti. Una di queste è stata la seguente: Fauci ha detto che i vaccinati possono ammalarsi e contagiare.

Come l’hanno intesa i no-vax: vaccinarsi è inutile.

In effetti, Fauci l’ha detto ma ha detto anche che è molto meno improbabile che un vaccinato si contagino o che vada in terapia intensiva o addirittura muoia rispetto a un non vaccinato.

Come se non bastasse, ha ribadito che anche i vaccinati dovranno continuare stare attenti (mascherina, gel igienizzante, distanziamento eccetera).

Alcune discrepanze tra il titolo e il contenuto nascono dall’ignoranza. Ho visto più di una volta un titolo che faceva riferimento a leggi assurde e poi il contenuto parlava di ordinanze comunali. Sono due cose un po’ diverse: le leggi sono deliberate da un organo collegiale la loro violazione può comportare azioni di tipo penale da parte dell’autorità giudiziaria. Le ordinanze sono decise da un organo monocratico (il sindaco) e la loro violazione non viene perseguita in modo penale
Non è una differenza da poco. Voglio pensare che gli autori abbiano agito in buona fede.

Fonti

Durante la pandemia, ho abbracciato posizione molto rigide, soprattutto sull’uso della mascherina.

Un amico no-mask mi ha inviato un articolo che parlava di uno studio secondo cui la mascherina non ha aiutato a contenere la diffusione del contagio.

Siccome sono una persona disposta a cambiare idea ma sono anche convinto delle mie, che cosa ho fatto? Ho cercato la falla nel discorso.

Qual era?

In realtà, erano più di uno.

1) Fonti non attendibili

2) La notizia rimbalzava solo in alcuni nell’ambiente “critico nei confronti delle misure di contenimento del COVID 19”.

3) Le stesse argomentazioni non erano impeccabili.

Riprendo il discorso delle fonti. Quando leggiamo una notizia, chiediamoci: chi la riporta? Sui siti d’informazione più accreditati se ne parla?

Ricordate quello che abbiamo scritto nel capitolo precedente sui clickbaiting, in cui c’è discrepanza tra il titolo e il contenuto del pezzo? Il mio consiglio (e non solo il mio) è: non apriteli. Non apriteli perché non se lo meritano. Non meritano che il conteggio delle visite dica che sono tante. Volete sapere se Wanna Marchi è morta? In questi giorni vedo dei titoli che la riguardano. Andate sul sito dell’Ansa, del Corriere, su Wikipedia etc e guardate se c”è qualcosa. E poi lo avrebbero detto in televisione, no?

Qualcuno obietterà che alcune notizie si trovano solo sui giornali specializzati. È vero. Ma pur essendo di nicchia sono seri e autorevoli.

Un’altra obiezione è questa: molte notizie si trovano solo sulla stampa locale. Risposta: è vero. La maggior parte delle testate locali è serissima.

Il giornale più antico d’Italia è la Gazzetta di Mantova, fondato nel XVII secolo. Alcuni suoi giornalisti sono passati in Rai. Tra questi, Auro Bulbarelli.

Quest’ultimo, diventato direttore di Rai Sport, ha raccontato che l”esperienza di giornalista da marciapiede e le riunioni redazionali sono state fondamentali per la sua formazione professionale.

Qualche anno fa ho fatto un corso online con il quotidiano Cronacaqui. Nelle dispense mettevano in guardia dal riportare una notizia solo perché l’hanno fatto altri giornali, anche se autorevoli. Come abbiamo visto, anche loro hanno preso delle cantonate. Secondo loro, e non solo secondo loro, bisogna verificare sempre.  L’indicazione vale soprattutto per i giornalisti.

Come di fa? Quando lavoravo a Sprint e Sport, mi hanno insegnato che bisogna parlare con i testimoni diretti dei fatti o con persone che li conoscono e informate sui fatti. Mi hanno insegnato che quando ci sono delle liti o degli episodi incresciosi bisogna sentire entrambe le versioni. Mi hanno insegnato a dare voce ai protagonisti e facendogli rilasciare delle dichiarazioni. Purtroppo, non è sempre possibile.

Andare alle fonti significa anche leggere gli articoli o i post che ne parlano. Vale anche per i video e per i libri.

Se più persone si fossero prese la briga di leggersi le dichiarazioni di Fauci, i negazionisti avrebbero avuto un’arma in meno.

Quando il ministro olandese ha detto no al recovering fund lo fatto perché, secondo lui, la ricchezza pro capite in Italia è più alta di quella che c’è nei Paesi del Nord. Quindi, se là hanno i conti pubblici a posto, qui le persone non stanno male. È come se avesse detto “non ne avete bisogno perché state meglio di noi. Eppure, è passato un messaggio di rigidismo intransigente.

È vero, mi ha aiutato quel poco che so di nederlandese. Ma anche per i testi inglesi, i traduttori online ormai sono abbastanza evoluti e ci aiutano a capire il senso di un articolo.

Se non volete tradurre testi scritti in lingua straniera, ci sono anche molti casi in Italia in cui una frase è stata estrapolata, decontestualizzata e travisata.

Mi viene in mente il famigerato “Zeru tituli” di Mourinho. È stata vista come uno scherno nei confronti delle altre squadre. Invece, se si ascolta tutto il discorso, ci si accorge che non è così. Anzi.

Del resto, l’ermeneutica di Gadamer c’insegna che per capire i testi dobbiamo tenere conto del contesto.

Anche Bert, l’algoritmo di Google, opera  tenendo conto di tutto il testo e non delle singole parole o delle singole frasi.

Riprendo l’esempio che ho trovato sul sito di Roberto Serra: sa capire se la parola “credenza” si riferisce alla credenza popolare o a una dispensa.

Ritorniamo alle fonti.

Gli storici non ne possono prescindere. I giornalisti neppure e tra le fonti ci sono i confidenti e le gole profonde.

Anche per chi si occupa di letteratura, di cinema, di teatro e di cultura in generale sono importantissime.

Per i non addetti ai lavori il discorso è leggermente diverso. Siccome uno non può leggersi tutti i libri o vedersi tutti i film del mondo, deve affidarsi agli esperti.

Premesso che è meglio non criticare un film senza averlo visto, se proprio dobbiamo giudicarlo e parlarne senza averlo visto, basiamoci su delle recensioni autorevoli e/o affidabili.

Tuttavia, una recensione o un testo che parla di un libro (etc) può aiutarci a capirlo meglio anche se lo abbiamo letto (etc).

Questo è il capitolo più importante della prima parte del libro. Tutti quelli precedenti sono propedeutici a questo.

Questo testo non si rivolge a un pubblico generalista e il suo scopo principale non è insegnare alle persone a riconoscere le fake news e i clickbaiting, benché sia una cosa utile. Ma come ho detto al corso di copywriting ai miei studenti, dopo un po’ le si riconosce a fiuto. Dopodiché, si va a verificare.

Questo articolo non si rivolge neanche ai giornalisti, ai critici, agli storici e così via.

Questo libro si rivolge ai copywriter, ai blogger e tutti gli altri creatori di contenuti sul web.

In particolare, questa prima parte è dedicata ai link e in particolare ai link esterni.

Infatti, è importante sia sapere verso quali siti indirizzare i lettori sia, soprattutto, verso quali non indirizzarlo. Ne va della vostra reputazione o del cliente per cui scrivete.

Ci sono solo due casi in cui siete autorizzati a linkare verso siti di clickbaiting, di bufale e di fake news: se credete che siano notizie vere (ma credo che avreste già interrotto la lettura di questo libro) o se lavorate per qualcuno che crede siano notizie vere (o che finge di crederci).

Nell’elenco di poco fa non ho inserito le leggende metropolitane: linkate pure a siti che ne parlano, purché si capisca che trattano la materia come curiosità, come elemento di folklore e di cultura popolare o da un punto di vista eziologico o storico.

Questo è il capitolo più importante della prima parte del libro. Tutti quelli precedenti sono propedeutici a questo.

Link

Questo libro non si rivolge neanche ai giornalisti, ai critici, agli storici e così via.

Questo libro si rivolge ai copywriter, ai blogger e tutti gli altri creatori di contenuti sul web.

In particolare, questa prima parte è dedicata ai link e in particolare ai link esterni.

Infatti, è importante sia sapere verso quali siti indirizzare i lettori sia, soprattutto, verso quali non indirizzarlo. Ne va della vostra reputazione o del cliente per cui scrivete.

Ci sono solo due casi in cui siete autorizzati a linkare verso siti di clickbaiting, di bufale e di fake news: se credete che siano notizie vere (ma credo che avreste già interrotto la lettura di questo libro) o se lavorate per qualcuno che crede siano notizie vere (o che finge di crederci).

Nell’elenco di poco fa non ho inserito le leggende metropolitane: linkate pure a siti che ne parlano, purché si capisca che trattano la materia come curiosità, come elemento di folklore e di cultura popolare o da un punto di vista eziologico o storico.

In un certo senso, per quello che riguarda i link esterni, il compito del copywriter è un po’ più semplice rispetto a quello di altri perché può puntare sulla buona fede. Intendo dire che nessun copywriter che linka verso una notizia o un’informazione riportata da una fonte ritenuta attendibile rovinerà la propria reputazione e quella del proprio committente anche qualora la notizia o l’informazione risulti non veritiera.

Naturalmente, valgono tutte le regole che abbiamo stabilito nei capitoli precedenti.

Invece, sempre a proposito di fonti, vorrei porre una questione: come fa un copywriter a dimostrare che quello che scrive è vero se nessun altro sito ne parla?

Ipotizziamo due casi.

Il primo è il seguente. Il copywriter si ricorda di averlo letto su un giornale o su un libro ma si accorge che in Rete non ce n’è traccia. Alla fine, le cose sono sul web perché noi ce le mettiamo. Ma se nessuno inserisce un articolo, il passo di un libro, una citazione e così via, non ci saranno. Sembra una tautologia ma apre un problema non da poco: per alcune persone se qualcosa non è su Internet non esiste.

A questo punto, il copywriter dovrebbe riportare il riferimento cartaceo (con più dati possibili: titolo, autore, anni di pubblicazione, citazione esatta) che suffraga quanto ha scritto.

In questo modo, inoltre, colmerà una lacuna della Rete.

Il secondo caso è il seguente: un web writer è la prima persona a venire a conoscenza di qualcosa. Come fa a dimostrare che è vero? Non sto parlando di siti importanti. Un giornalista che lavora per il Corriere della sera può essere il primo a dare una notizia. Ma una realtà più piccola (penso soprattutto ai micro blogger) o è molto autorevole nella propria nicchia o dove provare quello che scrive tramite foto, filmati e audio.

Riprendendo il discorso dei link da non mettere, non vanno messi per suffragare informazioni che sanno tutti. Umberto Eco nel saggio come si scrive una tesi di laurea dice che non bisogna mettere una citazione quando si parla della scoperta della America da parte di Colombo.

I link però traggono dall’imbarazzo quando si ha il dubbio se spiegare o meno qualcuno o se dire o meno qualcuno.

Premessa: non si scrivono informazioni superflue.

Prendiamo la frase Gualtieri è il sindaco di Roma, la capitale Italia.

Ora, a meno che il testo non si rivolga a degli stranieri o a dei bambini (bambini ai quali interessa chi è il sindaco di Roma…), la specificazione la capitale d’Italia non è solo inutile, ma anche fastidioso.

Tuttavia, i casi non sono sempre così cristallini. Molte volte mi sono chiesto scrivo questa cosa? Chi legge la sa già o è un informazione che gli può essere utile. Naturalmente bisogna pensare al proprio target. Spesso ho risolto mettendo un link.

Un altro errore da non fare è mettere un link al sito di un competitor, anche se lavora in un altro settore. Ammetto di averlo commesso. Il fatto è che quando utilizzo una fonte mi sembra corretto citarla. Anche utile, per dare più autorevolezza al mio testo.

Bisogna andare evitare di mettere dei link a dei siti il cui indirizzo non inizia con https. Questo perché sono considerati meno sicuri. Infatti, i siti il cui indirizzo comincia con https hanno un sistema di crittografia che protegge i nostri dati. In soldoni, gli hacker non possono carpire i nostri dati personali o le informazioni inerenti al nostro conto corrente o alla nostra carta di credito. Infatti, spesso, al posto di https c’è un lucchetto.

Oltretutto, Google interdisce l’accesso ai siti il cui dominio non inizia con https.

Comunque, è un errore che può capitare. Non rovina la vostra reputazione e quella del vostro cliente. Però, i site audit lo segnalano come errore e influisce in modo negativo sullo stato di salute di un sito

Invece, non vi dico di non linkare a siti tossici perché se lo fate è un’azione consapevole e probabilmente non state leggendo questo libro.

I link esterni non servono solo a corroborare un’affermazione. Servono anche a non scrivere.

Ci sono delle situazioni in cui è meglio non scrivere. Quali?

La prima è quando non ci sentiamo abbastanza ferrati su un argomento e magari non abbiamo neanche il tempo di approfondire oppure si tratta di qualcosa di molto tecnico. Meglio far parlare gli esperti.

La seconda è quando un cliente ci chiede un testo molto breve. Diciamo di 300 parole, che secondo Yoast è il minimo. Più avanti vi spiego che cos’è Yoast, anche se molti di voi già lo sanno.
Capitano anche clienti che li vogliono addirittura più brevi.

Oppure, un cliente vuole un testo più lungo di 300 parole ma non vuole divagazioni, vuole che ci atteniamo strettamente all”argomento.

Oppure, siamo noi stessi a voler scrivere un testo breve e senza divagazioni-
Adesso parliamo dei link interni, cioè di quei link che conducono  altre pagine o ad altri articoli del nostro sito.

Perché si mettono?

1) Perché i motori di ricerca preferiscono il materiale che li contiene. Quindi, servono ai fini della scalata nella della serp. Lo stesso discorso vale quelli esterni.

2) Alla fine del capitolo precedente, abbiamo visto che non è sempre possibile dilungarsi. In questo caso, se abbiamo già scritto un articolo, possiamo mettere un link che rimandi a esso (Non mi piace usare “esso”, ma a volte devo).

3) Allo stesso modo, chi fa e-commerce può indirizzare il lettore verso la pagina dello shop.

4) Sia chi fa e-commerce sia chi non lo fa deve linkare verso una “utile” (ho messo le virgolette perché tutti gli articoli hanno la loro utilità o almeno così dovrebbe essere). Prendiamo un libero professionista. Non può vendere i servizi direttamente sul sito perché ogni caso ha bisogno di uno studio e quindi non si può fare un prezzo a priori. In compenso, può far atterrare il lettore su una pagina come contatti, chi siamo, recensioni, portfolio, perché scegliere noi. Vale a dire su una pagina che lo aiuti a essere contattato per avere i suoi servizi.

Inoltre, fare un sito di e-commerce non costa poco. Di conseguenza, questo sistema può essere utile anche per chi vende prodotti.

5) I link interni servono anche a risolvere il problema dei contenuti orfani. Che cosa sono i contenuti orfani? Si tratta delle pagine e degli articoli che non ricevono link da altre parti dello stesso sito. Sono degli articoli che sono rimasti isolati.

Infatti, visto che il web è una rete di legami, è sconsigliato lasciare dei contenuti s-connessi. Non è detto che Google e gli altri motori di ricerca non li trovino, ma fanno più fatica. I link interni servono anche a eliminare i contenuti orfani (nel senso che non saranno più orfani) o ridurne il numero.

È normale che qualche contenuto sia orfano, in particolare gli ultimi prodotti. Basta rimediare il prima possibile linkandolo a uno degli articoli successivi o a uno di quelli precedenti. La prima soluzione è preferibile in quanto nel secondo caso bisogna fare una modifica intaccando l’equilibrio del testo.
Attrenzione: è sconsigliato anche avere pagine con pochi collegamenti interni.

Yoast

Quando gli articoli cominciano ad aumentare, diventa difficile tenere sotto controllo in contenuti orfani. Per fortuna, esistono alcuni plug-in che ci aiutano. Tra questi c’è Yoast.

Yoast non serve solo a questo. La maggior parte dei copywriter and company lo conosce molto bene. Lo conosce perché aiuta a capire se sono state rispettate le regole minime della seo e della leggibilità. Riprenderemo il discorso leggibilità nella seconda parte del libro.

Soffermiamoci sulle indicazioni per la seo.

Yoast tiene conto di questi elementi:

Keyword nel primo paragrafo, nel titolo, parola chiave esatta nel titolo e nella parte sinistra del titolo.

Densità della parola chiave.
Distribuzione della parola chiave.
Presenza della parola chiave nei titoletti.
Link interni.
Link esterni.
Parola chiave nella meta descrizione.
Parola chiave mai usata in precedenza
Lunghezza della meta descrizione.
Parola chiave nello slug (nell’URL).
Distribuzione della parola chiave
Lunghezza del title.

Vediamo brevemente ognuno di questi punti.

Keyword nel primo paragrafo.
Dobbiamo precisare che nella seo non esistono errori ma cose che è meglio non fare.

Si può anche non mettere la parola chiave all’inizio dell’articolo ma, come suggerisce Yoast, bisogna essere sicuri che il lettore capisca subito di che cosa stiamo parlando.

Tutto sommato, non ho mai avuto problemi a seguire questo suggerimento perché una delle prime cose che mi hanno insegnato in redazione è stata: bisogna esprimere il concetto nelle prime due righe.

Qualcuno dirà: ma non c’è già il titolo? Sì ma meglio non lesinare da questo punto di vista.

Keyword nel titolo C’è poco da aggiungere.

Keyword esatta nel titolo. Spesso, quando d’imposta una parola chiave, non si mettono le preposizioni. Questo permette di giocare meglio con la keyword nel testo.

Keyword nella parte sinistra del titolo. Secondo alcuni studi, è la parte che il nostro occhio vede prima. È un consiglio che in linea di massima si può seguire. A patto di non scrivere in modo innaturale. Inoltre, mettere la parola chiave in mezzo o addirittura a destra si può anche fare e sicuramente troverete molti esempi sia sul web sia sul cartaceo (titoli di libri e di giornali).
Densità della parola chiave.

È un concetto abbastanza controverso. Il linea generale, sembra una cosa abbastanza superata. Però. Ci torno tra poco. Yoast ci dice se abbiamo usato la parola chiave (almeno) il minimo indispensabile. Ci dice anche se abbiamo esagerato. Anche questo punto è da approfondire. Ma andiamo con ordine.

1 densità della parola chiave. Una volta dicevano che doveva essere compresa tra lo 0.5% e il 2% del testo. Il punto non è tanto che si tratti di un concetto considerato superato (un minimo ci deve essere) ma che non bisogna forzare il testo per inserire la
parola chiave.

È  un errore che ho fatto anche io e sono stato redarguito. Oggi si preferisce fare priorità alla soddisfazione degli intenti di ricerca. E non è detto che i motori di ricerca indicizzino i nostri articoli solo in base alla parola chiave che abbiamo impostato. Anzi. Mi è capitato di vedere un mio articolo al primo posto facendo una ricerca che non conteneva la parola chiave che avevo impostato. Un’altra cosa importante è che il testo sia scorrevole e naturale. Alcune keyword si possono mettere tante volte, altre no.

Una parola chiave a coda lunga, cioè composta da più termini, probabilmente sarà più difficile da inserire  in un testo e in una percentuale superiore allo 0.5%-1% rispetto a una a coda corta. Come ha detto Giorgio Taverniti, l’importante è metterla nel titolo, all’inizio e nei titoletti perché sono le prime cose che guardano i motori di ricerca. Dice anche che è importante avere uno stile riconoscibile e fare contenuti di qualità.

2) Keyword stuffing. Quando si ripete troppe volte la parola chiave. Non piace ai lettori e non piace ai motori di ricerca. Google potrebbe penalizzare la pagina. Infatti, un tempo molti copywriter e blogger ripetevano la keyword più del dovuto proprio per farsi trovare dai motori di ricerca. Che però ora sono meno di sprovveduti. Ma se qualcuno esagera in buona fede, Yoast può aiutarlo.

Distribuzione della parola chiave

In questo caso, Yoast non mi fa quasi mai la faccina verde. Io sottintendo molto i soggetti oppure metto dei sinonimi. Se posso non scrivere una parola perché penso che sia superflua non la scrivo. Inoltre, se alterniamo singolare e plurale, considera solo la keyword come l’abbiamo impostata.
Prima di chiudere questo discorso, devo precisare che i motori di ricerca non vedono il metatag keyword. Lo inseriamo solo per fare un controllo.

La lunghezza del title non dipende solo dal numero di caratteri ma anche dai pixel. Si tiene cioè conto della grandezza fisica dei caratteri e dello spazio che occupano.
UN CONTO È UN TITLE COME QUESTO
e
un conto è un title come questo.

Inoltre, il title non coincide con il titolo dell’articolo (il cui termine tecnico è H1), ma comprende anche elementi come il nome della pagina, il nome della categoria, il nome del sito eccetera. Title e H1 possono anche essere molto diversi l’uno dall’altro. WordPress li fa quasi coincidere, ma è possibile fare delle modifiche al title.

Dobbiamo scrivere una metadescrizione (le 2 righe che trovate sotto al title) di circa 160 caratteri che deve contenere la keyword. Non troppo breve (arancione) e non troppo lunga (errore rosso). Non troppo lunga perché i motori di ricerca le troncano. Anche se una metadescrizione troncata potrebbe incuriosire il lettore e indurlo a cliccare. Parola chiave nella meta descrizione. Va messa una volta, massimo due. Tenete conto che la meta description è lunga al massimo 160 caratteri.

Attenzione: se Google lo reputa opportuno, può presentare ai navigatori una metadescrizione diversa dalla nostra e senza la parola chiave scelta da noi. Infatti, può decidere anche che un nostro articolo soddisfa le esigenze del lettore sebbene la sua ricerca non contenga la parola chiave scelta da noi.

Lo slug è l’ultima parte dell’url, che è l’indirizzo esatto della pagina. I motori di ricerca preferiscono quelli che contengono la keyword perché sono più intellegibile. Per lo stesso motivo preferiscono gli URL e gli slug parlanti, ossia quelli formati da parole di senso compiuto, rispetto agli slug e a agli URL parametrici i, ossia quelli che contengono una serie casuale di lettere, numeri e segni d”interpunzione. Anche gli umani li preferiscono. Perché rendono più facile capire di che cosa parla l”articolo. E perché sono più facili da memorizzare.

Link interni e Link esterni. Ne ho parlato prima.

Parola chiave mai utilizzata prima
Se indicizziamo due articoli con la stessa keyword, Yoast ce lo segnala con una faccina gialla. Se lo facciamo con tre, ce lo segnala con una faccina rossa.

Il problema è la cannibalizzazione delle parole chiave. Due articoli impostati con la stessa keyword possono confondere i motori di ricerca e questo comporta il rischio che uno dei due non arrivi molto in alto nella serp. Nel caso peggiore, tutti e due (o tre). Inloltre, enttambi potrebbero ricevere dei backlink, cioè dei link da altri siti. Siccome e un fattore di ranking, meglio un articolo che riceve dieci link rispetto a due che ne ricevono 5.

Problema nel problema: a Yoast basta che aggiungiamo o togliamo una preposizione o un articolo o che mettiamo il singolare o viceversa ed è contento. Ma Google non sempre si accontenta di queste microvariazoni. Anche perché quando facciamo una ricerca ci restituisce i risultati sia per il singolare sia per il plurale. Non solo: ormai capisce i sinonimi. Proprio oggi (9 novembre 2022) ho cercato ‘mobiletti blindati” e mi sono usciti degli articoli sugli armadi blindati.
La cannibalizzazione delle parole chiave si ha anche quando due o più articoli soddisfano le stesso intento di ricerca. Viceversa, può non esserci anche se la keyword è la stessa.

FORMA

Leggo e sento da molte parti che è meglio non utilizzare le subordinate perché rendono difficoltosa la comprensione del testo. Inoltre, ormai si utilizzano sempre di più le coordinate. Pertanto, anche i copywriter dovrebbero adeguarsi a questa tendenza.
Mi permetto di non essere d’accordo. Partiamo dal secondo punto. I copywriter (e i professionisti della scrittura in generale) non devono contribuire all’impoverimento della lingua. Al contrario, devono preservarne la ricchezza espressiva e difenderla dagli errori.

Ora, sono il primo a sostenere che quando si scrive occorra adattare il lessico al contesto e al target. Se riproduco un dialogo, non posso utilizzare espressione che nessuno adopera. Anche se la conversazione si svolge tra due persone molto colte, certe espressioni non vengono usate. Allo stesso modo, si deve tener conto di chi parla, di che cosa si parla e del tipo di contesto (formale o informale).

Contesto

Allo stesso modo, un conto è un testo che riproduce il linguaggio parlato e un conto è un testo che si attesta su un linguaggio scritto. Anche nel secondo caso, è bene non utilizzare espressioni innaturali. In entrambi i casi, bisogna chiedersi: se io sentissi qualcuno parlare così, come mi sembrerebbe? Va da sé che nel caso dell’utilizzo del linguaggio scritto (con eventualmente un uso di termini aulici e un registro alto) il termine di riferimento sono eventi culturali come le presentazioni. Ancora meglio sarebbe valutare la scorrevolezza e la naturalezza di un testo fingendo che sia stato scritto da un’altra persona. Dobbiamo considerare anche il target.

Oltre al target, dobbiamo considerare anche la predisposizione. Dobbiamo immaginare lo stato d’animo con cui una persona si approccerà al nostro testo. In una puntata de Il tech delle cinque hanno ricordato che il nostro atteggiamento nei confronti di  un video su Tik tok è molto diverso rispetto a quando lo facciamo su YouTube. Nel primo caso ci attendiamo video brevissimi (30 secondi) mentre nel secondo siamo disposti a guardare video molto lunghi (anche di ore). Come si applica questo ai testi? In fondo, questo è un libro che parla di scrittura e quindi anche di lettura?

Semplicemente, non ci approcciamo a un romanzo nello stesso modo in cui ci approcciamo a saggio. Non ci approcciamo a un articolo di cronaca nello stesso modo in cui ci approcciamo a un elzeviro. Anche all’interno della stessa tipologia di testo possiamo avere approcci differenti. Una cosa è leggere un saggio di tipo divulgativo e una cosa è leggere un testo per addetti ai lavori.

Se preferite in un altro esempio (magari pensate che gli esperti leggano solo testi del secondo tipo), non leggiamo un giallo di Agatha Christie come ne leggiamo uno di Jussie Adler Olsen. Allo stesso modo, non guardiamo i polizieschi europei, soprattutto  quelli tedeschi, nello stesso modo in cui guardiamo Csi o Criminali Mind. Questo è dovuto principalmente al fatto che abbiamo delle aspettative diverse.

Pertanto, quando impostiamo un articolo, dobbiamo considerare tutti questi elementi. Tuttavia, chiunque è in grado di comprendere un periodo con una principale e qualche subordinata.

Ecco perché all’inizio ho scritto «Leggo e sento da molte parti che è meglio non utilizzare le subordinate perché rendono difficoltosa la comprensione del testo». Inoltre, ormai si utilizzano sempre di più le coordinate. L’ho fatto per dire che non sono d’accordo. Del resto, queste frasi contengono delle subordinate. Avete fatto fatica a comprenderle?

Qualcuno dirà: ma chi legge questo libro probabilmente ha una cultura medio-alta. Bisogna considerare l’italiano medio, le persone con una scolarizzazione media. Non per questo libro ma per cose che leggono un po’ tutti. Va bene, andate da chi volete voi e fategliele la leggere. Oppure, pensate voi a un periodo (inteso come struttura di frasi). Se la persona non conosce il significato di subordinata, spiegateglielo con parole vostre. Però, in un video Alfonso Cannavacciuolo fa notare che solo 1 persona su 3 capisce la frase il gatto miagola perché ha fame.

A questo punto faccio due considerazioni.

La prima è che sento spesso persone iniziare un periodo con Siccome o con visto che. Quindi con una causale. Quindi con un subordinata.

Apro una parentesi sulle causali. Spesso, secondo me, sono i veri pilastri dei periodi.

Prendiamo questa frase: poiché non ci sono più mezzi ed è tardi chiamo un taxi. Il fulcro del discorso è che sono solo di notte e non so come andare a casa. Chiamare il taxi è solo una conseguenza.
Io lo scriverei anche così

Non ci sono più mezzi perché è tardi. Pertanto, chiamo un taxi per tornare a casa.

La seconda è che neanche a me piacciono le frasi con troppe subordinate. Ma un minimo ci stanno

Modi

Adesso parlo un po’ del congiuntivo. C’è chi lo disapprova, chi non lo utilizza anche quando dovrebbe e chi lo mette anche dove non andrebbe. Ad esempio, alcuni esperti dicono di adoperarlo il meno possibile. Come si fa? In alcune costruzioni è imprescindibile. Non si può dire penso che è. Nelle ipotetiche di terzo e quarto grado, l’imperfetto va bene solo colloquialmente o se usiamo l’italiano neostandard. Dall’altra parte ho visto far reggere il congiuntivo al verbo dire e non nella forma impersonale.

Taboo

Noto gli stessi estremismi con le parole straniere. Ci vorrebbe più equilibrio. I principi sono sempre gli stessi: target, contesto, comprensibilità, naturalezza, scorrevolezza, correttezza sintattica e grammaticale.

Ultimamente, c’è un nuovi nemico: gli avverbi in -mente. Bah.

ABC

Il giornalismo è un settore in cui è necessario saper adattare il linguaggio al contesto e al target pur mantenendo correttezza di grammaticale e chiarezza. Chiarezza che insieme alla brevità e all’accuratezza è una delle regole principali del giornalismo. Si chiama proprio regola dell’Abc.
Di che cosa si tratta?

Accuratezza

Accuratezza significa verificare le fonti, utilizzare solo quelle attendibili, dare una notizia solo quando si è sicuri, non diffondere fake news, non fare clickbaiting, non utilizzare un linguaggio che possa fomentare odio e intolleranze, essere precisi, rispettare le persone, valutare se dire una cosa oppure no.

Io ho sempre seguito un principio: piuttosto che dare un’informazione errata, non la do.

Secondo me l’accuratezza si vede anche dai dettagli. Ad esempio, una volta mi sono indignato perché avevo letto che Mourinho è spagnolo.

Voi direte: t’indigni per così poco? Il fatto non è la cosa in sé (non è quasi mai la cosa in sé): ci ho visto una mancanza di rispetto nei confronti del Portogallo, come se fosse una propaggine della Spagna.

Per lo stesso motivo, mi arrabbio quando di un belga si dice che è francese. Questa leggo caipirinha con la tilde invece di caipirinha. Una volta, un commentatore televisivo benché gli avessero appena spiegato la pronuncia esatta di un giocatore olandese ha preferito continuare a dirlo in modo errato, alla tedesca.

Però, in questo caso posso capire: quando si ha a che fare con una parola straniera, secondo avviene qualcosa di simile all’imprinting. Cioè tendiamo a continuare a pronunciarla in modo errato (se l”abbiamo imparata in modo errato) anche quando impariamo il modo corretto di dirla. A me capita con Kluivert: anche se ho imparato la pronuncia corretta, tendo a sbagliarla. Ma nel caso del giocatore olandese ci ho visto una sorta di negligenza che potremmo tradurre così: l’olandese è una lingua minore, pertanto tanto vale pronunciare il nome alla tedesca perché il nederlandese è un tedesco di serie b”. E lo stesso vale per il rapporto portoghese-spagnolo. Nederlandese è un sinonimo di olandese. Come neerlandese.

Io capisco che non possiamo sapere tutte le lingue ma sbagliare deliberatamente!
La questione delle lingue minori da approfondire. Non penso che esistano. Tutte hanno la stessa dignità. L’estinzione di molti idiomi è dovuta anche a questo. Anche la parola dialetto è discriminante. In molti conoscono la massima una lingua è un dialetto con esercito e marina. Dal punto di vista giuridico, una lingua esiste se c’è una legge che la definisce come tale.

Tuttavia, penso che molta gente usi dialetti nel senso di lingue diverse da quelle nazionali in buona fede. Anche chi ha la consapevolezza che non c’è differenza parlando normalmente non può dire sempre “lingue locali’. Insomma, vediamo dialetto come sinonimo. Eppure, a questa idea di lingua minore dobbiamo dei capolavori come L’analfabeta e Trilogia della città di K. di Agotha Kristof.

Lei, ungherese rifugiata in Svizzera dopo i fatti del ’56, scelse di scrivere in francese perché riteneva che la sua non fosse una lingua importante come il francese e perché non riteneva di essere una scrittrice così grande da poter utilizzare una lingua minore. Mi permetto di dissentire su entrambi i punti. Soprattutto sul secondo.

E naturalmente la correttezza grammaticale e lessicale, la scelta del tono di voce e la scorrevolezza e la naturalezza del testo.

Brevità

No, non vuol dire che il testo debba essere breve. Significa che non dobbiamo sprecare le parole, fare delle circonlocuzioni inutili. Carducci diceva “chi dice con venti parole quello che si può dire in dieci è capace di qualsiasi nefandezza”.
Noi professionisti della scrittura (sebbene non tutti) siamo un po’ fissati con il non sprecare le parole e cerchiamo di usarne il meno possibile. Il fatto è che le reputiamo preziosissime. Inoltre, sappiamo che un testo prolisso rischia di annoiare i lettori. Ora, non è così semplice. Infatti, a volte è necessario utilizzare venti parole invece di dieci.

  • Lo impongono lo stile e il tono di voce.
  • Qualche parola in più migliora il ritmo e la fluidità.
  • Se scrivere più parole aiuta a capire meglio il contenuto. Anche il sito di Yoast dice qualcosa di simile.
  • Dobbiamo raggiungere un numero minimo di parole perché così vuole il committente ma non abbiamo molto da scrivere.
  • Siamo al di sotto quota 300, che è il numero minimo secondo Yoast. Infatti, se ne scriviamo meno c’è il rischio che i motori di ricerca non indicizzino il testo.

Questo è un problema che riguarda chi scrive articoli per siti e blog. Quello dell’indicizzazione intendo. Invece, quello del limite minimo di parole riguarda anche altri soggetti che scrivono. Ad esempio, chi produce testi per i giornali cartacei. O gli scrittori. Partiamo dal secondo caso. Qualora scriviate un libro, è molto probabile che la casa editrice vi chieda un numero minimo di cartelle e quindi di caratteri. Vi ricordo che i caratteri (o battute) comprendono le lettere, i numeri, gli spazi, i simboli e i segni di punteggiatura. Invece, quando si scrive per la carta stampata non è tanto una questione di numero di caratteri quanto una questione di spazio: bisogna arrivare fino all’ultima riga e all’ultima riga è preferibile arrivare almeno poco oltre la metà. In questo secondo caso è più che altro una questione grafico-estetica.La scrittura e la grafica hanno un legame molto stretto.

E se non c’è più niente da scrivere, bisogna trovare il modo di allungare il testo.  O il brodo, come si dice in gergo. Lo si fa in due modi (che si utilizzano anche per i testi online): o aggiungendo dei contenuti o aggiungendo delle parole o qua e là. Il primo, almeno per quello che mi riguarda, è meno faticoso. Ho più difficoltà a ritoccare le frasi che a modificare le frasi in questo modo. Per due motivi. Uno è che difficile capire quando si è in dirittura d’arrivo, bisogna andare sempre a guardare il conteggio parole. L’altro motivo è quello che più mi tocca da vicino.

Quando scrivo un periodo, peso le parole e cerco un armonia interna. Penso che molti altri professionisti della scrittura facciano come me. Inoltre, abbiamo visto che un testo in cui ci sono molte frasi (in percentuale) con più di venti parole non è particolarmente per il web. E anche sul cartaceo la lettura non sarebbe molto agevole. Pertanto, a mio avviso, la soluzione migliore è aggiungere del contenuto. Solo che anche in questo caso i problemi non mancano. Innanzitutto, non sempre abbiamo il tempo necessario per poterlo fare. I giornali cartacei hanno un orario di chiusura. Significa che c’è un termine massimo entro cui tutto il materiale digitale deve essere pronto per la stampa.

Addirittura, ci possono essere più chiusure nell’arco della stessa giornata. Ad esempio la 5 deve essere pronta per le 19 e la 23 per le 15. Naturalmente, se ci si accorge di un errore grave, si possono riaprire. L’ultima pagina che viene chiusa è la prima, di solito. È talmente facile intuire le cause di questa scelta diffusa che è superfluo esporle. Ma anche se scriviamo per il web abbiamo così tanto tempo.

Certo, se ci sappiamo gestire i ritmi sono meno serrati. Ma può arrivare quel momento in cui un blogger o un seo copywriter si rende conto che gli manca tanto da scrivere e, non avendo più niente da dire, deve cercare argomenti nuovi. Ma la la ricerca, la rielaborazione e la produzione testuale portano via tempo. Sia quando siamo alle prese con un testo per il digitale sia quando siamo alle prese con un testo per il cartaceo. Inoltre, anche se decidiamo di fare un copia e incolla dobbiamo scegliere bene da dove prendere il testo da incollare.

Una soluzione alternativa consiste nell’aggiungere cose che già conosciamo. Peccato che non sempre ci vengano in mente informazioni utili, interessanti e pertinenti. Inoltre, il committente ci può imporre di attenerci strettamente all’argomento dell’articolo.

In un racconto, La scrittura del dio, Borges ha scritto che ogni parola ha in sé l’infinito.
Allo stesso modo, ogni argomento si collega ad altri argomenti, che si collegano ad altri argomenti.

Infine, ci sono i libri. In teoria, non ci dovrebbero essere problemi di tempo perché uno invia il manoscritto quando è pronto. La lunghezza richiesta è, in genere, di almeno 200.000-220.000 caratteri spazi inclusi. Pertanto, bisogna arrivare a quella quota e magari la storia in sé si esaurisce con meno battute. Per fortuna ci sono le sotto storie e le divagazioni.

A questo proposito  Kundera ne Il Sipario ha scritto che l”essenza del romanzo è proprio il fatto che oltre alla story l’autore faccia delle digressioni che interrompono la continuità della trama. Oggi molti esperti di narratologia aborrono le divagazioni.

 

Come Ágota Kristóf, anche Kundera ha scritto in un idioma diverso dalla propria lingua madre: è ceco e ha scritto in francese. Però solo da un certo punto in avanti (La lentezza, 1995). Invece, l’autrice di Trilogia della Città di K- non ha prodotto niente in ungherese. Ma questo libro è un capolavoro. Grazie a lei ho capito l’importanza della differenza tra scrittura soggettiva e scrittura oggettiva. Scrittura soggettiva: il capitano è generoso. Scrittura oggettiva: il capitano ci fa dei regali (con altri potrebbe non essere generoso).

Nihil nimis, nulla di troppo, dice un proverbio latino. Ma bisogna capire qual è questo “di troppo”.
Rimangono da dire tre cose, delle quali due sono collegate.

1) In Rete, si trovano testi molto più brevi di 300 parole posizionati bene nelle serp (la lista dei siti che viene presentata dai motori di ricerca quando si cerca qualcosa). Ci riescono perché soddisfano l’intento di ricerca.
2) Se lo soddisfano è perché probabilmente i loro contenuti sono accurati ed esaustivi. Giorgio Taverniti direbbe “pertinenti”. Insomma, di qualità. Tuttavia, è anche vero che in alcuni casi si trovano ai primi posti pagine in cui ci sono solo liste di prodotti con una descrizione molto breve (per la descrizione dei prodotti il limite minimo secondo Yoast è di 250 parole ctr). Questo avviene perché secondo il motore di ricerca quella lista asettica dà all’utente le risposte che cercava.

Da una parte, non c’è nessun legame tra qualità e lunghezza. Né in positivo né in negativo. Dall’altra, un testo corposo può trattare più sotto-argomenti e quindi rispondere a più domande e (nel caso sia sul web) soddisfare più intenti di ricerca.
3) Idealmente, un professionista della scrittura deve saper fare sia i testi molto corti sia quelli molto lunghi. Poi, come nell’atletica, ognuno ha la specialità o  specialità in cui rende meglio. E altre in cui è un po’ più carente. Sarà un caso che in molte redazioni ci sia la figura del titolista, che non è chi ha scritto l’articolo?

Nella mia esperienza redazionale, ho scritto anche dei titoli, anche ai miei articoli. Tuttavia, mi trovo più a mio agio con articoli di almeno 500 parole. Spesso, anche lunghi tre volte tanto.

Chiarezza

Non mi ci soffermo tanto. A meno che non scriviate enigmi, testi occulti o per iniziati o messaggi in codice, dovete essere chiari. Meglio ancora se siete anche esaustivi.
Tuttavia, anche in questo caso c’è qualche osservazione da fare. Innanzitutto, chiaro per chi? Per il numero più alto possibile di persone, mi si risponderà. Premettiamo che la chiarezza riguarda tre fattori: struttura della frase, lessico e contenuto.
La struttura della frase delle permetterne facilmente la comprensione. Pur sostenendo l’idea che occorra usare le subordinate, non mi piacciono i testi in cui bisogna andare a cercare la principale o il soggetto.

Struttura delle frasi

In teoria, l’ideale sarebbe scrivere periodi in cui all’inizio c’è la principale e frasi in cui all’inizio c’è il soggetto e poi il verbo. O in cui all’inizio c’è il verbo, visto che, come sappiamo, in italiano il soggetto si può omettere. In altre lingue, tra cui il francese, l’inglese e il neerlandese, non si può. In portoghese sì. Una volta ho provato a scrivere così e sapete che cosa è successo? Che ho interrotto ben presto questo esperimento perché molti periodi mi sembravano innaturali e non mi veniva spontaneo scrivere in quel modo. Il motivo lo si può immaginare: in italiano, spesso mettiamo prima il complemento, mettiamo due accusativi (questa cosa l’ho fatta) eccetera. Basta che ci ascoltiamo e che ascoltiamo gli altri.

È vero, è un fenomeno che riguarda soprattutto la lingua parlata: quella scritta tende a utilizzare lo schema svo. Tuttavia, può capitare di trovarne alcune che seguono altre strutture. In alcuni casi, uno schema sv(o) ci suonerebbe proprio strano. Il primo esempio che mi viene in mente è “Mancano cinque minuti alla fine delle partita”. Quindi, prima c’è il verbo e poi il soggetto. Provate a usare lo schema sv. Come vi sembra? Oppure, si può mettere il soggetto dopo il verbo per questioni di enfasi.

Forma passiva

Nello scritto è raro imbattersi nel doppio completo oggetto all’inizio ( o dislocazione a sinistra) —>questo l’ho fatto io. Al suo posto si trova frequentemente la forma passiva o la forma nello schema classico svo. Forma con due complementi con

Tra l’altro, in molti demonizzano la forma passiva. Ma in italiano si usa abbastanza spesso. Chi dice che non va usata fa esempi abbastanza tirati come “la carne è stata mangiata da me”. Nessuno parla così. Invece, attingiamo dalla realtà. Il Decameron è stato scritto da Boccaccio, il Belgio è stato invaso dalla Germania, il primo gol è stato segnato da Bacca, Genoveffa è stata licenziata e così via.
Tra l’altro, Yoast ci concede un 10% di frasi passive e riconosce che questa forma è utile quando non si conosce il soggetto o quando questo è irrilevante. Aggiungo: quando non ci vuole prendere delle responsabilità. Un conto è dire: “abbiamo/ho deciso di…” e un conto è dire: “è stato deciso di/che…”.

Consiglio di Yoast

Nella forma passiva, l’attore e il ricevente sono invertiti.
Non c’è un attore identificabile qui, né lui o lei sarebbe rilevante. Dopo tutto, stiamo parlando di un’azione generale qui, non di una specifica. Qualsiasi frase attiva alternativa sarebbe meno chiara e concisa della frase passiva che ho scritto, quindi è la migliore opzione disponibile.

In alternativa, potresti voler usare una frase passiva per concentrarti sul ricevente. Questo funziona quando l’oggetto è più centrale per l’argomento rispetto all’attore: JF Kennedy fu ucciso nel 1963 a Dallas, in Texas, da Lee Harvey Oswald.

Ciò significa che non siamo qui per dirti di evitare la forma passiva come la peste. Se è meglio dell’alternativa attiva, usala pure! Le regole sullo stile non sono quasi mai scolpite nella pietra, quindi non seguire la regola troppo rigorosamente. Fai ciò che ti sembra giusto e che rende il tuo testo scorrevole. Un massimo del 10% è generalmente sufficiente. 

Ultima considerazione: ripeto che la forma passiva ci permette di enfatizzare un elemento senza ricorrere al dislocamento a sinistra e nel dislocamento a sinistra spesso, soprattutto nel parlato, ciò che si vuole evidenziare diventa un complemento di termine.

Chiarezza del lessico

Chiediamoci se il nostro lettore tipo conosca quel termine. Se la risposta è no, abbiamo tre possibilità. La prima è utilizzarne un altro. La seconda è spiegarlo. La terza è mettere un link a un sito che ne spiega il significato (se si tratta di un testo online). Oddio, ci sarebbe anche una quarta possibilità: che il lettore in questione si cerchi le parole che non conosce.

Certo, non devono essere troppe. Io l’ho sempre fatto. Oppure, cerco di capirle dal contesto.
Sarebbe anche deleterio spiegare a qualcuno qualcosa che sa. A meno che il testo non abbia uno scopo enciclopedico o didascalico. Come, per esempio, Wikipedia o la Treccani. Alle elementari facevo le ricerche utilizzando ‘L’Universo”.

IPERTESTI

A ripensarci oggi, con i suoi rimandi ad altre voci, possiamo dire che utilizzava il principio dell’ipertesto. Anche Paolo d’Alessandro, docente di Filosofia Teoretica alla Statale di Milano, ha fatto notare come troviamo l’idea di ipertesto anche fuori dal web e dal digitale. Qualsiasi libro con le note si comporta come un ipertesto perché ci indirizza verso una parte che è diversa da quella che stiamo leggendo o verso altri libri.

Come lo sono i libri game. Come lo è ogni libro in cui c’è un rimando ad altri libri.

Questo avviene anche nella musica. La canzone degli Offlaga Disco Pax Piccola storia ultras cita un coro degli ultras della Reggiana che sua volta era un rifacimento del brano Morti di Reggio Emilia (il cui testo cita Bandiera Rossa e Fischia il vento).

Ho fatto l’esame di terza media alla fine degli anni ottanta.  L’insegnante di italiano, Antonio Pasquinelli di Parma, ci disse di creare delle connessioni tra una materia e l’altro e di scegliere gli argomenti anche in base a questo principio. Forse è anche per tutti motivi e per l’esperienza in redazione (per via dell’abitudine a verificare le fonti e la veridicità delle notizie) che mi sono trovato subito bene con il concetto di link e con il loro. Inoltre, quando Internet si è diffusa ero all’Università. Il lavoro in redazione mi ha anche aiutato nella costruzione dei testi in seo perché la struttura è abbastanza simile.

QUALCHE SPUNTO

Importanza dell’incipit.

  • Regola della piramide rovesciata.
  • Spezzare l’articolo con dei titoletti. soprattutto se è lungo.
  • Importanza della chiusura.
  • Spezzare l’articolo di un giornale cartaceo è utile soprattutto ai lettori. Spezzare l’articolo di un blog o la pagina di un sito è utile sia ai lettori sia ai motori di ricerca. Infatti, grazie ai titoletti entrambi riescono a comprendere  contenuto. Da un punto di vista seo, questo aiuta a far indicizzare l’articolo o la pagina.
  • Invece, la piramide rovesciata consiste in quanto segue: all’inizio si scrive di che cosa si parla e poi si sviluppa l’argomento con spiegazioni, considerazioni, analogie e così via.
  • Naturalmente, sia l’uno sia l’altro devono seguire la regola dell’abc. Sembra che stia per entrare in un loop ma in realtà è vero che un articolo chiaro deve essere accurato e breve.

Riprendo un attimo il tema delle fonti e dei rimandi per ricordare che qualora non troviamo qualcosa su Internet ma della cui esistenza siamo sicuri possiamo citare il riferimento bibliografico.

Infine, c’è la chiarezza dei contenuti. Tenendo conto del target e del fine. Da una parte dobbiamo tenere conto del pubblico cui ci rivolgiamo: è abbastanza irritante quando qualcuno ci spiega qualcosa che sappiamo già. Dall’altra, alcune produzioni possono permettersi di dirci quello che sappiamo già. Per esempio le enciclopedie. O i giornali. Inoltre, teniamo conto di una cosa: spesso si legge un testo non per conoscere qualcosa ma per corroborare la nostra posizione o per confutarne una con cui siamo in disaccordo. Forse questo lo sapete già e allora vi autorizzo a irritarvi con me.

A proposito di contenuti, oltre alla keyword principale, è bene inserire delle parole chiave correlate.

BOLD

Ho dedicato un articolo alla leggibilità, intesa come facilità di comprensione, e uno alla punteggiatura. Voglio, invece, scrivere qualche riga alla formattazione del testo. Pur sconsigliando ancora i muri di testo, faccio notare che li fanno anche dei siti autorevoli. Magari con qualche bold qua e là. Secondo me, basta un buon interlinea. Questo non c’entra con la suddivisione in sezioni ossia con l’uso dei titoletti perché questa ha che fare più con l’intelligibilità del testo, sia da parte dei lettori sia da parte dei lettori.

A proposito di bold, ricordo che
1. Vanno usati con parsimonia perché servono a mettere in evidenza le parole importanti. Se tutto è boldato, niente è boldato.
2. Non influenzano la seo. Possono farlo indirettamente perché facilitano la lettura. Ma i fattori di ranking sono talmente tanti (di cui alcuni sconosciuti) che…
3. Sempre per quanto riguarda la seo, c’è pochissima differenza tra <b> e <strong>. Per alcuni, il secondo conferirebbe più importanza semantica alle parola e quindi è utile soprattutto per i motori di ricerca, mentre il primo è pensato soprattutto per i lettori. Tuttavia, nel 2015, Matt Cutts ha detto che per Google non fa differenza. In ogni caso, WordPress propope di default strong.
4. Io preferisco non utilizzarlo perché non voglio influenzare il lettore e perché voglio che legga tutto il testo: per me, ogni elemento è importante per comprendere il senso del testo. Pertanto, ho ponderato tutto.

Chiudo dicendo che non esiste uno stile ideale di scrittura. Tenete conto dei principi espressi in questo articolo, siate autocritici (vi consiglio di ascoltare i vostri testi con Oratlas), rileggete e fate rileggere (possibilmente su carta). Se scrivete con un cms, fate le anteprima. E usate il correttore automatico.
 

 

 

 

 

I codici ascii più utili (secondo me)

Ecco i principali codici ascii. Servono per fare i segni che non si trovano sulla tastiera. Ho messo quelli che ho ritenuto più utili per una persona che deve scrivere un testo in italiano.

Li ho suddivisi per categorie. I codici ascii si fanno digitando  il pulsante alt i numeri che ci sono sulla parte destra della tastiera.

Per le lettere straniere, le maiuscole accentate e alcuni segni di punteggiatura vi rimando a un articolo di qualche tempo fa.

 

CODICI ASCII PER MATEMATICI

Frazioni

½ alt 171 oppure alt 0189
¼ alt 172 oppure alt 0188
¾ alt 243 oppure alt 0190

Parentesi

{ alt 123 parentesi graffa aperta
} alt 125 parentesi graffa chiusa

Potenze

º alt 167 oppure 0176
¹ alt 251 oppure alt 0185
² alt 253 oppure alt 0178
³ alt 252 oppure alt 0179

Segni di operazioni

± alt 241 oppure ± alt 0177
× alt 158 oppure alt 0215
· alt 0183
÷ alt 246 oppure alt 0247

Altro

ƒ alt 159 oppure alt 0131 funzione
µ alt 230 funzione di Möbius ˜
‰ alt 0137 per mille
¦ alt 0166 vertical bar

 

PUNTEGGIATURA PER CHI SCRIVE PRINCIPALMENTE IN ITALIANO

‼ alt 275 doppio punto esclamativo
… alt 0133 puntini di sospensione

Virgolette

« alt 174 oppure alt 0171 virgolette basse aperte
» alt 175 oppure alt 0187 virgolette basse chiuse
„ alt 0132 double low-9 quotation mark
‘ alt 0145 left single quotation mark
’ alt 0146 right single quotation mark
“ alt 0147 left double quotation mark
” alt 0148 right double quotation mark
‹ alt 0139 single left-pointing angle quotation mark/left pointing single guillemet

CODICI ASCII PER EMOTICON E SIMBOLI

Vari

♥ alt 3 oppure alt 259 cuori
♦ alt 4 oppure alt 260 quadri
♣ alt 5 oppure alt 261 fiori
♠ alt 6 oppurealt 262 picche
• alt 7 oppure alt 263 punto nero
○ alt 9 oppure alt 265 punto bianco
♂ alt 11 oppure alt 267 maschile
♀ alt 12 oppure oppure alt 268 femminile
☼ alt 15 oppure alt 271 sole
* alt 42 asterisco

Codici per simboli utilizzati in settori specifici

Commerciali

© alt 184 oppure alt 0169 copyright
® alt 169 oppure alt 0174 marchio registrato
™ alt 0153 trade mark

Linguistica

ˆ alt 0136 accento circonflesso
¨ alt 0168 dieresi
¯ alt 0175 simbolo utilizzato per le vocali lunghe

Valute

¢ alt 189 oppure alt 0162 centesimo
€ alt 0128 Euro
£ alt 156 oppure alt 0163 Lira/Sterlina (Pound)
¥ alt 190 oppure alt 0165 Yen
¤ alt 0164 valuta non specificata
Segni tipografici
‡ alt 0135 double dagger (per note a pie’ pagina)
¶ alt 244 oppure alt 0182 paragrafo
§ alt 245 oppure alt 0167 paragrafo

Informatica

\ alt 92 barra rovesciata

Musica

♪ alt 13 oppure alt 269 nota singola
♫ alt 14 oppure alt 270 due note

Simboli ascii utilizzati in vari settori

# alt 35 oppure alt 235 cancelletto o hashtag o diesis
† alt 0134 obelisco
~ alt 126 oppure alt 0152 tilde

PS

Per sapere come fare i simboli che trovate sulla tastiera, leggete l’articolo precedente


Se avete trovato utile l’articolo e volete che scriva i testi del vostro blog, contattatemi.


 

 

 

 

 

 

La funzione “trova e sostituisci” di Word

La funzione “trova e sostituisci” è una delle più importanti di Word. Infatti, ci permette di sostituire un termine con un altro. O, meglio ancora, di rimediare a un errore di battitura o di ortografia.

È molto utile se dobbiamo effettuare più volte la stessa modifica. Se lo facciamo manualmente, parola per parola, affidandoci ai nostri occhi, il rischio di dimenticare qualcosa è alto. Soprattutto, se il testo non è breve. Inoltre, risparmiamo tempo e ci stanchiamo meno.

È possibile cambiare gruppi di parole e frasi intere.

COME FARE TROVA E SOSTITUISCI SU WORD?

Come si fa a trovare un testo in un documento Word e a correggerlo? Ci sono due possibilità.Dipende dal sistema operativo.

La prima consiste nel digitare Ctrl f. Uscirà una mascherina con un menù a tendina.

Cliccandoci sopra, possiamo attivare questa funzione.

Se vogliamo solo cercare una parola, senza fare altro, dobbiamo scriverla nella striscia bianca e poi cliccare sulla lente d’ingrandimento.

 

La seconda (quella più diffusa) consiste nel digitare Ctrl shift s. Si aprirà questa finestra.

 

Quello che dobbiamo fare è abbastanza intuitivo. Invece, se vogliamo solo trovare una parola, basta schiacciare Ctrl Shift t. Equivale a ctrl f.

E SUL WEB?

La combinazione Ctrl f si utilizza soprattutto per le ricerche nelle pagine web.

Sorgente

Serve anche per trovare quello che ci interessa (una porzione di testo, un tag html, un elemento css) nella sorgente della pagina.

Alla sorgente della pagina si accede digitando ctrl u oppure cliccando sul tasto destro del mouse e selezionando la voce “visualizza sorgente pagina”. In questo caso, però, non possiamo utilizzare la funzione “sostituisci tutto”, ma dobbiamo agire in modo granulare, cioè su ogni singolo elemento.

Naturalmente, ne dobbiamo avere la facoltà e l’autorizzazione. Però chiunque può visualizzare la sorgente di una pagina web.

Underscore

Invece, in alcune versioni di Word e su WordPress , il comando ctrl u serve a sottolineare il testo selezionato. In altre, è ctrl s.

Ricordiamoci che è sconsigliato farlo perché il lettore potrebbe credere che ci sia un link.

TROVA E SOSTITUISCI SUL WORD DEL MAC

Quando lavoravo in una redazione mi arrivò un pezzo da revisionare. Conteneva un elemento che lo rendeva impubblicabile. Il problema era che l’autore lo aveva disseminato per tutto il testo. Se mi fosse sfuggito anche solo una volta, ci sarebbero stati molti problemi. In più, tenete conto che era tardi, ero stanco e avevo fame.

Per fortuna, conoscevo la funzione “trova e sostituisci”, che sul Word del Mac si fa con la combinazione “mela f”.

IN CASO DI CAOS

Adesso una chicca che non c’entra niente né con il “trova e sostituisci di Word” né con la funzione “trova nella pagina (web)”. Immaginiamo di avere il desktop (ma anche una cartella) pieno file e di cartelle messi in ordine sparso.

Come facciamo a trovare velocemente ciò che ci serve? Basta digitare l’iniziale dell’elemento che c’interessa. Un’icona il cui nome comincia con quella lettera, si colorerà di azzurro. Se non è quella che cerchiamo, continuiamo a cliccare sullo stesso tasto.

TROVA E SOSTITUISCI SU WORD: GLI SPAZI

Su Word, la funzione “trova e sostituisci” serve anche a eliminare gli spazi di troppo. O ad aggiungere quelli mancanti. Per controllare gli spazi all’interno sul simbolo in alto al centro, a destra di AZ. Apparirà una cosa così.

 

Ogni punto corrisponde a uno spazio. Tra una parola e l’altra, ce ne deve essere solo uno. Se sono due, uno va eliminato. Invece, l’altro simbolo (uguale a quello su cui avete cliccato per ottenere questa schermata) indica i paragrafi.

Ctrl P

Questi caratteri sono detti non stampabili. Infatti, se stampiamo il documento (ctrl p), sul cartaceo non ci saranno. Anche se sullo schermo li vediamo. In compenso, ci saranno gli spazi. Compresi quelli in eccesso. Comunque, dopo un po’ che si scrive, si legge e si correggono testi, gli occhi diventano bravissimi a individuare gli spazi di troppo e quelli che mancano.

Grammatica

Dico una cosa scontata (forse): ogni segno di punteggiatura deve essere attaccato alla parola precedente e separato da quella seguente. Dopo l’apostrofo non va lo spazio.

SHIFT E ALT GR

Il tasto Shift è quello con la freccia. Si trova subito sopra al Ctrl. Possiamo chiamarlo anche MAIUSC. Infatti, serve per le lettere maiuscole.

Si usa anche quando si ha a che fare con i tasti con due o più simboli. Permette di scrivere quelli che si trovano più in alto. Ad esempio, per il punto esclamativo, dobbiamo digitare Shift 1.

Invece, per quanto riguarda i pulsanti con tre simboli, il simbolo più a destra si ottiene grazie al bottone Alt Gr.

Vediamone uno. Prendiamo quello subito a sinistra di Invio. Presenta questi segni: *, +, ].
*=Shift+questo tasto.
]=Alt +questo tasto.

In combinazione con il tasto Windows (il secondo in basso a sinistra) e con la s, lo Shift permette di fare gli screenshot.

Digitato insieme alle frecce, consente di selezionare una parte di testo la cui direzione dipende da quella della freccia.

NON SOLO “TROVA E SOSTITUISCI” SU WORD

Ritorniamo alla combinazione Ctrl Shit T. Sul Web, non attiva la funzione trova e sostituisci (ovvio: non siamo su Word), ma riapre l’ultima scheda chiusa.

 


Se l’articolo vi è piaciuto e volete che scriva gli articoli per il vostro blog, per favore mandatemi una mail. Vi ringrazio.

 

 


Prossimo articolo: I codici ascii.

 

 

 

La pubblicità dei Paesi illiberali

Non capisco perché molte agenzie di comunicazione accettino di reclamizzare Paesi illiberali e democrature? 

O meglio, lo capisco (pecunia non olet, il denaro non puzza), ma non approvo.

MARKTING DEI PAESI ILLIBERALI

Perché spingere il turismo verso certi posti? Come utilizzeranno il denaro i governi di questi posti? Siamo sicuri che approveremmo? Non sarebbe meglio favorire Stati più in linea con i nostri valori? Non pensiamo a quello che avviene in certi Paesi? Ci è indifferente? Lo ignoriamo? O la propaganda anti-occidentale sta avendo successo? A proposito di questo ultimo quesito, è singolare che molti di quelli che accusano l’Occidente di favorire il pensiero unico facciano da testimonial a Stati in cui impongono il pensiero unico.

Soffermiamoci un attimo sui testimonial di queste parti del mondo. Alcuni sono influencer, altri personaggi conosciuti anche dal pubblico che non frequenta i social (o che ci va, ma non su quelli giusti, come Instagram e Tik Tok). In ogni caso, ci sarebbe bisogno di una riflessione etica. Sia che si tratti di influencer marketing, sia che si tratti di altre forme di marketing (digital, tradizionale eccetera). Lo stesso discorso vale per le sponsorizzazioni.

Per fare una pubblicità onesta, veritiera e corretta è sufficiente non violare le norme dello Iap? Mi fermo qui perché sennò vado troppo fuori tema.

Non sarebbe comunque meglio promuovere Stati liberali?  Sono tutti belli e interessanti.

ETIMOLOGIA

Sembra che il detto pecunia non olet derivi da questo episodio. Secondo la tradizione, Tito si lamentò con il padre Vespasiano  della tassazione dei bagni pubblici dicendo che era disdicevole fare proventi in questo modo. Ma l’imperatore gli mise sotto il naso una banconota e gli chiese: Puzza? (Olet?).
Il figlio rispose di no.

La frase viene applicata anche a contesti in cui la provenienza dei soldi è moralmente da condannare. Per capire meglio questo concetto, guardate il film con Alberto Sordi Finché c’è guerra c’è speranza.

LE DEMOCRAZIE ILLIBERALI

Non ho parlato di democrazie perché esiste la categoria delle democrazie illiberali.


Vi chiedo per favore di farmi sapere che cosa ne pensate. 

Se volete, contattatemi per promuovere il vostro territorio attraverso dei testi.

L’importanza dell’E-A-T per la Seo

E‑A-T è un acronimo e sta per Expertise-Authoritativeness- Trustworthiness (Competenza- Autorevolezza-Attendibilità). È un concetto introdotto nelle Linee Guida della Valutazione di Qualità della Ricerca di Google e viene utilizzato dai valutatori umani per verificare la qualità dei risultati di ricerca. Pertanto, non è un fattore algoritmico.

YMYL

L’E-A-T è importante soprattutto per le query YMYL (Your Money or Your Life), ossia quelle che riguardano la salute, la sicurezza finanziaria e altre aree critiche. Lo è meno per argomenti che non impattano sulla vita delle persone.

Quanto è importante?

E‑A-T è cruciale per tutte le query, ma ha un peso maggiore per quelle YMYL, dove informazioni errate possono avere gravi conseguenze. Google valuta i contenuti in base alla competenza dell’autore, l’autorevolezza della fonte e l’attendibilità del sito.

E‑A-T è un fattore di posizionamento?

Non direttamente. Google non assegna un punteggio E-A-T ai siti, ma utilizza segnali associati alla competenza, autorevolezza e attendibilità per migliorare gli algoritmi di ranking. Questi segnali aiutano a determinare la qualità dei contenuti e l’affidabilità delle fonti.

COME MIGLIORARE E DIMOSTRARE L’E‑A-T

  • Ottenere più link.
  • Ottenere link e menzioni da siti autorevoli.
  • Ottenere recensioni positive su vari siti di settore.Aggiornare i contenuti, specialmente per quanto riguarda gli argomenti YMYL. Naturalmente, gli articoli devono essere accurati. Per esempio, bisogna verificare i fatti e assicurarsi che le informazioni siano supportate da fonti autorevoli.Chiedere a professionisti riconosciuti di creare o di revisionare i contenuti.
  • Dimostrare le proprie credenziali, mostrando le qualifiche e i riconoscimenti degli autori del sito.
  • Fornire informazioni di contatto per dimostrare trasparenza e affidabilità.

CONCLUSIONE

L’E‑A-T è fondamentale per la SEO, soprattutto per i siti che trattano argomenti YMYL. Migliorare e dimostrare E‑A-T richiede tempo e impegno, ma è essenziale per ottenere e mantenere un buon posizionamento nei risultati di ricerca di Google.

 


Fonte: Ahrefs 

 


Se l’articolo vi è piaciuto e volete che scriva quelli del vostro blog, mi potete contattare.

Nun chrè methusthen ovvero elogio della brevità

Nun chrè methusthen cai tina pròs bian
ponen, epei dè kàtthane Mùrsilos.

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν
πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος.

Questo è il frammento 336 del poeta lirico Alceo, vissuto nel VI secolo avanti Cristo. Gli studiosi suppongono che si tratti dell’incipit di un carme andato perduto.

Delle poesie dei lirici greci ci sono giunti quasi esclusivamente dei frammenti molto brevi.

Ho scelto questo frammento perché, in greco, è lungo caratteri. In settantanove battute Alceo ha espresso tutto il concetto e non ci fa rimpiangere la perdita del resto dell’opera. Opera che, molto probabilmente, era bellissima. Ma ci bastano queste due righe. Due righe che sono state sufficienti ad Alceo per diventare immortale.

In un certo senso, ha fatto diventare immortale anche Mirsilo (Mùrsilos). Chi era? Un tiranno. Ma quanti tiranni c’erano in quel periodo? Tanti. Di quanti ci ricordiamo? Di pochissimi. È vero,Wikipedia gli dedica una pagina,  ma è passato alla storia proprio grazie a queste due righe. Fondamentalmente, è passato alla storia perché Alceo lo odiava. Lo odiava al punto d’invitare tutti a ubriacarsi per festeggiarne la morte. Anche Wikiipedia scrive “È noto anche per la feroce avversione nutrita nei suoi confronti dal poeta lirico Alceo, suo concittadino: alla notizia della sua morte, la espresse in un verso a lui indirizzato, un’invettiva destinata a divenire famosissima […]”.

NUN CHRÈ METHUSTHEN VS NUNC EST BIBENDUM

Qualche secolo dopo, Orazio farà lo stesso con Cleopatra scrivendo i versi conosciuti come Nunc est bibendum (Libro 1, Ode 37). Nunc est bibendum 

Testo latino

Nunc est bibendum, nunc pede libero

pulsanda tellus; nunc Saliaribus

ornare pulvinar deorum

tempus erat dapibus, sodales.

antehac nefas depromere Caecubum

cellis avitis, dum Capitolio

regina dementis ruinas,

funus et imperio parabat

contaminato cum grege turpium

10 morbo virorum quidlibet inpotens

sperare fortunaque dulci

ebria. sed minuit furorem

vix una sospes navis ab ignibus

mentemque lymphatam Mareotico

15 redegit in veros timores

Caesar ab Italia volantem

remis adurgens, accipiter velut

mollis columbas aut leporem citus

venator in campis nivalis

Haemoniae, daret ut catenis

fatale monstrum. quae generosius

perire quaerens nec muliebriter

expavit ensem nec latentis

classe cita reparavit oras.

ausa et iacentem visere regiam

voltu sereno, fortis et asperas

tractare serpentes, ut atrum

corpore conbiberet venenum,

deliberata morte ferocior;

saevis Liburnis scilicet invidens

privata deduci superbo,

non humilis mulier, triumpho.

Traduzione

Adesso bisogna bere, bisogna battere la terra con libero piede, adesso è il momento di ornare gli altari divini con banchetti degni dei Salii. Non era lecito prima togliere il Cecubo dalle cantine dei padri, quando la regina meditava al Campidoglio una folle rovina e all’impero la fine con il suo gregge di uomini svergognati e sfregiati, senza limite nelle speranze, ubriaca di dolce fortuna. Ma la sua pazzia la guarì l’unica nave scampata a stento alle fiamme, e la mente sconvolta dal Mareotico Cesare la riportò alla terribile realtà, incalzandola nella sua fuga dall’Italia coi remi, come lo sparviero insegue le timide colombe o il cacciatore una lepre sui campi nevosi della Tessaglia, per mettere il mostro fatale in catene. Però lei nobilmente cercò la morte, e della spada non ebbe la paura che hanno le donne, e non riparò con la flotta su spiagge nascoste; con volto sereno osò guardare la reggia distrutta e tenere in mano i serpenti feroci e accogliere nel suo corpo il nero veleno, più fiera per avere deciso la morte, così da togliere alle navi crudeli di portarla da privata, lei, donna non umile, nel superbo trionfo.

Nun chrè methusthen è diverso da Nunc est bibendum

Voglio fare due osservazioni.

  1. Cleopatra non è diventata famosa grazie alla poesia di uno che la odiava. Mirsilo sì.
  2. Nunc est bibendum la traduzione di Nun chre methusthen. Tuttavia, bibendum molto meno forte rispetto a methusthen. Methusthen significa proprio ubriacarsi. Quello che fa Orazio, invece, è più che altro un invito a brindare. Inoltre, Alceo utilizza una parola che significa forza (βίαν), nomina il proprio nemico e non ha problemi a scrivere che vuole brindare alla sua morte. Niente di tutto questo nell’ode di Orazio, molto più tenue. Inoltre, la parola Cleopatra non compare mai.

Le cause

Da dove viene questa differenza? Non lo so. Faccio alcune ipotesi: due temperamenti diversi, due epoche diverse, due tipi diversi di avversione. Soffermiamoci su quest’ultima. Orazio non aveva rancori personali nei confronti della regina egizia. È felice perché Roma ha un nemico in meno. Al contrario, Alceo odiava personalmente Mirsilo perché lo aveva esiliato da Mitilene (appartenevano a due fazioni nemiche). E poi dicono che dai sentimenti negativi non può  nascere niente di buono. Del resto, esiste il genere letterario dell’invettiva. La bravura di Alceo è stata quella di trasformare un sentimento personale negativo in qualcosa di universale e capace di oltrepassare i secoli.

POCHI CARATTERI

Qualcuno obietterà che la poesia di Ungaretti Mattina (m’illumino d’immenso) è ancora più breve: 21 battute, spazi inclusi. Si tratta di due capolavori di sintesi, di cui uno ha circa 2600 anni.

Eraclito, vissuto un paio di secoli dopo Alceo, ha fatto ancora meglio: con nove caratteri, panta rei, ha espresso la base del suo pensiero. In generale, era un maestro di sintesi.

Non voglio fare una carrellata di tutti gli autori che hanno prodotto micro testi: rischio di ometterne molti. Allora, riassumo una puntata dei Griffin. Pieter, Quagmire, Joe e Cleveland vanno alla ricerca del luogo in cui nascono le barzellette. Scoprono che è un bunker sorvegliatissimo. A un certo punto, uno dei creativi annuncia trionfante di aver inventato la barzelletta sporca perfetta, dopo anni di ricerca. È lunga un paio di righe.

Noi riusciremmo a fare bene come loro? Ho notato che molti fanno fatica a stare dentro i 160 caratteri degli SMS. Del resto, è un caso che Twitter abbia tolto il limite di 140 caratteri? Tutti i copywriter sognano di creare lo slogan perfetto, una frase breve di grande effetto in cui nessuna lettera è di troppo. Non è un sogno facile da realizzare.

ALCUNI CASI IN CUI È UTILE ESSERE SINTETICI

Sms (160 caratteri) Non è che non si possa sforare questo limite, solo che dal 161mo carattere viene conteggiato un messaggio in più. Insomma, è uno spreco.

Motori di ricerca

Social

Pinterest

  • Biografia (160);
  • Titolo della board (100);
  • Descrizione di un pin (500).

Instagram

  • Biografia (150);
  • Nome (30)

Linkedin

  • Headline (120);
  • Aggiornamento dello stato (600);
  • Esperienza (500);
  • Laurea (100);
  • Formazione (500).

Link shortner

A volte, bisogna inserire un url e se questo è lungo abbiamo a disposizione pochi caratteri per scrivere altro. Per fortuna, esistono i link shortner, tool che li abbreviano. L’inconveniente è che non lo rendono intellegibile.

CHIASMO

Questa lettera greca χ, iniziale di χρῆ, si chiama Chi e ha un suono aspirato. Ha dato origine al termine chiasmo. Il chiasmo è una figura retorica che consiste nell’incrocio di elementi grammaticali (esempi: sostantivo-aggettivo-aggettivo-sostantivo; nome-verbo-verbo-nome).

L’esempio che faccio sempre ai miei studenti è questo.

 

(Non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello)

L’attore che interpreta il fattorino si chiamava Vincenzo De Toma. Morto nel 2017, era un caricaturista. Ha recitato spesso con Pozzetto e con Celentano ed è un volto noto agli appassionati della commedia alla milanese. Tuttavia, credo che sia diventato celebre grazie a questo spot.

Spot che è stato inventato da Ignazio Colnaghi, un pubblicitario che ha ideato anche tormentoni come il Galletto Vallespluga e la stella di Negroni e il personaggio di Calimero nella Tinozza.

È andato in onda dal 1975 al 2020 (sulle tv locali lombarde).


Se l’articolo vi è piaciuto e volete che scriva per voi, contattatemi per un preventivo.


PS

Siccome questo non è un blog di storia, e soprattutto perché non sono un esperto di storia romana (conosco abbastanza bene quella di Milano), non parlo della situazione che portò al suicidio di Cleopatra e, quindi, all’ode di Orazio. Vi metto qui il video di uno youtuber, Carlo Rolle, che lo fa e che analizza il testo. Inoltre, traduce Nun chrè methusthen cai tina pròs bian
ponen, epei dè kàtthane Mùrsilos.

Qualche cenno sull’html e sull’ipertesto

  • Credo che conoscere un po’ di html sia utile (anche) ai fini della seo. T’interessa impararlo un po’?
  • Volentieri.
  • Sai di che cosa si tratta?
  • So solo che è il linguaggio con cui vengono scritti i siti.
  • Più o meno, ma per adesso può andare. Ci ritorniamo dopo.
  • Ok.
  • E sai che cos’è un browser?
  • Certo! È un’applicazione che serve per entrare sul Web.
  • Perfetto! Qualche esempio?
  • Chrome, Edge, Opera, Safari, FireFox, Tor.
  • Esatto. Da non confondere con i motori di ricerca. Ma i browser fanno anche altre cose, tra cui tradurre i codici HTML per farci vedere i siti così come appaiono.
  • Wow! Sembra molto filosofico, essenza e fenomeno.
  • Lo sai che la filosofia è arrivata prima di altre discipline, soprattutto quella presocratica. Ma non divaghiamo.
  • Esatto. In che modo traduce il codice?
  • Poi te lo spiego. Partiamo con l’unità fondamentale del linguaggio HTML, i tag. Non li vediamo tutti i tag ma solo quelli più rilevanti per il nostro lavoro. Se t’interessa conoscere anche gli altri, ti rimando a questo sito.Un tag si scrive così. < Tag></tag>.Questi segni < > si chiamano parentesi angolari, ma quasi tutti dicono “segno di minore e segno di maggiore”, mutuando i termini dalla matematica. Questo /, invece, si chiama slash e si utilizza per la chiusura del tag. Se un tag rimane aperto il suo effetto di protrae fino alla fine del testo. Tra un tag e la sua chiusura, mettiamo la parola o le parole interessate. Il lettore non vede i tag ma solo il loro effetto sul testo. In questo senso traduce. Stai capendo?
  • È ancora tutto molto teorico.
  • Abbi pazienza. Ho detto che avremmo visto i tag più importanti. Ho preparato uno schema.

I TAG

Un tag si scrive così.

< Tag> Parola/Parole </tag>.

Naturalmente, al posto di tag bisogna mettere il tag che ci interessa. E invece di parola/parole ci sarà il testo effettivo. Userò dei testi fittizi anche nel resto dell’ articolo. Per esempio, il lorem ipsum.

Formattazione del testo

<b>Lorem ipsum</b>: testo in grassetto (Lorem ipsum); <strong>Lorem Ipsum </srong>

<i>Lorem ipsum </i>: testo in corsivo (Lorem ipsum);   <em>Lotem Ipsum </em>

Più avanti, spiegherò la differenza tra  <strong> e <b> tra <em> e <i>.

<u>Lorem ipsum </u>: testo sottolineato (Lorem ipsum)

ATTENZIONE: TUTTI GLI ESPERTI SCONSIGLIANO DI UTILIZZARE QUES’ULTIMO TAG perché le persone potrebbero pensare che si tratti di un link e quindi, non trovando nessun collegamento, rimanere deluse.

Elenchi

<ul>: elenco puntato </ul>

<ol> elenco numerato </ol>:

<li> : singole voci dell’elenco </li>

Puntati

<ul>

<li> gatto; </li>

<li> cane. </li>

</ul>

Effetto
  • gatto;
  • cane.
Numerati

<ol>

<li> gatto </li>;

</li> cane >/li>

Effetto
  1. gatto;
  2. cane.

Titoletti

<H1> Titolo </H1>

<H2> Titolo </h2>

<H3> Titolo </h3>

<h4> Titolo </h4>

<h5> Titolo </h5>

<h6> Titolo </h6>

Altri tag di formattazione

Hr

<hr>: Crea un linea sotto la riga della parola dopo cui viene messa.

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Br

<br> Crea uno spazio sotto la riga della parola dopo cui viene messa.

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ATTENZIONE: NON OCCORRE CHIUDERE QUESTI DUE TAG.

Link

<a href=”Url></a>

Questo tag te lo spiego a voce è un po’ complesso e perché è importantissimo Forse il più i serve: per inserire i link.
Come puoi vedere, dopo a href devi mettere l’indirizzo della pagina di destinazione.

Il lettore vede una parte di testo sottolineata e/o di un colore diverso dal resto e, se ci clicca sopra, si apre o un’altra pagina dello stesso sito o una pagina di un altro sito. Naturalmente, più avanti chiudo il tag a sarà lungo l’anchor text.

Possiamo anche mettere il collegamento a una sessione precisa di un articolo. Ad esempio, in questo caso il lettore non vedrà tutto il post ma solo la parte interessata. Questo avviene se si usa la tabella dei contenuti: se si clicca su un titoletto dell’indice si può notare che nella barra degli indirizzi (la striscia bianca in alto) si vede un url ancor più dettagliato.

Esempio: https://scrivereperglialtri.com/2024/01/20/la-pubblicita-che-fa-pubblicita-alla-pubblicita-recensione/#IL_PROBLEMA_DELLA_VISIBILITA_PER_I_COPYWRITER_E_I_SEO_COPYWRITER

Vi ricordo (perché ne ho già parlato) che la parte di testo su cui c’è il collegamento ipertestuale si chiama anchor text.

Rel

All’interno del tag a href possiamo inserire dei meta tag che servono da indicazione ai bot dei motori di ricerca.  Queste indicazioni si danno tramite i rel,

I più importanti sono i rel ugc, no follow, sponsored, Target=”_blank”  e canonical.

  • Il primo si usa per indicare che si tratta di un contenuto creato da un utente. Di solito, lo mettiamo quando un lettore inserisce un link in un commento.
  • Il no follow dice ai motori di ricerca di non seguire quel link, che non vogliamo passare del link juice a quella pagina. Qualcuno inserisce il rel follow, ma secondo me (e non solo) è superfluo perché i motori di ricerca compiono quelle due azioni di default.
  • Sponsored indica che abbiamo ricevuto un compenso per mettere il link. È obbligatorio. Si può utilizzare insieme al rel no follow.
  • Target=”_blank” fa sì che la pagina di destinazione si apra in una nuova scheda affianco a quella che l’utente sta leggendo. Nel caso contrario, si sovrappone. Chi utilizza un cms può farlo selezionando la voce “apri in una nuova scheda.
  • Canonical.

METANAME

Ci sarebbe anche il tag meta name robots, ma lo vediamo un’altra volta perché merita un discorso a sé approfondito.  Anche lui serve a dare indicazioni ai bot dei motori di ricerca.

AZIONE PASSIVA

Vai su una qualsiasi pagina web e digita Ctrl U. Si apre la schermata della sua sorgente, in cui trovate anche la struttura html della pagina. Potete fare anche così: tasto destro e seleziona la voce visualizza sorgente pagina.

A questo punto, puoi controllare che sia tutto a posto. Per aiutarti a orientarti meglio, ti consiglio di fare Ctrl F. Si apre una maschera in cui inserire l’elemento da ricercare. Per esempio, puoi copiare e incollare un titoletto per verificare che sia stato scritto con un head e non semplicemente in grassetto (capita!) e che sia stato scritto con l’head giusto.

AZIONE ATTIVA

Cms

Se utilizziamo piattaforme come Blogspot o WordPress, abbiamo la possibilità di entrare nell’html e di fare degli interventi. Chi usa WordPress deve cliccare su “testo” (in alto a destra).  Chi usa Blogspot deve cliccare sull’icona della penna che si trova in alto a sinistra e selezionare “visualizzazione di html”.

Divertiamoci (Index.html)

Tuttavia, secondo me il modo migliore è creare una pagina in html. Se una cosa la sappiamo fare, probabilmente la sappiamo anche riconoscere.

Ecco le fasi più importanti.

  1. Creiamo una cartella e salviamola con il nome index.
  2. Cerchiamo e apriamo il blocco note. Se non lo troviamo, possiamo usare Word.
  3. Scriviamo <html>.
  4. Facciamo le prove con i tag.
  5. Salviamo prima come .txt-testo normale e poi come .html-tutti i file.
  6. A questo punto, dovresmmo vedere due icone, di cui una uguale a quella del browser. Clicchiamo sulla seconda per fare le verifiche.
  7. Ripetiamo le operazioni 5 e 6 dopo ogni modifica.

L’HTML NON BASTA

Naturalmente, per costruire una pagina web, anche simulata, non basta l’html. Occorre conoscere anche altri linguaggio come il java script e il CSS, che servono anche a darle la forma estetica. Conosco il CSS, ma non bene come l’html. Inoltre, li ho appresi insieme e quindi per me costituiscono un tutt’uno e non vorrei confondermi. In più, questo è un sito che si occupa di scrittura e non di creazione di siti. Infine, dobbiamo innanzitutto saper utilizzare i cms.

Come ho detto prima, l’html non è un linguaggio di programmazione ma un linguaggio di mark up. Significa che serve a formattare i testi e a creare collegamenti ipertestuali e che è riconosciuto universalmente. Pertanto, per fare, mettiamo, un testo in grassetto, tutti utilizzano il tag <b>. E il browser traduce quel tag mostrando al lettore un testo boldato.

L’html è stato creato da Tim Berners Lee, l’inventore del Web insieme a Robert Cailleau.

Non è l’unico linguaggio di mark up. Ne esistono anche altri. Un esempio è quello dei segni utilizzati dai correttori di bozze.

ACRONIMO

    • Che cosa vuol dire html?
    • Hypetext markup language.
    • Che cos’è un hypertext?
    • L’ipertesto è il testo tipico del Web, con i collegamenti tra le varie pagine o a documenti in formato pdf. Senza l’idea di ipertesto non esisterebbe il Web. Un testo scritto per un blog  è diverso dal testo per il cartaceo. Anche quando le parole sono identiche. In primo luogo, per la formattazione. Ma soprattutto per la presenza dei link che portano ad altre risorse. Anche la lettura è diversa: sul web non  è lineare come sul cartaceo perché. di click in click, possiamo visitare altre pagine. E quindi allontanarci completamente dal testo che stavamo leggendo. Ma anche ritornarci. In  ogni caso, anche solo potenzialmente, i due tipi di approccio al testo sono molto diversi.
    • In effetti. Mi viene in mente Wikipedia.
    • Esattto.
    • Wow.
    • Paolo D’Alessandro, docente di Filosofia Teoretica alla Statale di Milano, ha detto che è la seconda rivoluzione più importante nella storia dell’unanità.
    • La prima?
    • La scrittura.
    • Ok. Vedi che la Filosofia vince sempre?
    • Infatti Ted Nelson è un filosofo, Nel 1965 formulò l’idea di un sistema software capace di archiviare documenti, articoli, annotazioni e varie informazioni per consentire sia agli autori che ai lettori di creare percorsi personalizzati e di navigare velocemente attraverso la rete informativa composta da documenti interconnessi. Va notato che i concetti fondamentali dei sistemi ipertestuali erano già stati teorizzati dagli anni ’50, mentre la prima applicazione pratica di dimensioni limitate, chiamata “augment”, fu proposta nel 1960 da Douglas Engelbart.

Fatemi sapere se l’articolo vi è piaciuto.

Titoletti, perché sono importanti per la seo?

-Quando scriviamo un post di un blog o la pagina di un sito, sai qual è uno dei punti in cui andrebbe messa la parola chiave principale?

-No.

-I titoletti delle sezioni

-Perché?

-Sono utili ai lettori e ai bot dei motori di ricerca.

-In che modo?

-Adesso lo vediamo. Ma prima: hai capito di che cosa stiamo parlando?

LE SEZIONI NON SONO I PARAGRAFI

-Sì, dei titoli dei vari paragrafi.

-Non è corretto dire paragrafi.

-E perché mai?

-Perché i paragrafi a loro volta sono delle parti delle sezioni. Yoast dice che, ai fini della leggibilità, devono essere di massimo 150 parole. Sai però come la penso in proposito.

-Sì: se qualche volta ne scriviamo qualcuna in più, non fa niente.

-Esatto. La leggibilità è innanzitutto qualcosa di empirico, che va testato sul campo. L’importante è non fare muri di testo. Comunque, l’indicazione delle 150 parole è utile, in linea generale. Come lo è quella che dice che le sezioni devono essere lunghe al massimo 300 parole.

-Vale lo stesso discorso.

-Esatto. L’algoritmo di Yoast conta le parole e valuta la leggibilità anche in base a questo fattore. Comunque, abbiamo già parlato di questo.

TITOLETTI ALIAS HEADS

-Sì, mi ricordo. Tornando a noi, i titoletti sono i titoli delle sezioni e devono contenere la keyword. Ad esempio, queste sono due sezioni?

-Esatto.

-Invece, qui perché un titolo è più grande dell’altro?

-Mi hai anticipato. Perché uno è il titolo di una di una sotto-sezione.

-Cioè?

-Una sotto-sezione parla di un argomento specifico legato a quello della sezione. Esistono anche le sotto-sotto sezioni, le sotto-sotto-sotto sezioni e le sotto-sotto-sotto-sotto sezioni. I livelli sono sei. A mano a mano che si scende, diventano sempre più specifici. E sono strutturati in modo gerarchico.

-Mi sono perso.

Esempio

-Adesso ti faccio un esempio. Ma prima voglio tranquillizzarti dicendoti che di solito non si va oltre il livello tre. Inoltre, alcuni cms come Squarespace arrivano solo al terzo. Naturalmente, nessuno ci vieta di entrare nel codice sorgente e di modificare. Se ne abbiamo la facoltà. Ma lo vediamo un’altra volta.

-Forse è meglio.

-Veniamo all’esempio. Prendiamo la pagina di Wikipedia su Milano. Guarda l’indice.

-Ok.

-Vedi storia, poi più avanti troviamo età moderna e poi dall’epoca napoleonica alla prima guerra mondiale e dalla seconda guerra mondiale al nuovo millennio?

-Storia è una sezione, età moderna una sotto sezione e le altre due sono sotto sotto sezioni?

H

-Esatto! Nel linguaggio della seo, si parla anche di h2, h3 e h4. Esistono anche l’h5 e l’h6, ma come abbiamo detto prima non si usano quasi mai. Deve essere proprio una cosa ultramega super specifica. Comunque, preciso che sotto sotto sezioni eccetera sono mie definizioni, per capirci meglio.

-Perché si chiamano h2, h3 eccetera?

-H sta per head.

-Ok. Quindi, l’h2 è il titoletto principale della sezione.

-Sì.

-Ma perché 2? E non 1?

-Perché l’h1 è il titolo principale dell’articolo, quello che vedi subito quando apri una pagina. Di solito, se ne mette uno solo. Invece…

-Invece?

Invece, posso mettere quanti h2 voglio. Ovvio, compatibilmente con la lunghezza e la struttura dell’articolo. Tutti, se è il caso, con i loro bravi h3, h4 eccetera. Infatti, è importante dire che sono facoltativi. Solo l’h2 è obbligatorio e neanche sempre.

A CHE COSA SERVONO I TITOLETTI?

-In che senso?
-Quando il testo è di massimo 300 parole e non lo suddividi, Yoast non lo segnala. Tuttavia, come puoi immaginare, suggerisco di valutare caso per caso. Anche perché…
-Anche perché?
-Anche perché i titoletti sono utili sia ai lettori sia ai bot dei motori di ricerca per capire meglio i contenuti delle varie parti. A dire il vero, servono di più ai bot che alle persone.

-Come mai?
-Naturalmente, sto parlando degli heads. Se utilizzo il grassetto, per un umano non fa differenza. Ma i bot la vedono. I titoletti sono tra le prime cose che vanno a guardare ed è soprattutto per questo che dobbiamo farli con la sintassi HTML corretta e con la parola chiave.

-Poi, va detto che un post si può posizionare anche per altre keyword. Ne ho già parlato.

-Infine, hai notato che le voci dell’indice corrispondono ai titoletti?

-Sì.

-Le voci dell’indice vengono create in modo automatico da plugin che si possono scaricare. Naturalmente, se non facciamo i titoletti come si deve, questo non succede. Anche l’indice serve sia alle persone sia ai motori di ricerca.

Alcuni esperti di seo copywriting, come Simone Momo, suggeriscono di decidere i titoletti prima di scrivere il post e di utilizzarli come scaletta.

 


Fatemi sapere se l’articolo vi è piaciuto.

L’ho letto su Internet (Emilio Silvestri)-recensione

Recensione del libro di Emilio Silvestri L’ho letto su Internet– Dalla pagina (Instagram, NDA) Miti da sfatare, Giunti Editore, Milano, 2022.

INTRODUZIONE A “L’HO LETTO SU INTERNET”

A discapito del titolo, le false credenze protagoniste del libro L’ho letto su Internet si sono radicate ben prima della diffusione del Web. Al massimo, la Rete ne ha accelerato la circolazione. O le ha rafforzate nella teste in cui erano presenti. Devo ammettere che in alcuni casi c’ero cascato anche io. Per fortuna, grazie all’opera di debunking di Emilio Silvestri, studente di chimica all’Università di Parma, ho potuto correggere i miei errori.

La credenza che più di tutte mi è dispiaciuto abbandonare è la seguente: la direzione dei vortici non dipende dall’emisfero in cui si trovano. Lo avevo appreso dai Simpson. Anche Lisa a volte sbaglia.

CHI LI HA DIFFUSI?

Spesso, i responsabili della nascita e/o del successo di questi falsi miti sono stati il cinema e la televisione. Ad esempio, lo sapevate che non è vero che le carote sono il cibo preferito dei conigli? Se lo pensiamo, dice l’autore, molto probabilmente è per via di Bugs Bunny, che venne modellato su Clark Gable, il quale nella scena del film Accadde una notte (1934) mangia questo ortaggio.

Questa potrebbe sembrare una bufala innocua. Alla fine, a quali danni potrebbe portare? A cariare i denti dei conigli domestici. Infatti, una percentuale rilevante di questi animali domestici soffre di questa patologia. La causa è proprio l’eccesso di carote, che per loro è un cibo occasionale.

Altre le abbiamo apprese dai nostri genitori o dai nostri nonni: la ruggine causa il tetano, dopo mangiato bisogna aspettare almeno tre ore prima di fare il bagno, il cioccolato provoca l’acne, leggere al buio e stare troppo vicini al televisore sono azioni che possono danneggiare la vista eccetera.

Il ruolo della scuola

Altre ancora, paradossalmente, dai libri di scuola. Ad esempio, lo sapevate che il cavallo di Troia forse non era un cavallo ma una nave? L’equivoco nasce dal fatto che in greco la parola ippos aveva entrambi i significati.

Per fortuna, nella maggior parte dei casi la scuola ci dà anche le conoscenze utili per non commettere degli errori. Mi viene in mente la distanza della Terra dal sole. Il 21 giugno è massima, il 21 dicembre minima. È contro-intuitivo (almeno, nell’emisfero boreale), ma è così.

NON CI CREDIAMO PIÙ (FORSE)

Altri falsi miti stanno vacillando già da un po’ di tempo: Napoleone non era così basso, i francesi non ci hanno rubato la Gioconda, gli elmi dei vichinghi non avevano le corna, il frutto proibito non era una mela.

Inserisco in questa categoria anche le bufale inerenti al Medioevo, tutte presenti nella sezione Speciale storia (ecco la lista delle sezioni del libro: Speciale genitori; Speciale benessere; Speciale alimentazione; Speciale scienza; Speciale animali; Speciale storia; Speciale allunaggio; Speciale Hollywood perché ormai non sono più così diffuse). Probabilmente, un contributo importante lo ha dato il professor Barbero. Comunque sia, per quei pochi (si spera) che non lo sanno: in quest’epoca non credevano che la Terra fosse piatta, non ci fu la caccia alle streghe (è più un fenomeno rinascimentale), alle donne non veniva imposta la cintura di castità.

EPPURE…

Alcuni di questi errori hanno un senso. Ad esempio, il quack dell’anatra emette un’eco molto debole. Pertanto, possiamo giustificare chi pensa che il verso di questo animale non produca un ritorno acustico. Il capitolo s’intitola “Il quack dell’anatra non ha eco” (p. 135).

Allo stesso modo, è vero che il croissant deriva dal kipferer austriaco, tanto che appartiene alla categoria delle viennesoires. Tuttavia, i pasticceri francesi hanno fatto delle modifiche importanti. (Croissant p. 69).

Infine, la credenza seconda cui il latte non pastorizzato farebbe male è diventata vera. Ma, secondo l’autore, era falsa quando le mucche si nutrivano in modo conforme alla propria natura (cioè quando pascolavano e mangiavano l’erba). Dice che le cose sono cambiate da quando il regime alimentare di questi bovini viene deciso dall’industria (cioè da quando danno loro anche cibi non proprio consoni, come i cereali).

Quali sarebbero i vantaggi del latte crudo? Silvestri lo spiega a pagina 77:

“Oltre a uccidere i batteri potenzialmente dannosi, la pastorizzazione elimina anche molti microrganismi benefici […]. Inoltre, il latte non pastorizzato potrebbe essere una potenziale alternativa per le persone intolleranti al lattosio perché contiene il lactobacillus che lo scompone direttamente”.

A questo si aggiunga il fatto che spesso le mucche da latte vivano in spazi ristretti e antigienici. Nel capitolo è presente pure questo fattore.

SALUTE

Naturalmente, nel libro si parla anche di credenze che possono danneggiare la salute umana. Ne cito due. Dopo essersi lavati le mani è meglio utilizzare l’asciugamani ad aria invece che le salviette di carta. Non è vero. Innanzitutto ci si impiega più tempo. Inoltre, soprattutto, il soffione diffonde gli agenti patogeni per la stanza. Lo ha dimostrato una ricerca dell’Università Statale di Milano. Ho scelto questo esempio perché la youtuber nipponica Erikottero, alias Eriko Kawasaki, ha fatto un video su questo argomento. Ha spiegato che nel suo Paese (lei vive in Italia) durante la pandemia hanno vietato l’uso degli asciugamani ad aria per evitare che spargesse il virus.

Il Giappone c’entra anche con la seconda falsa credenza, per rinforzare le ossa è necessario assumere latticini. Allora, chiede l’autore, perché i nipponici non hanno problemi di osteoporosi? Anzi. Eppure, quasi tutti sono intolleranti al lattosio. E nella loro tradizione non esistono prodotti caseari. In più, due ricerche condotte in Italia hanno stabilito una correlazione tra l’assunzione regolare e abbondante di latte e latticini e fragilità delle ossa.

SPUNTI DI CONVERSAZIONE (UNO DEI SENSI DI “L’HO LETTO SU INTERNET”)

Il libro ha pure una finalità leggera. Infatti, nell’introduzione si può leggere:

“(..) last but least, potrebbe anche rivelarsi, chissà, una buona fonte di spunti di conversazione
Per ravvivare quelle cene piene di silenzi imbarazzanti che tutti odiamo”.

L’AUTORE DI “L’HO LETTO SU INTERNET”

La sua formazione come chimico emerge spesso nel libro. Cito un passo a mo’ d’esempio.

Anzitutto, le ghiandole della pelle del comune rospo italiano […] producono una sostanza tossica irritante, niente che faccia sballare. In secondo luogo, soltanto una su più di 200 specie di rospi […] secerne sostanze psichedeliche. Insieme però a molecole che influiscono sul ritmo cardiaco e possono provocare infarti e aritmie. Oltretutto, la bufotenina è un alcaloide estremamente tossico se ingerito, potenzialmente fatale (p.206). In generale, quando l’argomento lo consente, le sue confutazioni sono basate su esperimenti condotti da altri scienziati e/o sulle sue competenze.

 

Chi sono i competitor?

I competitor di un’azienda sono i suoi concorrenti, quelli che possono portarle via clienti. Sono quelli contro cui deve lottare per affermarsi e primeggiare nel mercato.

COMPETITOR DIRETTI E INDIRETTI

Ogni attività commerciale ha due tipi di competitor: diretti e indiretti. I primi vendono lo stesso tipo di prodotto o forniscono lo stesso tipo di servizio. Invece, i secondi soddisfano le stesse esigenze che soddisfa lei, ma in modo diverso.

Lo dice anche Kotler.

Un esempio chiarirà meglio il secondo concetto. Una mia cliente si occupa di profumatori per il bagno e consideriamo “rivali” anche i produttori di aspiratori e di ventole. Perché? Perché entrambi i prodotti eliminano gli odori sgradevoli.

IL TARGET

Vi siete chiesti per quale motivo gli allevatori e i macellai siano così ostili alla carne coltivata? Al contrario, non hanno tutto questo astio nei confronti dei vegani e dei vegetariani. Eppure, come ha fatto notare Marco Montemagno, gli hamburger di ceci o di soia e le bistecche di seitan esistono da molti anni. Lo stesso discorso si può fare per la beyond meat e le versione planted-based del bacon. I punti sono due.

  1. Questi prodotti, per quanto fatti bene, non hanno le stesse caratteristiche della carne vera. Non possono ingannare: hanno una consistenza diversa e un sapore differente. Al massimo, la possono ricordare e solo in alcuni casi. Per esempio, gli hamburger. Esistono le cotolette di soia e di soia, ma nessuno direbbe che sono uguali. Invece, i diretti interessati temono che la carne prodotta in laboratorio abbia lo stesso gusto e la stessa consistenza di quella naturale. O almeno molto simili. Dico “temono” perché, visto che ancora non esiste, non si sa ancora bene come sarà. Tuttavia, mi ricordo un video in cui, sempre Montemagno ha detto che hanno fatto assaggiare un hamburger di carne sintetica al ceo di Burger King e questi ha ammesso di non percepire la differenza.
  2. Chi produce la carne coltivata si rivolge a persone alle quali piace la carne, ma amano gli animali. Non sono diventate vegane per vari motivi, ma vorrebbero ridurre la sofferenza. La maggior parte ha anche a cuore il problema dell’ambiente e conosce l’impatto degli allevamenti.

Ritornando al discorso generale, possiamo dire che quando parliamo di competitor dobbiamo tenere conto anche del target.

SONO COMPETITOR?

Paradossalmente, non è detto che due aziende che danno lo stesso tipo di prodotto siano concorrenti.
Five Guys non un rivale del Mc Donald’s perché ha dei prezzi e una qualità più alti. Un multisala che proietta film commerciali non rivaleggia con un cinema d’essa ma con luna park e centri commerciali.

CONCORRENTI DA NON SOTTOVALUTARE

Un altro competitor contro cui bisogna combattere è il niente. Forse è quello più pericoloso. Che cosa intendo? Come fa notare Frank Merenda, non solo dobbiamo spingere una persona a scegliere noi invece dei nostri concorrenti, diretti o indiretti, ma dobbiamo anche evitare che decida di non spendere quei soldi.

Come ha scritto Arthur Weiss, dobbiamo preoccuparci anche di chi potrebbe risolvere il problema una volta per tutte. Se inventassero il teletrasporto, le compagnie aeree, e non solo, entrerebbero in crisi.
In generale, a volte arriva qualcosa che rende obsoleti dei prodotti esistenti. Le automobili hanno ridotto notevolmente la fetta di mercato dei maniscalchi e delle stazioni di posta.

Allo stesso modo, un’azienda deve fare i conti anche con chi vuole eliminare a livello individuale un bisogno che lei soddisfa. Non penso che le industrie del tabacco vedano di buon occhio chi propone metodi per smettere di fumare. O con chi cerca di far prevalere un’esigenza diametralmente opposta (dieta vs ristoranti, investimento vs risparmio).

BENCHMARK

Come monitorare i rivali? Un metodo consiste nel misurare la loro brand awareness, ossia la loro reputazione. Un concetto che deriva dalla brand awareness è il Toma. Toma è un acronimo è sta per top of mind awareness. In sintesi, è il primo nome che viene in mente quando si nomina una categoria.
Di primo acchito, si potrebbe pensare che le piccole aziende debbano sempre soccombere. Ma non è così. Quando? Quando si occupano di cose molto specifiche o hanno dimensione locale e sono radicate sul territorio. Ad esempio, per quanto concerne la cronaca dei comuni, dei municipi e dei quartieri, un giornale locale è preferibile a una testata nazionale.

Per certe esigenze, in molti preferiscono chi ha un focus preciso su qualcosa rispetto a chi è generico.

Ci sono vari modi per fare benchmark. Uno è affidato alle indagini telefoniche, dal vivo oppure online.

Dato che ci occupiamo soprattutto di seo copywriting, a interessa principalmente fare l’analisi dei siti dei competitor e piattaforme come Semrush, Ubersuggest e SeoZoom aiutano. Danno la possibilità di vedere i backlink, i gap di keyword, il posizionamento, l’autorevolezza, la leggibilità degli articoli e i sotto-argomenti e le parole utilizzati. Fanno anche una stima delle visite basandosi sulla posizione nella serp e sui volumi di ricerca

Nella seo, la competizione si gioca sul posizionamento nella serp. Ma quest’ultimo dipende dalla query. E piccole varianti possono portare a differenze più o meno considerevoli.

Allo stesso modo, possiamo valutare la presenza social dei nostri concorrenti guardando fattori come il numero di follower, di commenti, di visualizzazioni, di mi piace e di dislike. A questo proposito, ricordo che è sconsigliato comprare follower: che cosa me ne faccio di migliaia di fan fittizi? Anzi, rischio di crearmi un danno.

Ogni settore ha le proprie peculiarità anche per quanto riguarda la competitività. E così, una tv locale si misurerà con un’altra tv locale della stessa area geografica, guarderà il numero di ascolti e sarà consapevole che non saranno mai come quelli di Rai e Mediaset. Come diceva Esiodo, il simile invidia il simile.

Potrei andare avanti con gli esempi, ma non voglio tediarvi. Pertanto, mi fermo qui.


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Costa solo… fate attenzione: è davvero così?

A volte, per ottenere ciò che si vuole occorre dissimulare.  Non si tratta d’ingannare, ma di dire le cose in modo tale che il destinatario del messaggio non ne comprenda subito il  contenuto effettivo. Questo discorso vale soprattutto quando si deve dire quanto costa un prodotto o un servizio.

ESEMPI SULLA COMUNICAZIONE DI QUANTO COSTA QUALCOSA

Comunque, ecco tre storie esemplificative.

Scacchi

Questa leggenda è abbastanza nota. In ogni caso, ve la racconto,

Un re per ricompensare l’inventore degli scacchi gli disse che gli avrebbe dato tutto qualsiasi cosa .

Allora, l’uomo chiese due chicchi di riso per la prima casella della scacchiera, quattro per la seconda, otto per la a terza e così via. Il re se ne rallegrò pensando che fosse una richiesta modesta.

Finché i suoi ministri non gli rilevarono che tutti i magazzini del regno non potevano contenere un numero così enorme di chicchi di riso.

Infatti, è 2 +2×2 + 2x2x2 eccetera. Alla sessantaquattresima casella (tante sono quelle della scacchiera e della dama) il numero è inimmaginabile.

Allora, il sovrano decise di far ammazzare l’inventore del gioco.

In questo caso, l’operazione non riuscì.

Ne parla anche Giuseppe Marussig nella prefazione de La variante di Lüneburg.

Bue

Nell’Edda, invece, si parla di una ragazza che che ottenne dagli Asi di poter avere un territorio grande quanto una pezza di bue. Solo che la ritagliò lungo i bordi facendo una striscia  e gli dei le dovettero dare un territorio abbastanza vasto.

Peso

Il terzo esempio lo prendo da The Big Bang Theory, da una scena in cui Sheldon Cooper dice che un conto è dire “Ho sollevato 100 grammi” e un conto è dire “Ho sollevato 100 miliardi di nanogrami”.

Riflessioni: costa quanto hanno detto o di più?

Nessuno dei protagonisti di queste  storie ha mentito. Nessuno di loro ha nascosto niente. Ma tutti e tre hanno scelto dire le cose in modo non immediato. Dobbiamo biasimarli, per questo. No: non hanno agito in modo immorale. Era compito degli interlocutori comprendere il senso delle loro parole.

Quindi, attenzione ai prezzi espressi al minuto o a frasi come “costa come un caffè al giorno”.

Moltiplicate, gente, moltiplicate. E nelle situazioni simili al terzo caso (quello di Sheldon Cooper), convertite. 

NB Non sto parlando di costi nascosti, ma di prezzi vengono espressi quasi sempre senza iva. Invece, al mio tariffario non la dovete aggiungere.

Prezzi: Percezione vs Realtà

A proposito di conversioni, Cottarelli in Pachidermi e Pappagalli ha scritto che considerare il valore dell’euro 2000 lire e non 1936,27 ci fa percepire l’inflazione leggermente più alta.

Diavolo

Esistono anche storielle in cui il Diavolo viene gabbato con questo gioco di detto e di non detto. In una dà una mano a fare un ponte e chiede in cambio l’anima del primo che lo attraverserà. E il primo sarà un animale. Esistono più versioni di questa leggenda. In un altra storia, che è più una barzelletta, un contadino gli promette che gli darà tutto il raccolto di una metà del campo. Solo che gli dà quella superiore e pianta patate e carote. Poi prosegue, ogni volta cambia e ogni volta il Diavolo non ottiene niente.


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Flesch Vacca, Gulpease e la leggibilità

Oltre agli aspetti inerenti alla seo, Yoast valuta la leggibilità di un testo e lo fa attraverso l’indice Flesch-Vacca, sviluppato nel 1972 e aggiornato nel 1986. Secondo questo metodo, che si concentra sulla lunghezza delle frasi e delle parole, e in particolare sul numero di sillabe e di parole, brevità è sinonimo di semplicità.

Yoast segnala le frasi con più di 20 parole mostrando una faccina gialla se superano il 25% del testo complessivo. Fa lo stesso per le sezioni più lunghe di 300 parole e per i paragrafi più lunghi di 150.

Ma tiene conto anche di altri fattori. I più importanti sono il numero di frasi passive (massimo il 10%) e la presenza di parole di transizione. Inoltre, suggerisce di utilizzare parole più brevi o più comuni quando la lettura del testo risulta difficile, di non far iniziare due frasi consecutive con la stessa parola, a meno che non vogliamo utilizzare l’anafora.

DIFFERENZE TRA GULPEASE E FLESCH VACCA

Tuttavia, dobbiamo considerare che il Flesch Vacca è un adattamento per la lingua italiana dell’indice Flesch, creato per il mondo anglofono.

Infatti, metodo più adeguato per il nostro idioma è il Gulpease, ideato alla fine degli anni ’80 dall’Università La Sapienza. Gulpease viene Gulp, Gruppo Universitario di Linguistica e di Pedagogia. Lo presiedeva Tullio De Mauro.

Anche il Gulpease tiene conto della lunghezza delle frasi del numero di frasi. Ma, a differenza del Flesch Vacca, si focalizza sul numero di lettere.

Entrambi i metodi non valutano la leggibilità solo in senso assoluto, ma anche in relazione al livello di scolarizzazione (Gulpease)
o all’età del lettore (Flesch-Vacca). Ad esempio, un testo considerato facile per un laureato potrebbe risultare incomprensibile per chi ha solo la licenza elementare

La classificazione degli indici di leggibilità varia da difficile a facile in base ai punteggi ottenuti. La scala va da 0 a 100. Più il punteggio è alto e più il testo è considerato facile. Più nel dettaglio:

  • 80-100 facile per chi ha la licenza elementare;
  • 60-80 facile per chi ha la licenza media;
  • 40-60 facile per chi ha un diploma di scuola superiore.

Per misurare la leggibilità di un testo, è possibile utilizzare strumenti online basati sul metodo Gulpease e/o sul Flesch Vacca.

Anche l’indice Flesch Kincaid Grade Level e l’indice Gunning Fog, sviluppati per la lingua inglese, valutano la leggibilità basandosi sulla lunghezza delle frasi, delle parole e sul numero di parole complesse nel testo.

Formule

Flesch Vacca

206 – 0,65 S – W.

La S indica le sillabe di 100 parole e la W la media di parole per frase.

Gulpese

89-LP/10+FR*3
LP=lettere*100/totale parole
FR=frasi*100/totale parole

Considerazioni

Si tratta quindi di formule matematiche che non tengono conto del significato delle parole e della comprensibilità effettiva delle frasi e dei periodi. Il principio di base (brevità=semplicità) in linea generale è corretto. Però non può essere considerato valido in senso assoluto. Ad esempio, credo che la parola eccessivamente sia più facile da capire rispetto a frusto (inteso come aggettivo) o a teodicea. Aggiungo che viene dato un punteggio anche se inseriamo delle sequenza di lettere prive di significato.

Inoltre, occorre considerare la formazione del lettore. Non mi riferisco al grado di scolarizzazione, ma al percorso di studi che ha fatto. Quello che è ostico per un ingegnere può non esserlo per uno storico dell’arte. E viceversa.

In conclusione, possiamo dire che questi indici forniscono un’idea generale, ma non sostituiscono le valutazioni umane. Pertanto, è opportuno utilizzare anche strumenti come Oratlas, far vedere il testo a qualcun altro (magari non esperto dell’argomento) e rileggerlo con attenzione e senso critico.

Pertanto, la leggibilità non riguarda solamente il tipo di carattere e la dimensione del testo, ma anche la comprensibilità del contenuto.

 


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Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle, recensione

Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle è un libro scritto dalla giornalista Fernanda Pivano. È stato pubblicato dalla SugarCo Edizioni nel 1982.  La prima uscita con la Giangiacomo Feltrinelli risale al gennaio 1997.

RIASSUNTO DI QUELLO CHE IMPORTA È GRATTARMI SOTTO LE ASCELLE

Si tratta di un’intervista che ha fatto a Charles Bukowski nell’agosto del 1980, pochi giorni dopo il sessantesimo compleanno dello scrittore. Infatti, questo artista nacque il 20 agosto 1920. E morì il 9 marzo 1994. Pertanto, si sta avvicinando il trentesimo anniversario della sua scomparsa. Siccome mi considero un suo epigono, questo articolo è anche un omaggio.

Qualcuno obietterà che il mio stile non è bukowskiano perché non uso il turpiloquio e perché non parlo di sesso e di gente che si ubriaca. Ma essere bukowskiani non significa questo. Sarebbe solo manierismo, scimmiottatura. Secondo me, il mio essere bukowskiano sta nella ricerca dell’essenzialità delle parole e delle frasi, nell’adattare il linguaggio al contesto e nella verosimiglianza dei dialoghi.

Insegnare a scrivere?

Sono bukowskiano anche perché credo che non si possa insegnare a scrivere a qualcuno che parte da 0 (al massimo, si possono correggere degli errori e dare dei suggerimenti). Ecco quello che dice a un certo punto (pagina 68).

Citazione

Scrivere è qualcosa che non si sa come si fa. Ci si siede ed è qualcosa che può succedere e può non succedere. E allora come si fa a insegnare a qualcuno a scrivere? Non riesco a capirlo perché noi stessi non sappiamo se saremo capaci di scrivere. Tutte le volte che salgo con la mia bottiglia di vino, certe volte sto seduto a quella macchina da scrivere per un quarto d’ora, capisci. Non è che salga per scrivere, la macchina è lì, ma se non comincia a muoversi, dico, beh questa magari è la notte che ho fatto buca.

Leggere e rileggere

Al contrario, sempre nel corso di questa intervista, ha parlato dell’influenza che hanno avuto sul suo stile altri autori. In particolare, Ernest Hemingway e John Fante. Insomma, secondo lui per diventare autori è più proficuo leggere che frequentare scuole di scrittura.

Inoltre, afferma l’importanza della revisione.

Topoi bukowskiani

Per il resto, in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle troviamo praticamente tutte le componenti che chi ha letto i libri di Bukowski conosce benissimo: gli esordi con le riviste underground, i rapporti pessimi con il padre violento, l’acne, l’individualismo e il rifiuto dell’omologazione, il primo rapporto sessuale a 23 anni, i lavori precari e i tanti anni come impiegato alle poste, la passione per le scommesse sulle corse dei cavalli, le stanze fatiscenti in quartieri malfamati, la volta in cui si atteggiò a nazista per spirito anticonformista, il desiderio di non andare in guerra non per pacifismo ma per non stare con gli altri, le proteste contro di lui delle femministe tedesche durante il suo viaggio in Germania, Barfly, il bisogno di scrivere. Oltre, naturalmente, alle sbronze. In particolare, hanno ricordato quando, ospite di un canale televisivo francese, si ubriacò tantissimo e divenne molesto al punto tale da dover essere sbattuto fuori dalla security.

Il contesto

Questa intervista si tenne a Malibu, California. Erano presenti anche Joe Wolberg, il biografo ufficiale di Bukowski, e Linda Lohan, la moglie dello scrittore.

FERNANDA PIVANO

Nella prefazione, Fernanda Pivano dice che Sarah, la protagonista di Women, è lei.

Per chi non lo sapesse, a Fernanda Pivano dobbiamo la scoperta in Italia della Beat Generation. A questo proposito, nel libro viene detto almeno due volte che Bukowski non appartiene a questa corrente letteraria benché qualcuno lo pensi. Secondo la giornalista, era più simile agli autori della Generazione Perduta. Infatti, abbiamo già parlato del suo debito nei confronti di Hemigway,

Fernanda Pivano fu anche una critica musicale. Scrisse il primo articolo su Bon Dylan pubblicato in Italia.

Soprattutto, almeno per quanto mi riguarda, Fabrizio De Andrè per scrivere Non al denaro, non all’amore né al cielo utilizzò la sua traduzione de L’antologia di Spoon River. Se non ricordo male, nel libretto del disco c’è un suo testo.

PERCHÉ QUELLO CHE IMPORTA È GRATTARMI SOTTO LE ASCELLE?

Il titolo del libro viene da una frase che Bukowski ha pronunciato nel corso dell’intervista. Esprime la sua indifferenza verso i grandi problemi e le grandi questioni.

 

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Leggete anche

https://scrivereperglialtri.com/2024/01/20/la-pubblicita-che-fa-pubblicita-alla-pubblicita-recensione/

 

La pubblicità che fa pubblicità alla pubblicità (recensione)

Parliamo del libro La pubblicità che fa pubblicità alla pubblicità. È uscito nel 2021 ed è stato pubblicato dalla Lupetti.

Lo hanno scritto più persone e infatti nella scheda che c’è sul sito della casa editrice si legge aavv. Menziono l’archistar Massimiliano Fuksas e Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera.

DI CHE COSA PARLA LA PUBBLICITÀ CHE FA PUBBLICITÀ ALLA PUBBLICITÀ?

Veniamo al contenuto. È un omaggio a Lorenzo Marini, ex allievo di Armando Testa, e all’agenzia che ha fondato nel 1997.  Il 21 marzo 1997. Data scelta con oculatezza: ha voluto aprirla il primo giorno di primavera. Due nuovi inizi.

Tra le tante cose, si parla della sua conduzione, insieme a Dario Vergassola, della trasmissione radiofonica Il Giorno della Marmotta.

Un capitolo per anno, a ritroso.  Parte dal 2020 e arriva al 1998. Tante fotografie, ma anche la parte testuale ha un ruolo importante. Le due componenti si integrano bene e formano un prodotto gradevole, bello da sfogliare e utile da leggere. Utile perché dà informazioni utili sulla Lorenzo Marini Group e sul suo fondatore.

Il problema

E perché pone una domanda fondamentale per chi si occupa di comunicazione. Ed è per questo motivo il per cui sto scrivendo questa recensione. Qual è questa domanda?

Chi si occupa di pubblicità e di comunicazione promuove gli altri. Ma come fa a promuovere se stesso? Se ci fate caso, sono rari i casi di “pubblicità che fa pubblicità alla pubblicità”.

Nel capitolo dedicato al 2015, Nicola Zonca, direttore di Brand News, scrive:
“Se c’è qualcosa che mette in difficoltà le agenzie di pubblicità è il comunicare se stesse. Un fatto assurdo, per chi è abituato a veicolare messaggi per centinaia di brand, ma vero, tolte doverose eccezioni. Non possiamo inoltre non osservare come la grande maggioranza dei messaggi autopromozionali delle agenzie siano inspiegabilmente poco creativi. Altra assurdità”.

La soluzione classica

Allora, come fanno a trovare clienti e a fatturare? È chiaro che devono utilizzare altri canali. Ne primo capitolo, lo stesso Lorenzo Marini ce ne svela alcuni: passaparola, lettere, presentazioni, e-mail, telefonate, brochure. Tutti questi canali appartengono alla categoria del del below the line.

Che cos’è il below the line?

L’espressione below the line indica i modi di fare pubblicità e comunicazione che non utilizzano i grandi mass media come radio, televisione, cinema giornali e affissioni. Insomma, chi sceglie il below the line non punta sulla visibilità da parte del grande pubblico. Preferisce la discrezione.

Questo termine si usa anche nel giornalismo e indica tutto quello che è sta sotto la piega di metà dei quotidiani e delle altre pubblicazioni che utilizzano i formati tipici dei quotidiani. Questa piega  forma una riga, una linea. Da qui l’espressione. Va da sé che gli articoli che si trovano qui balzano meno all’occhio.

La soluzione di Lorenzo Marini

Ecco, Lorenzo Marini ha adottato altre  strategie. Leggiamo quello che ha scritto. Niente brochure, niente presentazioni, niente lettere e niente telefonate. I fiori non volano in cerca di api o di farfalle. Al contrario, emanano colori e profumi.”.

Secondo lui, è importante avere “un posizionamento, una personalità, una caratterizzazione”. E qualità: “Emanuele Pirella faceva gli annunci stampa più intelligenti e ironici di tutti’.

Ma rimane la domanda: come ha fatto la Lorenzo Marini Group a farsi conoscere? A maggior ragione se non utilizza neanche i canali below the line? Eppure, i clienti sono arrivati lo stesso. E visto che non sono stati contattati sono arrivati da soli. Alcuni su consiglio di altri, altri, invece, da soli.

Il fatto è che Marini ha scelto l’above the line, la visibilità. Come l’ha ottenuta? Attraverso inserzioni sui giornali, ad esempio. Inserzioni per far conoscere un lavoro. Come quando Lorenzo Marini ha lanciato un profumo con il proprio nome. O come quando ha scritto un romanzo. Ma anche per celebrare anniversari. A esempio, il primo. O per rendere edotta la popolazione sui propri valore (un testo strutturato sull’anafora). O per esprimere la propria creatività.

Già, la creatività. Non gli manca. Sia per quanto riguarda le produzioni sia per quanto riguarda i canali scelti: il libro, il profumo, la trasmissione radiofonica. La cosa da sottolineare è che la Lorenzo Marini Group li ha utilizzati per autopromuoversi.

Il libro che sto recensendo è proprio una carrellata di auto-promozioni di questa agenzia. Il sociologo Vanni Codegoni l’ha definito un trattato sulla pubblicità.

IL PROBLEMA DELLA VISIBILITÀ PER I COPYWRITER E I SEO COPYWRITER

Anche noi copywriter abbiamo problemi a farci conoscere. Soprattutto se lavoriamo come ghostwriter.

Marco Ziero ha paragonato il nostro lavoro a quello dei ciabattini, che vanno con le scarpe rotte. Nel senso che spesso ci occupiamo più dei testi dei siti dei nostri clienti e trascuriamo quelli del nostro.

E poi, fateci caso: molti di noi, soprattutto sui social, si propongono come formatori. Spesso, inoltre, mostrano come questo lavoro potrebbe cambiare la vita di chi lo fa.

Passando al seo copywriting, è difficile trovare le parole-chiave giuste per cercare clienti: la maggior parte è molto tecnica e interessa solo gli addetti ai lavori. Insomma, il rischio è quello di essere autoreferenziali.

Parlando in generale (cioè sia si copywriting normale sia di seo copywriting), si possono utilizzare canali tradizionali o i social? La mia esperienza mi fa dire che non sono canali molto fertili se cercate clienti. Ma magari è un problema che riguarda solo me. Non so se siano efficaci per trovare allievi perché non ci ho mai provato.

Allora? Per fortuna, nel nostro settore esistono keyword di respiro più ampio, che possono essere digitate anche dagli imprenditori che cercano blogger, copywriter eccetera. Ed esistono i siti specializzati con domande e offerte.

Sempre per esperienza personale, vi dico che aver scritto dei libri e, in passato, articoli pagati in visibilità mi è servito perché mi ha permesso di creare un credito di fiducia e di mostrare una sorta di portfolio.

ALTRI DUE SPUNTI INTERESSANTI DE LA PUBBLICITÀ CHE FA PUBBLICITÀ ALLA PUBBLICITÀ

Infine, altre due cose che mi hanno fatto apprezzare La pubblicità che fa pubblicità alla pubblicità.

Uno, si sottolinea l’importanza della comunicazione integrata tra offline e digitale.

Due, si afferma l’importanza della professionalità, del valore e della specializzazione. Non è vero che tutti sanno fare tutto e che uno vale uno sempre. Il capitolo è firmato da Luciano Fontana.

Che poi, dipende da cosa si fa: un  copywriter è più bravo di un costruttore di navi a scrivere testi, ma l’armatore è più bravo a fare le corazzate.

Ofelée fa to mestée, si dice a Milano (pasticcere fai il tuo mestiere).

 


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I cinque livelli di consapevolezza del marketing e il (seo) copywriting

Bisogna scegliere il tipo di copywriting e il mezzo con cui si fa marketing in base al livello di consapevolezza di un problema e della sua soluzione. I livelli di consapevolezza sono cinque.

I CINQUE LIVELLI DI CONSAPEVOLEZZA

Primo livello

Inconsapevoli del problema

Queste persone non pensano minimamente di acquistare qualcosa che possa aiutarle perché non sanno di averne bisogno.

Abbiamo a che fare con utenti passivi. Pertanto, dobbiamo fare in modo che sia il nostro messaggio ad arrivare da loro. I mezzi da adoperare sono quelli cartacei, compresi i cartelloni pubblicitari e le lettere di vendita, i social (sponsorizzando i post), l’email marketing e le reclame radiofoniche e televisive. Occorre insinuare il dubbio, abbattere le certezze. Alcune volte persino parlare esplicitamente del problema. Invece, non è assolutamente efficace puntare sulla seo o sulle Google ADS perché queste persone non fanno query che ci possono interessare.

Frank Merenda ideò una campagna per promuovere un’agenzia investigativa. Il target erano le donne sposate. Scelse le affissioni sui mezzi pubblici. La frase era: Sei sicura che vada a giocare a calcetto? Sottinteso: e non dall’amante?
In modo saggio, scelse di fare inbound marketing spingendo le destinatarie del messaggio a farsi qualche domanda.

Secondo livello

Consapevoli del problema ma non della soluzione

Abbiamo fatto dei progressi. Non si dice che sapere di avere un problema è il primo passo verso la sua soluzione, sempreché ci sia?

Il punto è capire qual è. E se ci occupiamo di qualcosa che può aiutare il lettore/l’ascoltatore, dobbiamo lanciargli questo messaggio: noi capiamo le tue esigenze e il tipo di prodotto che proponiamo noi è il più adatto.

Come ho già scritto, i miei competitor non sono solo quelli che offrono il  mio stesso tipo di prodotto o di servizio, ma sono tutti quelli che soddisfano le stesse esigenze che soddisfo io.

Terzo livello

Consapevoli della soluzione

Chi è in questa fase sa a quale prodotto o servizio ricorrere. Il mio compito è spiegare la differenza tra me e gli altri che fanno il mio stesso mestiere. Che cosa mi distingue da loro? Inoltre, potrei inserire delle recensioni.

Quarto livello

Consapevoli del marchio

Mi conoscono. Magari sono già stati miei clienti. Magari hanno letto le recensioni. Se ancora non ci hanno contattati significa che non  si sono trovati bene o che stanno valutando anche altre opzioni. L’approccio è molto simile a quello del livello precedente.

Quinto livello

Estremamente consapevoli del marchio

I MEDIA

Mi conoscono bene, si sono trovati bene ed è probabile che torneranno, se avranno bisogno. Io potrei stimolarli mandando un offerta.

I media elencati per il livello 1 (inconsapevolezza del problema) si possono utilizzare anche per il 2, il 3  e il 4 e a questi si possono aggiungere la seo e le ADS. Quest’ultimo per il quinto non serve perché non mi troverà cliccando sugli annunci a pagamento ma nella ricerca organica o addirittura digitando il nome del mio brand o della mia azienda. A meno che io non proponga qualcosa di nuovo rispetto a quello che conosce già.

LE STRATEGIE

Gli approcci e le strategie saranno diversi a seconda del livello di consapevolezza e del mezzo utilizzato.

Ad esempio, se scegliamo di utilizzare l’email marketing o una lettera di vendita, con chi si trova al secondo o, soprattutto, al terzo li non c’è bisogno di insistere troppo sulla gravità della situazione perché la conosce già. È sufficiente ricordargliela. Al contrario, con quelli del primo livello è necessario.

A quelli degli altri due dovrò innanzitutto ricordare che esisto. E, se opportuno, fare un’offerta.

NEL SEO COPYWRITING

Per quanto riguarda la seo, le ricerche fatte dalle persone saranno differenti a seconda del livello. Spazieranno da  “come fare a…” a query navigazionali.

Quale approccio dobbiamo seguire? Io nei testi che scrivo cerco di dare risposte a tutti e 4. Di solito rispondo a una domanda plausibile e faccio riferimento al problema (2 livello), inserisco il termine che indica il tipo di prodotto o di servizio (3 livello) e nomino il brand/l’azienda e, se è possibile, anche il prodotto (4 e 5 livello).

In modo schematico, possiamo dire che al secondo e al terzo livello di consapevolezza corrisponde la query informazionale, al quarto la query commerciale e al quinto quella navigazionale.

E quella transazionale? Dipende dal percorso che riesco a far fare a un lettore, se riesco a trasformarlo da potenziale cliente a cliente. Insomma, dipende dal customer journey. Se lo  fidelizzerò, farà parte del quinto livello di consapevolezza.

Il teorico dei cinque livelli di consapevolezza era un copywriter ed esperto di marketing e si chiamava Eugene Schwartz.

 


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Che cos’è l’email marketing?

Le email marketing sono email che hanno come scopo la vendita di un prodotto/servizio oppure la promozione (la brand awareness) dell’azienda che le invia.

QUANTI TIPI DI EMAIL MARKETING ESISTONO?

Possono essere di tre categorie: transazionali, newsletter e dem

Email transazionali

Sono quelle che una persona riceve in automatico dopo aver fatto o non fatto qualcosa.

L’esempio classico è dato dalle email di benvenuto. Sono quelle che riceviamo dopo aver effettuato la registrazione a un sito o a un social.

Altre email che appartengono a questa categoria sono quelle del tipo:

  • abbiamo preso in carico il tuo ordine;
  • grazie per il tuo acquisto/donazione;
  • abbiamo notato che è da un po’ che non apri le mail;
  • non hai ancora completato il tuo acquisto.

Vengono generate automaticamente dopo che il destinatario ha fatto qualcosa oppure se il sistema rileva un certo tipo di comportamento. A differenza di quelle che rientrano nelle altre due categorie, le mail transazionali non possiamo inviarle in modo massivo. Significa che non vengono mandate contemporaneamente a tutti i contatti della mailing list o a una parte.

Gli esperti di marketing suggeriscono di sfruttare al massimo le email transazionali perché tra le tre tipologie sono quelle con il tasso di apertura più alto. Come? Per esempio, proponendo uno sconto.

Newsletter

Hanno un contenuto di tipo informativo, inteso come approfondimento.

Il loro obiettivo è trasmettere il messaggio che chi le invia conosce bene il settore. Soprattutto, bisogna dire qualcosa di interessante per il proprio pubblico.

Possiamo paragonarle al content marketing, cioè al marketing che si basa sulla produzione di contenuti.

Infatti, entrambi puntano a creare fiducia intorno a chi li fa, a far capire che un è esperto, un’auctoriras.

Certo, lo scopo è sempre la vendita, ma si vuole raggiungere l’obiettivo in modo meno diretto. Di conseguenza, quasi sempre le newsletter terminano con una call to action e molto spesso questa call to action chiede al lettore di acquistare qualcosa o di andare in negozio.

Invece, esempi di call to action meno spiccatamente commerciali sono:

  • partecipa al nostro webinar;
  • prenota una consulenza gratuita.

Le newsletter sono anche un modo per tenere aggiornati i follower sulle nostre attività. Non a caso, fanno parte di questa categorie anche quelle mail che comunicano che sul blog è presente un nuovo articolo o che c’è una promozione.

Dem

È un acronimo che sta per direct email marketing. Come si può intuire, puntano direttamente alla vendita o a un’azione che la possa precedere. Per esempio, la call to action potrebbe essere: vieni nel nostro studio.

Le tecniche utilizzate sono quelle classiche, come l’aida e il pas e i loro derivati.

Occorre tenere conto di due fattori: L’esistenza del problema. La consapevolezza del problema. Il lettore ha quel problema? Se risposta è negativa, non sarà interessato a quello che il mittente gli vuole proporre.

Però si può puntare sul fatto che un giorno gli si potrebbe presentare e quindi consigliargli di giocare d’anticipo.

Allo stesso modo, possiamo fargli prendere coscienza del problema o instillare un dubbio. Il lettore sa di avere un problema ma ancora non sa come risolverlo? Oppure ci conosce ma è ancora indeciso se contattarci o meno? Bisogna far sì che prenda una decisione e che questa decisione consista nello scegliere noi.

Come si fa? Facendogli capire che siamo quelli più adatti a risolvere il problema e magari proponendogli uno sconto o un altro beneficio se verrà da noi entro una certa data.

Le dem spesso sono più dirette, più essenziali. Anche loro propongono degli sconti, come si può immaginare.

EMAIL MARKETING E STORYTELLING

A volte, le email marketing assumono la forma dello storytelling e capita che il mittente ci racconti il percorso di vita e professionale che lo ha portato a intraprendere quell’attività e ad avere successo. Senza nascondere le difficoltà.

Vogliono mostrare il lato umano del brand. L’intento, secondo me, è duplice. Da una parte, seguono la tendenza del momento, che diffida della perfezione, dell’asetticità e della distinzione netta tra la dimensione pubblica e quella privata. In questa cornice s’inseriscono anche le email in cui il mittente racconta al lettore alcuni aspetti della sua vita: che cos’ha fatto il giorno prima, dove ha passato le vacanze e così via.

Dall’altra, il messaggio è: molla tutto, credi nei tuoi sogni, cambia vita. Come ho fatto io, come hanno fatto i miei studenti. Io ti posso aiutare.

CONSIGLI SUL CAMPO OGGETTO

L’oggetto deve essere accattivante. Non deve essere vuoto ma nemmeno troppo lungo: gli esperti suggeriscono massimo tredici parole.

Anche l’anteprima può essere utile.

DOMANDE

Perché non possiamo utilizzare il nostro account di posta elettronica per l’email marketing?

Perché i provider come Gmail, Libero, Virgilio, Yahoo etc sono fatti per la comunicazione privata o, al massimo per gruppi, di poche persone. E di conseguenza, se lo facessimo, rischieremmo seriamente di finire nello spam.

Un’altra conseguenza negativa sarebbe questa: se invio una newsletter con il mio indirizzo di posta e questa finisce nello spam, anche quando mando una mail privata a uno della lista questa potrebbe fare la stessa fine.

Pertanto, è necessario utilizzare delle piattaforme apposite come SMS Hosting.

Quali sono le metriche da considerare?

Le più importanti sono tre: tasso apertura della mail, tasso di click sul link (se c’è) e tasso di disicrizione. A proposito di quest’ultimo, l’opzione per farlo dev’essere presente e ben visibile. Alcuni siti inviano una mail transazionale per chiedere il motivo.

Perché l’email marketing è una scelta vincente?

  • Perché il roi (return of investimenti) è molto vantaggioso: in media, il ritorno economico è molto più alto rispetto all’investimento. Un dollaro ne può generare fino a 42.
  • Non bisogna spendere cifre elevate per far arrivare il messaggio a più persone possibili, come. invece per le sponsorizzate dei social.
  • I prezzi delle piattaforme sono abbastanza bassi, specie entro un certo limite di invii mensili (siamo nell’ordine delle migliaia).
  • Non spendiamo soldi quando qualcuno apre la mail come avviene con le ads di Google o di altri motori di ricerca.
  • La mail arriva al destinatario (salvo spostamenti in spam) perché non sono mediate dall’algoritmo e non dobbiamo competere per salire nella serp.
  • I contatti sono di nostra proprietà e possiamo disporne sempre. Invece, se ci limitiamo a fare marketing sui social c’è sempre il rischio che ci chiudano la pagina o addirittura il profilo o che, meno tragicamente, ce lo blocchino per qualche tempo o che lo hackerino.
  • Anche un indirizzo di posta può essere hackerato. Oppure possiamo avere problemi di accesso. Se capita, non possiamo disporre dei nostri contatti. Per questo conviene tenerli su un file. E poi vale quanto detto prima sulla necessità di utilizzare una piattaforma specializzata.
  • Le email marketing arrivano esclusivamente a persone che conoscono la nostra azienda perché possiamo inviarle solo a chi ha chiesto o ha accettato che gli venissero spedite. È vero, possiamo comprare delle liste di indirizzi, ma è una pratica strasconsigliata. Infatti, anche se qualcuno ha firmato il consenso alla cessione dei propri dati, più o meno consapevolmente, a che cosa serve inviare qualcosa a chi non interessa? C’è anche il rischio che ci mettano in spam e se tante persone lo fanno (in realtà ne bastano 3 o 4), il provider tenderà a farlo anche per gli altri della lista.                                    

SERVIZIO

Se siete interessati a un servizio di email marketing, contattatemi per un preventivo e per saperne di più. Uso la stessa piattaforma che utilizzo per gli sms marketing.

Scrivere per l’infanzia

OBIETTIVI DELLA SCRITTURA PER L’INFANZIA

Scrivere per i bambini non è facile. Soprattutto, è molto importante, quasi fondamentale. Anzi, in certi casi è proprio fondamentale, nel senso letterale della parola, perché si gettano le fondamenta del loro sapere. Magari dimenticheranno quello che hanno letto, ma rimarrà a livello inconscio. Inoltre, potete stimolare la loro curiosità, la loro voglia di conoscere o l’interesse per le storie e per i libri.

Il titolo del paragrafo del libro (5.5) è “scrivere per l’infanzia e oltre”. Qual è il senso del titolo? Che la forbice è molto ampia e va dai bambini molto piccoli ai ragazzi.

Come avrete intuito, bisogna differenziare il contenuto, il linguaggio (e anche la lunghezza delle frasi, in questo caso) in base alla fascia d’età. Sulle copertine di solito trovate il target anagrafico di riferimento.

Se sono molto piccoli, sarà un adulto a leggerlo, poi diventano sempre più autonomi.

Ci sono tanti tipi di libri per l’infanzia. Narrativa, poesia, albi illustrati, libri gioco, libri per imparare, fiction e testi di divulgazione.

Il capitolo che sto recensendo si concentra sull’albo illustrato. Un tipo di libro che può essere solo d’intrattenimento. Ma può essere un modo per imparare. Pensate ai libri sui dinosauri con le figure.

Ci può essere un macrotema, ad esempio la natura, cui si può dare un taglio particolare e circoscrivendo un argomento preciso (gli insetti, i fiori, i cani e così via).

Lo spunto può essere dato da un evento, come Expo 2015.

Il libro dice che lo scrittore deve avere interesse per l’argomento. Sì e no, secondo me.

Sì nel senso che non deve fare le cose per sfruttare una moda del momento, se sceglie lui l’argomento.

No, perché spesso non è l’autore a scegliere l’argomento ma il cliente o il caporedattore e bisogna farlo (vale in tutti gli ambiti della scrittura).

Visto che si parla di album illustrati, parole e immagini si devono compenetrare, completare, essere in armonia, in equilibrio, ma anche avere una vita e un senso indipendente le une dalle altre.

Il testo deve emozionare il bambino, divertirlo, interessarlo.

E le parole? Il linguaggio dev’essere semplice ma non sciatto. Le parole nuove, alcune possiamo spiegarle, altre le devono cercare sul vocabolario, altre chiederne il significato, altre ancora capirle dal contesto.

LA MIA TESTIMONIANZA

Comunque, lavoro anche in una scuola elementare e vi posso dire che:

1) Ai bambini piace Geronimo Stilton e Diario di una schiappa.

2)  Una  bambina di 8 anni ha letto il diario di Anna Frank e una di 9 Il Signore degli Anelli e una di 6 e mezzo conosce benissimo la saga di Harry Potter.

Inoltre,  a 9-10 anni facevo  le ricerche utilizzando l’enciclopedia Universo

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Se volete, posso occuparmi dei vostri testi.

Contattatemi al 3713268100 o mandate un’e-mail a scrivereperglialtri@gmail.com

 

Ecco una recensione che ho scritto recentemente

 

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Ripasso di alcune regole della grammatica italiana

Torniamo a parlare di rispetto delle regole della grammatica e dell’ortografia dell’italiano e lo facciamo recensendo L’anacoluto non è una parolaccia.

Si tratta di un libricino abbastanza breve e abbastanza datato: è stato pubblicato nel 2004. Ma anche senza andare a guardare il frontespizio si capisce che non è recentissimo. Infatti, sulla copertina reca il logo della Provincia di Milano, soppressa nel 2016 per lasciare spazio alla Città Metropolitana (sempre di Milano).

Al contrario, il contenuto che tratta (le regole della grammatica e dell’ortografia della lingua italiana, appunto) è sempre attuale. 

Anzi, voglio anche elogiare la scelta di fare un libricino che si legge in poco tempo e che ha uno stile scorrevole. Inoltre, è esauriente.

Devo però precisare che non si tratta di un manuale di grammatica.

E neanche vuole esserlo. Paola Iannacce, allora assessore alla cultura e beni culturali della Provincia di Milano lo dice esplicitamente nell’introduzione.

Questo piccolo manuale non ha la pretesa di essere un testo di grammatica completo e organico: come potrebbe esserlo del resto viste le sue ridottissime dimensioni? È invece solo un semplice vademecum, un insieme di consigli riguardanti alcuni punti chiave della nostra lingua.

Qual è, allora, il suo fine? Secondo me, contribuire a creare un argine contro (uso ancora le parole di Paola Iannacce)

un lento degrado che si riflette in una banalizzazione lingua.

RECENSIONE DE “L’ANACOLUTO NON È UNA PAROLACCIA

È suddiviso in 19 capitoli, più un’introduzione e un’appendice.

Ecco l’elenco

La lingua la sa lunga

L’italiano ha saputo evolversi. Tuttavia, ci sono delle regole da rispettare.

Conviene darsi una regolata

Qual è il senso di queste norme? Perché esistono?

Fidarsi è bene, controllare è meglio

Quando scriviamo, il dizionario è uno strumento molto utile. Per fugare i dubbi, per non scrivere sempre gli stessi vocaboli. Invece, il correttore di Word (e altri strumenti simili, aggiungo) vanno usati con buon senso. 

Si scrive perchè o perché? Boh!

Qual è il ruolo degli accenti?

La Maria è promossa, il Paolo invece no

Come si usano gli articoli? Perché alcune parole vogliono l’articolo il/i e altre lo/gli?

I Santi si distinguono anche dall’apostrofo

Quando si mette l’apostrofo e quando nom ci va?

Assassinii o assassini. A volte il plurale e micidiale

Quali sono le regole per la formazione del plurale? Quali sono le eccezioni?

I pronomi: un argomento scottante

Li sappiamo adoperare correttamente? Tra l’altro, a differenza di quanto faccio io (e non solo), gli al posto di a loro viene considerato sbagliato.

M o N? Scopriamo la differenza

Un ripasso di un paio di regole imparate alle elementari

L’anacoluto non è una parolaccia

Costrutto sintattico per cui il primo elemento appare, rispetto ai successivi, separato e messo in rilievo: io, purtroppo, mi sembra che non ci sia nulla da fare; Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro (Manzoni). [Oxford Languages).

Ha abbastanza successo in letteratura.

La congiuntivite e altre patologie verbali

Come scegliere il modo giusto? Qual è l’ausiliare corretto? Quando si mette il passato remoto e quando si adopera il passato prossimo? Al netto delle differenze regionali.

Le maiuscole. Attenzione alle stonature

Il titolo è eloquente.

I punti cardinali della punteggiatura

Qualche regola su quello che non bisogna fare e qualche indicazione su quello che si deve o che si può fare.

Parole ed espressioni da rottamare

Cose fastidiose. Attimino, gli intercalari, le frasi fatte.

La d eufonica: una consonante dalla vita sregolata

La d eufonica si dovrebbe mettere solo tra due vocali uguali.

Come prendere le preposizioni per il verso giusto

Domande che ci facciamo tutti.

Salviamo il mondo dal cerchiobottismo

Un po’ di diffidenza verso i neologismi.

L’Italiano è wonderful

Alcuni termini ed espressioni stranieri sono necessari perché non c’è un corrispondente in italiano.  Altri si sono imposti sebbene esista un corrispondente nella nostra lingua. Di altri se ne può fare a meno.

Dulcis in fundo

Saluti, scuse e ringraziamenti.

Appendice

Mostriciattoli quotidiani

Siamo sicuri di non commettere questi errori? Dinnanzi al posto di dinanzi, vendesi al posti di vendonsi in caso di più articoli eccetera?

NOTA

Questo libro è nato anche grazie alla collaborazione dell’Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri. Il testo è a cura di Armanda Capeder (ex docente di lettere, giornalista e scrittrice).


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Answer Socrates o Answer The Public?

Come funziona? Se andate sul sito, trovate tre campi. Nel primo, dovete inserire la parola chiave. Nel secondo lo Stato e nel terzo la lingua. Come potete notare, per la lingua e lo Stato si usa un menù a tendina.

Dopodiché, lanciamo la ricerca. Come potete notare, mi fa vedere una serie di query che sono state fatte partendo dalla keyword che abbiamo digitato. Comprese le domande (altrimenti, non lo avrebbero chiamato Answer Socrates).

Qualcuno si sarà accorto è molto simile ad Answer The Public, il tool acquistato da Neil Patel di cui abbiamo parlato qualche tempo fa.

Facciamo allora un confronto per vedere è per quali aspetti uno è migliore dell’altro e quando, invece, il loro valore è simile.

ANSWER SOCRATES È GRATIS

Answer The Public permette di fare solo una ricerca al giorno in modo gratuito (se ci si registra, tre): per la altre bisogna sottoscrivere un abbonamento.

Al contrario, l’altro è completamente gratis e consente di farne un numero infinito.

Attenzione: questa è la situazione attuale (9 agosto 2023): magari, tra un mese decideranno di mettere a pagamento anche Answer Socrates o viceversa. Questa precisazione vale per tutte le voci, ma, secondo me, soprattutto per questa.

A chi assegniamo il punto? Direi ad Answer Socrates: le cose gratuite esercitano un certo fascino. È vero, il lavoro deve essere remunerato. Ma non penso che chi gestisce questo tool sia un filantropo: avrà deciso la sua strategia.

Del resto, i motori di ricerca e i Social sono gratuiti e fatturano tanto. Oppure, è davvero un filantropo e, quindi, perché dobbiamo impedirgli di fare del bene all’umanità?
Comunque, AS-ATP 1-0.

VOLUMI DI RICERCA E NUMERO DI RISULTATI

Answer the Public dà una stima dei volumi di ricerca per ciascuna query, il protagonista di questo articolo no. 1-1.

Il tool di Neil Patel ha una un’altra funzione che il suo competitor non ha: cliccando su ogni query, ci manda sulla serp di Google corrispondente (ma si può optare per quella di Bing) . In questo modo, possiamo sapere quante sono le pagine indicizzate e chi occupa le varie posizioni. 

Per esempio, sarà molto difficile posizionarsi bene se ci sono 20.000.000 di risultati che soddisfano quella ricerca. A maggior ragione se nei primi posti troviamo dei colossi o siti che sono lì da tanto tempo.

È vero, possiamo copiare le voci di Answer Socrates e incollarle nella banda di ricerca dei motori di ricerca ma è meno comodo. Pertanto, assegno due punti ad Answer the Public.

AS-ATP 1-2.

EQUILIBRIO E PARITÀ

Anche Answer The Public propone un elenco di risultati che possiamo copiare e incollare sui motori di ricerca che vogliamo.

Ora, in Italia si utilizza quasi esclusivamente a Google. Quindi, è quasi inutile conoscere i movimenti su Bing etc. Quasi, ma non del tutto. Soprattutto perché alcuni di loro stanno conquistando fette di mercato. È il caso di Ecosia o di Duckduckgo o di Qwant. Nessuno dei tre punta sulla pertinenza perfetta dei risultati, bensì su altro: il primo sull’ecologia (il suo claim è il motore di ricerca che pianta alberi) e gli altri due sulla privacy.

Questi motori di ricercano utilizzano i crawler di altri motori, ma anche di altri (soprattutto, quelli di Bing). Di conseguenza, ognuno ha la propria serp. Segnalo, en passant, che Qwant restituisce un numero abbastanza limitato di risultati: quando raggiungiamo una certa pagina, compare una scritta che recita: I seguenti risultati probabilmente non sono rilevanti, riformula la tua ricerca.

Quindi, per quanto concerne questo aspetto (l’accesso alle serp) vedo parità. AS 2-ATP 3.

Inoltre, entrambi danno la possibilità di scaricare il CSV. 3-4.

Answer Socrates dà la possibilità di conoscere i trend in uno Stato per un certo periodo di tempo (più o meno un anno) con un grafico che fa vedere l’andamento. Per esempio, uno di quelli di ieri in Italia era Caleb Ewan. Cliccando, si vedono le domande correlate. 4-4.

VERDETTO FINALE

Se consideriamo solo il numero di vantaggi e di svantaggi, il risultato è di parità. Anche il peso complessivo dei vantaggi mi sembra in equilibrio.

Certo, Answer The Public forse è superiore perché è utile conoscere i volumi di ricerca per le parola inserite. Ma non per le query associate. O meglio, è possibile, ma solo per alcune. Almeno, nella versione gratuita. Pertanto, conviene utilizzare tool più specializzati come Semrush, SeoZoom o lo stesso Ubersuggest. Quest’ultimo, infatti, è sempre di Neil Patel.

Analogamente, per conoscere i trend del giorno preferisco altri tool perché Answer Socrates non dà la possibilità di selezionare la materia. Ad esempio, a me potrebbero interessare i trend del momento nel settore del copywriting e non quelli che mi propone quel sito. Questa funzione ha un altro paio di difetti.

  1. Non si può cambiare Paese.
  2. Non sempre sono aggiornati. Ad esempio, secondo loro uno di quelli di oggi (10 agosto 2023) è Argentina-Bolivia, partita di calcio del 7 aprile 2018. Google Trends conferma le mie perplessità.

Inoltre, in generale, i risultati di Answer Socrates mi sembrano meno accurati perché a volte trovo cose non c’entrano niente. Benché anche l’altro non sia sempre impeccabile.

Per esempio, se inserisco la parola chiave Answer Socrates, entrambi restituiscono molti risultati inerenti al filosofo.

Oppure, se digito Anversa, alcuni dei suggerimenti sono:

  • Posso Averne Ancora (AS);
  • Posso Averne Ancora Meme (AS);
  • Posso Andare (AS);
  • Siamo ancora qua (ATP);
  • Siamo ancora qua eh già (ATP);
  • Siamo ancora qua Vasco (ATP).

In conclusione, secondo me Answer The Public è leggermente superiore.


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Comunicazione integrata

Una volta ho letto un libro che suggeriva di non cercare a tutti i costi un confronto con i competitor in campi già congestionati. Meglio puntare a qualcosa di nuovo e di alternativo, cercando di conquistare un pubblico di nicchia.

Ecco, io vi propongo qualcosa di analogo: perché sgomitare per essere in cima alla lista dei motori di ricerca quando ci sono molte strade che possono condurre una persona sul nostro sito e, meglio ancora, al nostro negozio?

Alla fine, più che trasformare una persona in un cliccatore o in un follower, è importante trasformarla in un cliente.

Ci sono molte strade per arrivare in un posto e non si deve fare per forza l’autostrada o il corso principale della città, che spesso sono affollati e non si riesce a procedere bene.

In questo sito vi propongo anche strade alternative per far arrivare le persone sul vostro sito e al vostro negozio.

Sì, c’è anche la SEO con le sue keywords, non lo si può trascurare.

Spesso, queste strade alternative non sono altro che vecchi tracciati e vie che si è continuato a battere.

Fuor di metafora, è tutto quel tipo di materiale che si utilizzava prima della diffusione di Internet.

L’on-line e l’off-line devono essere utilizzati insieme. In una comunicazione integrata. Il business writing è duttile.

Contattatemi se siete interessati.

Vi interessa un servizio di business writing?

Fare business writing significa scrivere per le aziende.

Business writer è un termine che ne comprende altri:

Addetto stampa
Blogger
Content writer
Copywriter
Ghost Writer
Seo copywriter
Social Media Manager.

Ammetto che alcune di queste figure si assomigliano ed è difficile individuare un confine netto. Non intendo approfondire qui l’argomento. La cosa importante è che tutte queste figure producono testi commissionati da aziende.

Se obiettate che alcuni vengono scritti da qualcuno del personale interno, vi do ragione. Il senso, però, non cambia: si lavora per un’azienda e non per un privato. Poi, non importa che sia l’azienda in cui lavoriamo o un’azienda che ci ha commissionato i testi.

Allo stesso modo, ho scritto aziende, ma il business writing riguarda anche i liberi professionisti, le scuole private, i commercianti e gli artigiani.

Insomma, chiunque abbia una partita iva. Ma può riguardare anche gli enti no profit

ATTIVITÀ LEGATE AL BUSINESS WRITING

Qual è lo scopo del business writing? Ne ha più di uno. Eccone alcuni.

Dare informazioni.

Dire qualcosa di nuovo, qualcosa che l’utente non conosceva.

Far conoscere il punto di vista aziende su certi temi.

Mettere in luce aspetti e lati poco considerati. Emozionare (anche il divertimento è un’emozione).

Raccontare. Non importa se fatti reali o storie inventate. L’importante è che passi il messaggio. Qualora si scelga di raccontare una storia inventata, sarebbe etico farlo capire o addirittura esplicitarlo.

Incuriosire.

Rendere più interessante un brand, un negozio, un territorio eccetera.

Rendere più interessante un prodotto o un servizio.

Trasmettere i valori dell’azienda/del brand.

Mettere in risalto un problema (cercando di dare una soluzione). Anche un problema cui non si pensa.

Far vedere la possibilità di un miglioramento di una situazione già buona Anche per aspetti cui non si pensa.

Dare notizie.

Confutare.

Scusarsi.

Rettificare.

Spiegare bene le cose.

Correggere.

Ringraziare.

Insegnare qualcosa.

Aiutare le persone a migliorare. Anche solo in una cosa.

Vendere

Persuadere le persone a fare qualcosa.

Far sentire il tono di voce dell’azienda o del brand.

Posizionarsi bene nelle serp.

Rispondere alle recensioni.

Creare una community.

Creare nomi.

Questi punti non sono alternativi e in un testo possono essercene diversi.

QUELLO CHE FACCIO

Siccome non si può fare tutto, mi sono specializzato in testi per blog. Insomma, sono soprattutto un content writer. Scrivo anche lettere di vendita. testi per newsletter e casi studio.

 

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Sei tool per copywriter, scrittori e blogger

TOOL PER IL CONTROLLO DELLA SCRITTURA ONLINE

Partiamo con tre siti che ci consentono di controllare se il nostro testo è corretto dal punto di vista formale. Questa e la naturalezza del testo devono essere la prima preoccupazione di chi scrive per professione. Purtroppo, può capitare che qualche errore sfugga. Per fortuna, la tecnologia ci aiuta.

Language Tool

Language Tool serve solo per il controllo della grammatica.

È vero che abbiamo parlato del correttore ortografico di Word ma un controllo in più non fa male. Io ne faccio anche un terzo: inserisco il testo nel corpo di una mail perché ho scoperto che Gmail segnala gli errori. Sono comunque strumenti da adoperare cum grano salis.

Infatti, sia Language Tool sia il correttore di Gmail segnalano errori che non ci sono. Ad esempio, quando scriviamo parole che il sistema non conosce. Altre volte, invece (ed è molto più grave), non ci dicono quando abbiamo sbagliato.

Giudizio finale su Language Tool

Pro: intuitivo e facile da utilizzare.
Contro: non è sempre accurato.
Consiglio: non utilizzate solo questo tool per controllare i vostri testi ma integratelo con altri (correttore ortografico di Word e correttore di Gmail o, nel caso, di altri fornitori di posta elettronica).

Voto: 3/5.

Oratlas

Abbiamo già parlato della funzione di Word “Leggi ad alta voce” e dell’utilità dell’ascolto quando si tratta di scovare errori di sintassi, di ortografia e di punteggiatura e per valutare la scorrevolezza e la naturalezza di un testo.

Giudizio finale su Oratlas

Pro: utile, accurato e intuitivo.
Contro: alcune voci non sono molto gradevoli da ascoltare. Quando si fa una correzione, riparte da capo.
Consiglio: copiate il testo e correggete i testi su Word.

Voto: 4/5.

Dogmadynamics

https://www.dogmadynamics.com/calcolo-indice-lettura-facile.html (Gulpease e Flesch Vacca)

È uno dei tanti Tool che analizzano i testi in base all’indice gulpease. L’ho scelto perché fa anche un’analisi tenendo conto dell’indice Flesch Vacca. Quest’ultimo è quello utilizzato da Yoast per dare il punteggio di leggibilità.

Dedicherò uno o più articoli a questi indici. Per il momento, vi basta sapere tre cose.

  • I calcoli si basano sul numero e sulla lunghezza delle parole o delle sillabe.
  • Il significato delle parole non gioca nessun ruolo.
  • La valutazione tiene conto dell’età o della scolarizzazione delle persone.
  • Più il punteggio è basso e più il testo è considerato difficile.

Giudizio finale su Dogmadynamics

Pro: facile e intuitivo.
Contro: del Tool, nessuno. Il discorso su questo modo di valutare la leggibilità è più complesso e merita un articolo più approfondito.
Consigli: non fidatevi ciecamente del risultato, in particolar modo se è positivo.

Avrete intuito che non è il mio Tool preferito tra quelli per i copywriter e gli altri professionisti della scrittura. Non tanto per il Tool in sé quanto per gli indici.

Voto: 5/5.

TOOL UTILI PER LA COMODITÀ DEI COPYWRITER

Questi tre, invece, rendono più semplici e più veloci alcune operazioni.

https://toolset.mrw.it/testo/ordina-alfabeticamente.html

Toolset ha molte funzioni ma io lo uso soprattutto per mettere in ordine alfabetico i termini di un elenco. Lo faccio (anche se non sempre) per semplificare la vita ai lettori.

Si può scegliere l’ordine a-z oppure quello z-a.

Giudizio finale su Toolset

Pro: utile, accurato e intuitivo.
Contro: nessuno
Consiglio: nessuno.

Voto: 5/5.

Due vecchie conoscenze

Infine, due di cui ho già parlato: contacaratteri e convertcase. Ne parlo brevemente. È abbastanza intuitivo che cosa fa il primo. Invece, Convertcase serve a trasformare le minuscole in maiuscole e viceversa.

Giudizio su Contacaratteri

Pro: Utile e facile da usare.
Contro: non è molto chiaro il calcolo delle parole chiave.
Consiglio: non tenetene conto in ottica seo. Ma non è nato per questo.

Voto: 4/5.

Giudizio su Convertcase

Pro: utile e facile da utilizzare.
Contro: nessuno
Consigli: nessuno.

Voto: 5/5.


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Ecco perché De Ketelaere gioca male

Spero abbiano ragione ma per adesso i 35 milioni investiti per acquistarlo non sono stati spesi bene. Mi auguro di avere torto.

BRUGES E DE KETELAERE

Ma perché sto parlando di calcio in un blog che si occupa di scrittura? Perché De Ketelaere è di Bruges e questo è il motivo delle sue difficoltà ad ambientarsi a Milano.

Qualcuno obietterà che non ho ancora risposto alla domanda.

Il fatto è che posso dimostrare quello che ho detto tramite la letteratura e il cinema.

E tramite un resoconto di viaggio. Molti anni fa andai a Bruges. Arrivai a metà mattina e contavo di rimanerci fino a sera. Prima della 1 (le 13) ero già sul treno per Anversa.

Intendiamoci: il centro è stupendo e le due chiese principali sono bellissime. Ho anche comprato un merletto per la mia mamma: Bruges è famosa anche per questo.

Ma per il resto la città mi ha deluso. E anche il centro l’ho trovato molto turistico. Invece, tutte le altre città belghe che ho visitato mi sono piaciute molto. Sono stato a Liegi, Arlon, Anversa, Kortrijk, Namur Mechelen e Gand.

A Bruxelles ci sono solo passato, per andare ad Anversa o all’aeroporto di Charleroi ma da quel poco che ho visto e da quello che mi hanno raccontato credo meriti qualche giorno.

Del resto, il motivo principale per cui sono andato a Bruges è stato un romanzo intitolato Bruges la morta, di Rodenbach.

Il libro è incentrato sul tema del doppio. Il protagonista è un vedovo che trova la pace dell’animo grazie alla tranquillità ,a di Bruges e al suo silenzio. Finché…

Il titolo è molto eloquente. Se avete visto In Bruges-La coscienza dell’assassino, probabilmente vi siete fatti la stessa impressione che trasmette il libro di Rodenbach, quella di una città non proprio adrenalinitica.

È vero, Pieter Aspe, il Simenon fiammingo, ambienta i propri gialli a Bruges ma non mi ha fatto cambiare idea. Anversa e Liegi sono un’altra cosa, due micro-metropoli.

Wikipedia conferma che Bruges è una città principalmente turistica (seppur con qualche industria e un porto, la cui storia meriterebbe un articolo) e ci informa che conta circa 118.000 abitanti.

DE KETELAERE, IL MILAN E MILANO

Lo stadio del Bruges, il club (in nederlandese, Club Brugge) in cui militava De Ketelaere prima di venire al Milan ha una capienza di 29.000 spettatori. San Siro di 78.000. Una differenza sostanziale, non trovate?

Ricapitolando: un ragazzo fiammingo di 21 anni passa da una cittadina turistica (il cui centro patrimonio dell’UNESCO) a una metropoli come Milano, da uno stadio abbastanza grande alla Scala del calcio e da un club che sta ai vertici in Belgio a un altro che, dopo essere tornato ai vertici in Italia, vuole farlo anche in Europa.

Non solo: a questo ragazzo fiammingo si chiede di dare un contributo importante al raggiungimento di questo obiettivo.

Inoltre, se non lo sapete, il livello della Jupiler League, la massima serie del campionato belga, è più basso di quello della Serie A.

Il fatto di essere stato presentato come un campione e come l’erede di Kakà non lo ha aiutato. Kakà quando è arrivato aveva davanti Rivaldo. Nessuno si aspettava che facesse subito la differenza. Secondo me, questo ha fatto sì che potesse inserirsi gradualmente e con serenità.

Il Genk

Inoltre, molti calciatori prima di andare in una big si sono fatti le ossa in squadre importanti ma che, almeno adesso, non si trovano ai vertici europei. Ad esempio, la trafila di De Bruine è stata: Genk, Chelsea (dove non ha brillato come fa ora), Werder Brema e Manchester City.

Ho scelto lui come esempio perché è fiammingo come De Ketelaere e perché il Genk ha sfornato molti giocatori importanti. Ne menziono un altro: Origi. Perché è belga e perché gioca nel Milan.

Kakà e Moggi

A proposito di Kakà, Moggi ha detto che non lo ha preso per via del nome. Ah, il naming...

POETI, CANTAUTORI E CALCIO

Chiudo con una carrellata di esempi che testimoniano il rapporto stretto tra il calcio e la cultura.

  • Il libro di poesie La solitudine dell’ala destra;
  • Una vita da mediano (Ligabue);
  • La leva calcistica della classe ’68 (De Gregori);
  • I New Trolls hanno scritto l’inno della Sampdoria;
  • Enzo Jannacci nomina il Milan in ben tre canzoni: Vincenzina e la fabbrica, Se me lo dicevi prima e Quando un musicista ride.

Ps

Ho visto delle immagini della partita che ha giocato De Ketelaere contro il Paris Saint Germain quando era al Bruges. Sono fiducioso.


Se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

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Scrittura e cucina, due discipline sorelle

La cucina e la scrittura si assomigliano e sono legate. In che modo? Ve lo dico in questo articolo

CHE COS’È LA CUCINA IN UNA REDAZIONE?

Partiamo da un’espressione: cucina. Premessa doverosa: non appartiene soltanto al lessico editoriale.

Tuttavia, ci limitiamo a vedere il significato che ha assunto in questo ambito.

Nelle redazioni, soprattutto in quelle dei giornali, il lavoro di cucina riguarda la revisione e la modifica degli articoli, perlopiù altrui (nelle piccole redazioni può succedere di sistemare i propri pezzi). In soldoni, si correggono gli errori e i refusi, si accorciano e si allungano gli articoli, si mettono i titoli, i titoletti, le immagini, le didascalie. A volte si apportano delle modifiche strutturali.

Negli anni in cui ho lavorato in un giornale ho fatto tanta cucina. Ma ho anche scritto tanti articoli. Fare cucina è utile per imparare a scrivere.

Per farla bene, non si deve appartenere alla categoria di persone che pensa che conti solo il contenuto.

Saper scrivere può aiutare a fare cucina ma occorre essere umili e capire che anche certi elementi sono importanti. Ad esempio, le virgole e il verso degli accenti.

Certo, mettere la virgola tra soggetto e verbo o commettere errori di ortografia e di sintassi è più grave che scrivere perché con l’accento grave, concordo.

SCRITTURA E CUCINA

Ci sono altri punti di contatto tra la scrittura e l’arte culinaria. Innanzitutto, in entrambi i settori bisogna avere come obiettivo principale la gradevolezza: a chi mangia e a chi legge deve piacere il prodotto.

Entrambi devono trarre beneficio da quello che fate. È vero, esistono i fast-food. Ma esiste anche la letteratura di serie B (e C, D, E…). Non ho scritto cibo spazzatura o junk food perché non voglio demonizzare nessuno.

E poi, ogni tanto un crisby lo possiamo concedere. Come possiamo concederci di leggere libri di livello basso. Anche in questo caso, una volta ogni tanto. Facciamo un libro scadente ogni tre panini del fast food.

Però, secondo me, c’è una differenza (almeno, per quanto mi riguarda): mangiare un cibo non proprio salutare mi dà più soddisfazione che leggere un libro di qualità bassa.

Non si dice, inoltre, che i libri nutrono l’anima? A volte ho sentito dire, a proposito di testi, che avevano dentro tanta (o poca) ciccia.

Quando andiamo al ristorante, non ci interessano le tecniche che ha utilizzato il cuoco. Magari poi guardiamo il video in cui Cracco spiega come fa la pasta al pomodoro oppure le trasmissioni di Sonia Peronaci.

Però al ristorante vogliamo mangiare, possibilmente bene. Qualcuno obietterà: se vado in un posto dove cucinano con il vapore, la tecnica mi interessa. Risposta: ti interessa il fatto che sia cotta al vapore, non vedere i vari passaggi del procedimento.

Anche quando il maître descrive le tecniche ai clienti, in quanti lo ascoltano con attenzione? Magari mi sbaglio.

Invece, credo di non sbagliarmi se dico che tutte le tecniche e le figure retoriche che usiamo quando scriviamo servono solo a rendere il testo più accattivante. Se a qualcuno non piace quello che ho scritto, non posso dirgli: “non capisci niente! Non vedi che ho usato la litote?”. Semmai, un lettore attento e colto se ne può accorgere.

Per inciso, la litote è una figura retorica che consiste nel mettere in risalto qualcosa negando il suo contrario. Il Canada non è piccolo.

Con questo voglio dire che i clienti hanno sempre ragione? No. Intendo dire che è non è utile contrapporre argomentazioni che per loro non hanno valore. E giustamente. Questi sono solo strumenti. Sono mezzi, non fini.

Analogie tra scrittura seo e cucina

Anche la scrittura seo oriented ha qualcosa che accomuna la cucina. Innanzitutto, credo che la parola chiave debba essere trattata come il sale (o lo zucchero nei dolci): non deve mancare ma non bisogna esagerare. Tra l’altro, mi sono accorto che non tutti masticano la seo. La scelta della parola masticare è oculata.

FOOD BLOGGER, CHEF E LIBRI

E possiamo dimenticare food blogger, siti e giornali a tema cibo, rubriche di cucina? No, naturalmente. 

E i libri? Forse è qui che si vede in modo completo il rapporto stretto che c’è tra scrittura e cucina. Dobbiamo fare una distinzione.

Abbiamo i ricettari e secondo alcuni il primo libro (o uno dei primi) che ha contribuito alla diffusione della lingua italiana è stato quello di Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Oggi, molti chef stellati scrivono ricettari. Qualcuno aggiunge ricordi personali. Ho scritto molti perché tutti mi sembrava rischioso: e se qualcuno non lo ha fatto? Non so neanche se qualcuno di loro abbia scritto libri non di cucina.

Abbiamo i racconti e i romanzi. E potremmo aggiungere film, canzoni e opere teatrali. A sua volta questa categoria si può suddividere in:

Opere in cui il cibo compare nel titolo o ha un ruolo da protagonista.

Opere in cui il cibo è presente ma non è protagonista (però può essere importante).

Per esempio, in una strofa di Creuza de ma De André nomina una serie di piatti. Invece, A cimma è il titolo di un’altra sua canzone e il nome di una pietanza genovese. Il brano parla proprio di uno che cucina questa specialità. De Andrè lo ha scritto insieme a Fossati. Fa parte dell’album Le Nuvole.

La lista delle opere dell’uno e dell’altro gruppo è lunga e in Rete potete trovare i titoli. Soprattutto di quelle nel cui il titolo compare un cibo (o una bevanda). O il concetto.

Ne vorrei citare solo uno: Foodification, perché è critico e distopico. Vi sarete accorti che il nome riecheggia il neologismo gentrificazione.

Opere in cui il cibo è presente ma non è protagonista (però può essere importante)

Magari è più utile se ne faccio una di quelle in cui il cibo e presente, magari anche con un ruolo significativo, ma non c’è nel titolo.

  • Iliade;
  • Odissea;
  • Cambiare l’acqua ai fiori;
  • Le 120 giornate di Sodoma;
  • Metafisica dei tubi;
  • Acido solforico;
  • Igiene dell’assassino:
  • Pulp Fiction;
  • Le Iene Salò o le 120 giornate di Sodoma;
  • Matrix;
  • Il furto della Divina Commedia. Un’indagine di Fausto Lorenzi;
  • Il moro della Vedra;
  • Io tigro tu tigri egli tigra.

Come si può notare, ce ne sono due di Amélie Nothomb (Metafisica dei tubi, Acido solforico e Igiene dell’assassino).

La scrittrice belga ha dichiarato di mangiare solo una volta al giorno perché la fame le acuisce i sensi e di mangiare solo cibo . In un libro, Biografia della fame, parla del periodo in cui rifiutava il cibo e dell’importanza della fame nella storia e dell’umanità e nello sviluppo delle civiltà.

Invece, Il furto della Divina Commedia Un’indagine di Fausto Lorenzi è un romanzo di Crapanzano il cui protagonista non è Arrigoni ma l’ispettore Lorenzi, non molto abile ai fornelli e poco propenso al peccato di gola.

È interessante perché in una scena Crapanzano fa mangiare a Lorenzi e alla sua futura fidanzata, Rossana, dei toast, che ai tempi erano una novità.

La vicenda si svolge nella Milano degli anni ’50.

SCRITTORI E PUBBLICITÀ

A proposito di toast, panini eccetera, lo sapete che il termine tramezzino è stato coniato da D’Annunzio?

Fascismo e parole vietate

A questo punto, è necessario ricordare che tanti termini imposti dal Fascismo riguardavano il cibo e le bevande: insalata tricolore (insalata russa), polibibita o bevanda arlecchinna (cocktail), lombo di bue (roast beef), castagna candita (marron glacè).

Artisti e pubblicità di cibi e bevande

Il Vate è stato uno dei tanti scrittori che hanno prestato la propria penna alla pubblicità. Ma visto che questo articolo verte sul tema scrittura e cucina e cibo, restringo il campo.

Olio

Ad esempio, la Sasso, quella dell’olio, aveva una rivista aziendale, La Riviera Ligure, su cui scrivevano autori come Camillo Sbarbaro (che forse era un mio antenato), Saba, Ungaretti, Palazzeschi, Pirandello, Pascoli. Quest’ultimo ribattezzò il giornale Rivista dell’Olio e pubblicò qui per la prima volta L’inno all’olivo.

Bitter

E poi, De Pero, che ideò la bottiglietta del Campari Soda, che è quella che c’è ancora, e lo slogan “Non chiedete un bitter, chiedete un Campari Soda”.

PUBBLICITARI E SCRITTURA FICTION

E poi ci sono i pubblicitari che hanno scritto romanzi e altro. Come Crapazano Visto l’argomento dell’articolo, nomino Romano Bertola perché El Merendero e Miguel Son Mi (entrambi per la Venchi), lo slogan “Fiesta ti tenta tre volte tanto” e Jo Condor (anche questo per la Ferrero) li ha creati lui. Si vede che gli piaceva il cioccolato. È sua anche la Mariarosa della Pane Angeli.

Ha scritto anche due libri di aforismi, Le caramelle del Diavolo e Includetemi fuori, un romanzo, La stanza delle mimose, con cui ha vinto il Premio Cesare Pavese ed è tra gli autori di Carletto e di atri brani. Ha scelto anche altri libri ma mi fermo qui.

SAGGISTICA E LEZIONI

Abbiamo i trattati come La Fisiologia del gusto di Brillat Savarin e i pamphlet come La repubblica dei cuochi di Guia Soncini.

Ci sono i corsi per diventare food writer o food blogger.

SCRITTURA E CUCINA/2

Ritorniamo al ristorante. Alcuni menu contengano descrizioni che hanno lo scopo di essere emozionali.

Meglio che non contengano errori. Io alcuni li tollero ma altri no. Ad esempio, detesto quando trovo scritto caipirinha con la ñ come se fosse una parola spagnola: ci vedo molto di più di un refuso o della conseguenza di un’ignoranza.

Parole magiche che fanno vendere più cibo

Inoltre, facendo un discorso generale, alcune parole chiave possono spostare le decisioni di molte persone. Eccone alcune:

  • biologico;
  • chilometro zero;
  • italiano;
  • senza (elemento dannoso o ritenuto dannoso);
  • naturale/naturali;
  • galline allevate a terra;
  • filiera corta;
  • certificazione;
  • trappista;
  • artigianale;
  • cascina;
  • del territorio;
  • equosolidale.

Anche l’anno di nascita di un’azienda può costituire un plus.

CONCLUSIONE

Inoltre, cucina e scrittura si assomigliano perché il cuoco e l’autore devono creare un prodotto equilibrato e gradevole partendo dagli ingredienti. Entrambe devono tenere conto del pubblico di riferimento; entrambe possono essere classiche, creative, sperimentali; entrambe, infine, possono raccontare un territorio. Dal rione in cui si trova una trattoria alle Hawaii. Mescolando, anche.


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Qual è il rapporto tra il design e la scrittura?

Approfitto della Milano Design Week per esprimere un concetto che reputo molto importante: secondo me, ci sono delle analogie e dei legami tra il design (e l’architettura) e la scrittura.

FONT E FORMATTAZIONE

Devo, innanzitutto, parlare di font. La scelta del font va fatta con cura perché bisogna soddisfare due esigenze. La prima è la leggibilità e la seconda è la trasmissione della personalità del brand. Faccio una precisazione perché è d’uopo: utilizzo il termine brand per indicare anche i piccoli negozi e le piccole aziende. Lo so che non è corretto ma lo faccio stesso per comodità.

Vi suggerisco di presentare attenzione ai font che vengono utilizzati nei siti, nei blog, nei volantini, nelle insegne e cosi via. Dopodiché, fate caso all’idea che vi trasmette ognuno di quei font. Inoltre, risponde alla domanda: è appropriato? Qual è l’idea che mi dà?

Colori

Oltre al font, occorre scegliere bene il colore dei caratteri, soprattutto in rapporto allo sfondo. La cosa più importante è che sia ben leggibile. Quando ho fatto il corso di redattore multimediale la professoressa m’ insegno che l’ideale è sfondo bianco e testo nero. Sacrifichiamo un po’ di creatività artistica. Anzi, mettiamo la creatività al servizio della funzionalità, proprio come i grandi architetti e i grandi designer (quasi sempre, chi fa una cosa fa anche l’altra).

Sempre in quel corso ho imparato che non bisogna utilizzare il sottolineato perché una parola sottolineata crea nel lettore un’aspettativa: che ci sia un link.

Allo stesso modo, se utilizziamo dei colori per mettere in evidenza delle parole, non usiamo gli stessi dei link (sia di quelli da aprire sia di quelli già aperti).

C’è un altro legame tra la scrittura e il design: alcuni font sono stati creati da designer famosi. Visto che siamo nel periodo della Milano Design Week, ne cito solo: il Bob Noorda. Inventato, appunto, da Bob Noorda, un designer danese. È quello della Metropolitana di Milano. Bob Noorda ha voluto creare un font facilmente leggibile. Anche da lontano e anche da un treno in corsa.

OLTRE LA MILANO DESIGN WEEK: DESIGN, SCRITTURA E ARCHITETTURA

Tuttavia, il rapporto tra la scrittura, soprattutto come copywriting, da una parte e il design e l’architettura dall’ altra è ancora più profondo. Infatti, tutti e tre devono, innanzitutto, essere funzionali alle richieste del committente.

Questo legame è ben evidente nella produzione contemporanea, essenziale, razionalista e minimalista. Infatti, l’aspetto decorativo è molto meno importante rispetto al passato, se non assente del tutto. Per Vico Magistretti ogni elemento doveva avere un’utilità pratica. Ogni componente della lampada Arco dei fratelli Castiglione serve a qualcosa nell’economia del prodotto.

In breve: ci deve essere tutto quello che è necessario e non ci deve essere niente di più rispetto a quello che è necessario.

Allo stesso modo, quando scriviamo un testo, dobbiamo valutare sempre se una parola ci va o se è quella più appropriata e se manca qualcosa.

La risposta non può mai essere univoca ma occorre vedere di volta in volta tenendo conto di molti fattori: il contesto, il numero di parole minimo richiesto, il tono di voce, lo stile, il ritmo, la chiarezza, il target, tipo di lingua, il registro.


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Voi sapete parlare in italiano neostandard?

Vediamo insieme che cos’è l’italiano neostandard.

Anzi, sappiamo che il registro si deve adattare al contesto

L’italiano neostandard non rispetta le vecchie regole della grammatica e anzi è la grammatica che si sta adattando.

Prima di entrare nel dettaglio, voglio precisare che il registro linguistico non ha necessariamente a che fare con la terminologia tecnica perché io posso benissimo dialogare con qualcuno usando l’italiano neostandard e un lessico specifico (ad esempio, di uno sport o di filosofia).

Anzi, come ho già detto in passato, una frase deve essere chiara nella struttura. Se lo è, posso utilizzare anche termini che secondo me il lettore non conosce (a volte è quasi necessario). L’importante è che gliela spieghi. Ma per farlo devo avere a disposizione molte parole. Nel caso contrario, posso mettere un link a una pagina che lo fa al mio posto (se il testo è destinato all’online) o puntare sulla semplicità. Se scriviamo un testo pubblicitario breve la seconda soluzione è la migliore.

ALCUNI ESEMPI DI ITALIANO NEOSTANDARD

Adesso vediamo alcune caratteristiche dell’italiano neostandard

Periodo ipotetico dell’irrealtà fatto con due indicativi imperfetti invece che con il congiuntivo trapassato e il condizionale passato.

Quindi, se me lo dicevi prima ti operavo io e non se me lo avessi detto prima ti avrei operato io.

Lui e lei come soggetto al posto di egli e di ella.

Loro come soggetto al posto di essi e di esse.

Sto notando anche che lui, lei e loro stanno iniziando a sostituire esso, essa, essi ed esse anche quando si tratta di oggetti, luoghi e concetti.  Anche nei complementi indiretti. Nell’orale da un po’ e ora anche nello scritto.
Diciamocelo: esso, essa, essi ed esse sono brutti. Chi li utilizza?

Gli al posto di loro quando ci si rivolge a più persone.

Accordo a senso. In piazza c’erano un migliaio di persone. Il soggetto grammaticale è un migliaio e pertanto il verbo andrebbe al singolare.

Forme come a me mi e ma però.

Passato prossimo invece del passato remoto.

Presente al posto del futuro.

Doppio complemento oggetto (Esch sur Alzette l’ho visitata nel 2006). Forse questa è ancora tipica della forma orale. I linguisti la chiamano dislocazione a sinistra (la mangi la pasta?).

A me mi e ma però non sono bellissime da leggere.

Le altre vengono utilizzate anche nello scritto e non sono più un errore (anche se a qualcuno questo non piace).

Naturalmente, se voglio tenere un registro alto, le eviterò. Non tutte: ormai, egli ed ella non si usano più neppure nei contesti aulici.

Voglio precisare che il registro non ha a che fare per forza con il livello culturale delle persone. Ad esempio,  due laureati che vanno a fare un aperitivo quasi sicuramente adopereranno delle forme dell’italiano neostandard.

A dire il vero, non è una situazione nuovissima: già negli anni ’80 e ’90 alcuni insegnanti accettavano alcune di queste forme. Il primo a utilizzare l’espressione italiano neostandard è stato il linguista Gaetano Berruto nel 1987.

Invece, un altro linguista, Mirko Tavoni, nel 2005 per le forme accettate nel parlato nel parlato ma non nello scritto ha proposto di usare il termine italiano substandard.

IL TONO DI VOCE

Il registro linguistico, il tipo d’italiano e il lessico c’entrano con il tono di voce ma non lo esauriscono.

Anche la punteggiatura contribuisce perché dà il ritmo.

Pure il numero di parole contribuisce al tono di voce (o tone of voice): un conto è dire esca e un conto è dire gentilmente può uscire.

Il tono di voce è il modo in cui un’azienda o un ente comunica e deve tenere conto del target e dello stile dell’azienda o dell’ente. È come se li sentissimo parlare.

Può essere: freddo, caldo, colorato, neutro, formale, informale, amichevole burocratico, istituzionale, colloquiale, distaccato, ironico, istituzionale, onirico, professionale, realistico, rispettoso, sarcastico, serioso, tecnico.

Su questa pagina di Shopyfy trovate qualche esempio.

Quello ironico e quello sarcastico sono molto rischiosi: bisogna saperli usare e devono essere in sintonia con lo stile di lo utilizza.

Il burocratese

Uno dei toni di voce è quello burocratico. Lo usano gli enti pubblici.

Si parla anche di burocratese e non gli si dà mai un’accezione positiva.

Il rischio è che le persone non capiscano quello che c’è scritto nei documenti e che provino diffidenza nei confronti delle istituzioni.

Il linguaggio burocratico e giuridico è quello ma si può fare in modo di renderlo meno ostico. Ad esempio, la Regione Veneto ha deciso che ogni documento in burocratese verrà affiancato da un documento di sintesi scritto in italiano corrente (neostandard?) che avrà lo scopo di tradurlo.

PAROLE STRANIERE, ACRONIMI E ITALIANO NEOSTANDARD

Infine, due righe sulla proposta di Rampelli di vietare i termini stranieri.

Se da una parte troppe parole straniere rendono difficile la comunicazione, soprattutto tra il istituzioni e cittadini, dall’altra molte di loro ormai fanno parte del nostro vocabolario.

Al punto che la parola italiana ci suonerebbe strana (ad esempio, castagne candite invece di marron glacé).

Un discorso simile lo possiamo fare per gli acronimi: alcuni sono familiari e fanno parte del linguaggio corrente ma altri no e per questo rendono difficile la comprensione.


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Perché non facciamo un pubbliredazionale?

PUBBLIREDAZIONALE VS ARTICLE MARKETING

Sono degli article marketig? No: i siti che forniscono un servizio di article marketing mettono il proprio spazio a disposizione di chiunque.

Non è nemmeno un guest post perché in questo caso è l’ospite a scrivere.

Lo scopo principale di un guest è portare visitatori al sito di chi scrive o di chi ha commissionato l’articolo. Contribuiscono alla creazione della linkbuilding.

Tuttavia, le ultime voci dicono che Google non li ama particolarmente.

Al contrario, un pubbliredazionale viene scritto dalla redazione del giornale o del sito/blog su cui compare l’articolo.

IL SERVIZIO SU QUESTO SITO

Inoltre, di solito i guest post solito sono gratuiti mentre i pubbliredazionali no.

Questo significa che basta pagare per ottenere un pubbliredazionale?

No, almeno per quanto mi riguarda. Infatti, come prima cosa l’azienda non deve andare contro i miei principi morali. Ad esempio, non do spazio a circhi con animali, a produttori e a venditori di pellicce e a chiunque abbia a che fare con le macellazioni rituali come quella halal e quella kosher.

Naturalmente, preferisco scrivere un pubbliredazionale per chi adotta sistemi che gli consentono di rispettare l’ambiente. Non meno importanti sono il rispetto dei lavoratori e della parità di genere e dei diritti civili.

In secondo luogo, non scrivo pubbliredazionali per i miei competitor. Però sono disponibile come ghostwriter per agenzie di comunicazione.

Invece, non sono una discriminante il contributo che l’azienda dà al tessuto economico della società e la sua anzianità.

Questo perché sono convinto che qualsiasi tipo di prodotto o di servizio sia utile al tessuto economico della società e che ogni azienda abbia una storia interessante, anche se è nata da poco. Il mio lavoro è proprio quello di darle forma, di raccontarla.

Per quanto mi riguarda l”importante è che l’azienda sia di qualità e che rispetti le regole morali che ho elencato prima.

I VANTAGGI DI UN PUBBLIREDAZIONALE

Quali sono i vantaggi di un pubbliredazionale?

Innanzitutto, non devo cambiare il mio stile. Per quanto una persona sia brava ad adeguarsi al tono di voce del cliente, rende meglio quando utilizza il proprio modo di scrivere. Non utilizzo l’espressione linguaggio giornalistico perché credo che la struttura di un linguaggio giornalistico sia la base per fare qualsiasi articolo (posso fare un’eccezione per lo storytelling).

In secondo luogo, il committente può ottenere visibilità da parte dei lettori di questo sito.

Terzo, un pubbliredazionale è meno invasivo di una pubblicità e può essere percepito come autorevole e come prova di qualità dell’azienda per cui viene scritto.

Infine, i pubbliredazionali non devono essere visti come un modo per ottenere dei backlink perché non è il loro scopo principale.

Se siete interessati, contattatemi pure per un preventivo.

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Cioccolato, pubblicità e copywriting

La vicenda del Toblerone mi dà lo spunto per parlare del rapporto tra cioccolato, pubblicità e copywriting.

IL CASO TOBLERONE

Che cosa è successo? Il profilo del Monte Cervino dovrà essere tolto dalle confezioni del Toblerone perché la Legge svizzera consente di utilizzare i simboli nazionali soltanto alle aziende la cui produzione avviene esclusivamente nel territorio elvetico. Le norme risalgono al 2017 e servono a tutelare il “made in Swiss”. Infatti, la Mondelez, l’azienda statunitense che produce il Toblerone, ha aperto degli stabilimenti in Slovacchia. Pertanto, questo cioccolato verrà prodotto anche al di fuori della Confederazione (che non è una confederazione). Al posto del Cervino ci sarà una montagna stilizzata.

CIOCCOLATO, ARTE, COPYWRITING E PUBBLICITÀ

Ecco, le montagne. Non molto tempo fa Dissapore ha scritto che la loro immagine aiuta a vendere certi tipi di prodotto. Uno di questi è il cioccolato.

Un cibo così poco in sintonia con il caldo, almeno nell’immaginario collettivo, che la Ferrero all’inizio dell’estate preferisce ritirare tutti i suoi cioccolatini dal mercato per poi iniziare di nuovo a vederli in autunno. Infatti, ogni anno a settembre uno spot ce lo ricorda, sottolineando un numero: zero. Zero vendite. Il messaggio è chiaro: preferiamo perderci temporaneamente dal punto di vista economico che rovinarci l’immagine proponendo qualcosa che in quel periodo perde di qualità. Tanto i soldi si recuperano.

La Ferrero (di cui cito sempre la Nutella come esempio di ricerca navigazionale) è bravissima a creare brand per ogni nicchia di mercato. E lo anche cambiando il tono di voce in base ai prodotti e ai loro target. Inoltre, ha commesso molto raramente l’errore di creare estensioni di linea.

Sempre in tema di cioccolato, avete notato che basta un aggettivo o un numero per cambiarne la percezione che se ne ha?  E non solo per quanto riguarda le caratteristiche fisiche (nero, 70%, dolce, amaro, bianco) ma anche e, forse, soprattutto per quanto riguarda il valore (belga, equosolidale). È interessante il caso della Novi, nel cui payoff c’è palesemente una parola nascosta, italiano.

Il cioccolato non è interessante solo dal punto di vista della pubblicità e del copywriting ma anche dell’arte. Lo troviamo, ad esempio, direttamente o indirettamente, in film come Palombella Rossa e Bianca, entrambi di e con Nanni Moretti, in due canzoni degli Offlaga Disco Pax (Robespierre e Cioccolata IACP) e in alcuni romanzi di Amélie Nothomb (mi vengono in mente Metafisica dei tubi, Stupori e tremori e Acido Solforico).

Visto che Amélie Nothomb viene dal Belgio, un Paese che per il marketing, il turismo e il brand punta anche su questo alimento, ne approfitto per rimediare a una dimenticanza: avevo tralasciato Timidi Anonimi, con Benoit Poelvoorde, lo stesso attore di Niente da dichiarare e di Dio esiste e vive a Bruxelles.

Nel libro Scrittori e pubblicità. Storia e teorie di Giovanni Alessi, Linda Barcaioli, Toni Marino e Zaganelli (Fausto Lupetti Editore) si parla anche del ruolo degli scrittori quando si decise di trasformare il cioccolato da prodotto d’élite a prodotto di largo consumo.

CAMBIAMENTO

Il cioccolato contiene serotonina e dopamina e aiuta a sprigionare endorfine. Quindi ha effetti positivi sull’umore. Il copywriting punta anche su questo. Come, naturalmente, lo fa sul gusto. Invece, rispetto a qualche decennio fa, oggi si dà  meno meno importanza alla capacità energizzante di questo elemento.


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Loreto, viale Brianza diventa via Veronica

I FATTI

L’autista ha detto di non averla vista: probabilmente si trovava in un punto cieco. Lì c’è una pista ciclabile. Occupata dalle macchine parcheggiate.

Se avessi fatto ancora il giornalista o il citizen journalist, forse avrei voluto avere più materiale per scrivere un articolo, magari parlando con le Forze dell’Ordine che erano là. Forse avrei voluto essere un testimone oculare. Ma non fa per me. Qualche anno fa ho assistito al racconto di un ex giornalista. In breve, non ha avuto nessun problema nel pubblicare il nome di una persona accusata di pedofilia, che poi è stata scagionata.

VIA VERONICA, LORETO

Il sabato successivo (il 1 febbraio era un mercoledì), nella zona dove è avvenuto l’impatto migliaia di persone hanno fatto una manifestazione per ricordare la ragazza e per chiedere più tutele per i ciclisti. Ah, mi sono dimenticato di dire che era in bicicletta quando è stata investita.

Il lunedì, quando sono ho imboccato l’angolo tra piazzale Loreto e viale Loreto, ho visto tanti fiori, tutti per Veronica. Molti più di quanti ne mettano di solito nei posti in cui c’è una incidente mortale. E una foto che la in cui lei è in montagna. E messaggi (alcuni dei quali scritti in caratteri di un altro alfabeto). Sono passati più di venti giorni e non solo nessuno tocca i fiori (ci mancherebbe!) ma mi sembra che aumentino, addirittura. Tuttavia, la cosa che mi è piace di più sono i cartelli, attaccati sulla parete a mo’ d’insegna, che la ricordano. Infatti, iniziano tutti con “Via Veronica”. E sotto, una piccola dicitura.

Via Veronica
Creatrice di bellezze.

Via Veronica
Campionessa mondiale di amicizia.

Via Vero
Sushi girl.

A me sembra che, in questi modo, non la commemorino ma ne celebrino la vita senza retorica.

Ed è quello che mi piace. Anch’io vorrei essere ricordato così. C’è anche un apprezzamento estetico, scritto in riocontra (il linguaggio in.codice che inverte le sillabe). Non è proprio fine ma secondo me non è volgare.

Mi è venuto in mente il cimitero di Copenaghen, Assistens Kirkegård, in cui le persone fanno i pic-nic o vanno a correre.

 

I cittadini di Loreto si stanno mobilitando per trasformare viale Brianza in una zona totalmente pedonale. Questa idea nasce dalla storia e dal patrimonio che riguardano la comunità di Loreto.

In particolare, una lapide sempre presente nella zona ricorda la giovane Veronica Ippolito, medaglia d’oro al valore civile e bandiera di Carmine, scomparsa in un incidente stradale nel 2006.

A seguito della richiesta dei cittadini, la giunta municipale ha pensato di intitolare viale Brianza a Veronica Ippolito e di suggerire l’applicazione di alcune restrizioni al traffico.

Le strade sarebbero trasformate in piste ciclabili, viali pedonali oltre alle viabilità attuali. 

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Corbellerie dell’intelligenza artificiale

PRIMO SITO DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

Gli ho fatto anche altre domande, cui ha risposto in modo corretto.

Invece, qui non ci siamo proprio. V’invito a controllare le risposte che ha dato (le parole in grassetto).

Prima chat tra l’intelligenza artificiale e il copywriter

Human Chi erano gli Offlaga Disco Pax?

AI: Offlaga Disco Pax era un gruppo post-punk italiano, attivo tra il 1996 e il 2005. Composto da tre membri – Luca Mauri, Giorgio Prette e Riccardo Tesio -, il loro stile musicale, che hanno descritto come “sperimentale bizzarro”, combinava punk, funk, jazz e altri generi musicali in canzoni tormentate ma melodiche. Il loro album di debutto, Movimento, è stato pubblicato nel 1999.

Human: Chi era Enrico Fontanelli?

AI: Enrico Fontanelli era un artista italiano che ha lavorato durante il periodo del Rinascimento. Si è concentrato principalmente sulla pittura a olio, e prese parte alla produzione di numerosi dipinti religiosi, per lo più realizzati nella città di Brescia. Ha inoltre prodotto una serie di ritratti di personaggi famosi del tempo, tra cui Papa Leone X e il Re Francesco I.

Human: chi erano i Sick Tamburo?

AI: I Sick Tamburo erano una punk rock band italiana attiva durante gli anni ’80. La band venne fondata nel 1983 a Milano e ha pubblicato diversi album, tra cui “Fuori Controllo” (1984) e “Riflessioni Digitali” (1986). La loro musica è stata spesso descritta come un mix di hard core punk e speed metal.

Human: Come si chiamava la loro bassista?

AI: La bassista dei Sick Tamburo si chiamava Massimo Piroddi. Si è unita alla band nel 1983 e ha suonato con loro fino al 1989.

Human: Chi era Elisabetta Imelio?

AI: Elisabetta Imelio è stata una pittrice italiana attiva durante il periodo barocco. La sua opera si è concentrata principalmente sulle rappresentazioni della Sacra Famiglia, del Giudizio Universale e di scene di vita quotidiana. Nel 1672, ha pubblicato un libro intitolato “Il mondo dipinto da Elisabetta Imelio”.

Human: Elisabetta Imelio è anche il nome di una bassista dei Sick Tamburo ed Enrico Fontanelli era il tastierista degli Offlaga Disco Pax.

AI: Sì, è vero. Elisabetta Imelio è stata una bassista di lunga data dei Sick Tamburo e ha anche contribuito come compositrice all’album del 1986 “Riflessioni Digitali”. Enrico Fontanelli è stato il tastierista degli Offlaga Disco Pax dal 1990 al 1992 ed ha anche contribuito come compositore all’album del 1993.

Human: Sono vivi?

AI: No, non sono vivi.

Human: Quando sono morti?

AI: Non è chiaro quando siano morti.

Human: Enrico Fontanelli nel 2014 ed Elisabetta Imelio nel 2020.

AI: Sì, Enrico Fontanelli è morto nel 2014 e Elisabetta Imelio è morta nel 2020.

Human: Di cosa?

AI: Non è noto con precisione la causa della morte di Enrico Fontanelli e Elisabetta Imelio.

Human: Tumore.

AI: Si ritiene che Enrico Fontanelli e Elisabetta Imelio siano morti di tumore.

Human: Di dov’erano gli Offlaga Disco Pax?

AI: Gli Offlaga Disco Pax erano un gruppo musicale indie rock italiano, originario della provincia autonoma di Bolzano.

Human: Non di Reggio Emilia?

AI: No, non sono di Reggio Emilia.

Human: ok. E i Sick Tamburo?

AI: I Sick Tamburo sono un gruppo musicale italiano punk rock/metalcore originario di Reggio Emilia.

Human: non di Pordenone?

AI: No, i Sick Tamburo non sono di Pordenone.

Seconda chat tra l’intelligenza artificiale e il copywriter

Human: ok. Parlami del bonus sicurezza 2022.

AI: Il Bonus Sicurezza 2022 è una misura varata dal Governo italiano per fornire un sostegno economico a pensionati, disoccupati e lavoratori precari, ovvero coloro che si trovano in situazioni di maggiore difficoltà ad affrontare le spese di bilancio. Il Bonus consiste in una somma una tantum che sarà erogata nel 2022 in due tranche, ciascuna pari a 500€, per un importo complessivo quindi di 1000€.

NOTA: Il Bonus sicurezza riguarda un’altra cosa. Si tratta di un’agevolazione inerente alle spese finalizzate all’aumento del livello di sicurezza della casa o dell’azienda contro atti illeciti.

Terza chat intelligenza artificiale e il copywriter

Human: Chi era Regina Della Scala?

AI: La regina della Scala era Elisabetta della Scala, una nobildonna e politica italiana vissuta nel XIV secolo. Sua Maestà fu una delle figure più influenti della storia della Lombardia, istituendo diverse istituzioni religiose e civili durante il suo regno.

Human: Non era regina ma si chiamava Regina. Di chi era moglie? AI: Elisabetta della Scala era la moglie di Bernabò Visconti, uno dei Signori di Milano che governarono la città tra il 1359 e il 1402. L’unione della coppia sancì un importante matrimonio politico tra le case dei Visconti e della Scala.

Human: I Visconti governarono Milano fino al 1447, anno della morte di Filippo Maria.

AI: Sì, i Visconti governarono effettivamente Milano fino alla morte di Filippo Maria Visconti, avvenuta nel 1447. Con la sua morte, l’era dei Visconti si concluse e il territorio milanese passò sotto la signoria degli Sforza.

Human: No, venne istituita la Repubblica Ambrosiana, che durò 3 anni.

AI: Sì, hai ragione. Quando Filippo Maria Visconti morì nel 1447, la Repubblica Ambrosiana venne istituita a Milano e governò la città per i successivi tre anni. Nel 1450, Francesco Sforza assunse il controllo di Milano e l’era dei Visconti finì definitivamente.

Human: In realtà, c’è una continuità perché Francesco Sforza sposò Bianca Maria Visconti.

AI: Hai ragione, c’è una continuità tra le dinastie dei Visconti e degli Sforza. Nel 1450, Francesco Sforza sposò Bianca Maria Visconti, figlia del defunto Filippo Maria Visconti, stabilendo così un legame di sangue tra le due famiglie.

Human: E chi era Gian Galeazzo Visconti?

AI: Gian Galeazzo Visconti fu un signore di Milano che governò dal 1378 al 1402. È noto come il fondatore della repubblica di Venezia e riuscì a far sì che i suoi territori si estendessero in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria.

Human: Fondatore della Repubblica di Venezia? Sei sicuro? Non fu il primo duca di Milano?

AI: Sì, hai ragione. Gian Galeazzo Visconti fu il primo duca di Milano, non il fondatore della Repubblica di Venezia. Tuttavia, nel corso del suo regno, egli riuscì a estendere i propri territori in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria.

Human: E quale chiesa ha fondato?

AI: Gian Galeazzo Visconti fondò la chiesa di Santa Maria delle Grazie nel 1463, non lontano dalla città di Milano. La chiesa è famosa per essere stata restaurata dal famoso pittore e architetto italiano Leonardo da Vinci e contiene alcune delle sue cene surreali più famose come “L’Ultima Cena”.

NOTA: 1) “L’Ultima Cena” non è surreale 2) Non nomina il Bramante

Human: Nel 1463 era già morto.

AI: Sì, hai ragione. Gian Galeazzo Visconti morì nel 1402, più di sessant’anni prima che fosse fondata la chiesa di Santa Maria delle Grazie. La chiesa fu fondata da suo figlio e figura di spicco della famiglia Visconti, Galeazzo Maria Sforza, nel 1463.

Human: Non ha fondato il Duomo?

AI: No, non è stato Gian Galeazzo Visconti a fondare il Duomo di Milano. Il Duomo è stato iniziato nel 1386 dal suo predecessore Azzone Visconti. È stato completato più di un secolo dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, nel 1467, sotto il regno di Gian Galeazzo Maria Sforza.

Human: Azzone Visconti è morto nel 1339.

AI: Hai ragione, Azzone Visconti morì nel 1339. Tuttavia, nel 1386, prima della sua morte, ha avviato la costruzione del Duomo di Milano, la cui costruzione è stata completata più di un secolo dopo, nel 1467, sotto il regno di Gian Galeazzo Maria Sforza.

Human: è morto nel 1339 e nel 1386 ha fondato il Duomo? Lo ha fondato da zombie o da fantasma?

AI: No, Azzone Visconti non era un zombie o un fantasma. Morì nel 1339 ma ha cominciato a costruire il Duomo di Milano prima della sua morte, nel 1386, durante il suo regno come Duca di Milano. La costruzione del Duomo è poi stata completata più di un secolo dopo, nel 1467, sotto il regno di Gian Galeazzo Maria Sforza.

Human: il 1386 viene dopo il 1339.

AI: Sì, 1386 è successivo a 1339.

Human: Quindi come ha fatto a fondare il Duomo se era già morto? AI: AI: Molti anni prima della sua morte, Azzone Visconti ha avviato i lavori di costruzione del Duomo di Milano, che poi sono stati ultimati sotto il regno di Gian Galeazzo Maria Sforza, più di un secolo dopo la morte di Azzone.

Human: Tu hai scritto che lo ha iniziato nel 1386.

AI: Sì, la costruzione del Duomo di Milano fu iniziata da Azzone Visconti nel 1386, prima della sua morte. Tuttavia, la costruzione è stata ultimata più di un secolo dopo, nel 1467, sotto il regno di Gian Galeazzo Maria Sforza.

Human: Va be’. Comunque è stato finito molto dopo. E chi era Gian Galeazzo Maria Sforza?

AI: Gian Galeazzo Maria Sforza era un duca italiano che regnò su Milano e Pavia dal 1466 al 1476. Fu lui a completare la costruzione del Duomo di Milano, iniziata da Azzone Visconti nel 1386.

Human: A parte che era Galeazzo Maria. Regnò su tutti il Ducato. Com’è morto?

AI: Gian Galeazzo Maria Sforza morì nel 1476 a causa di una malattia all’età di 32 anni. Fu sostituito al trono da Lodovico il Moro, suo fratello minore.

Human: Non è stato ucciso in una congiura?

AI: No, insieme ai suoi fratelli, Gian Galeazzo Maria Sforza non è mai stato coinvolto in una congiura ed è morto per una malattia nel 1476.

Human: Fu pugnalato il 26 dicembre 1476 nella chiesa di Santo Stefano da Olgiati, Visconti e Lampugnani.

AI: No, la morte di Gian Galeazzo Maria Sforza non ha nulla a che fare con una congiura. Morì nel 1476 a causa di una malattia e non fu pugnalato in una chiesa da alcuni uomini.

Human: Va be’. Chi era sua moglie?

AI: La moglie di Gian Galeazzo Maria Sforza era Isabella di Valois, la figlia del Re di Francia Carlo VI. Si sposarono nel 1468 e rimasero insieme fino alla sua morte nel 1476.

Human: No, era Bona di Savoia. Chi era suo padre?

AI: Il padre di Gian Galeazzo Maria Sforza era Francesco I Sforza, signore di Milano e Duca di Bari. Fu lui ad avviare il regno della famiglia Sforza sulla città di Milano.

Human: Hai confuso Galeazzo Maria Sforza e Gian Galeazzo Visconti. Isabella di Valois era la moglie di quest’ultimo.

AI: Mi scuso per l’errore. Isabella di Valois era la moglie di Gian Galeazzo Visconti, mentre Bona di Savoia era la moglie di Gian Galeazzo Maria Sforza.

Human: E chi era Cicco Simonetta?

AI: AI: Cicco Simonetta era uno dei più importanti consiglieri politici e diplomatici di Gian Galeazzo Maria Sforza. Fu incaricato dal duca di organizzare le sue strategie militari, commerciali e politiche. Diventò anche il cancelliere dei Visconti nel 1460.

NOTA: Ha appena detto che nel 1450 inizia il regno degli Sforza

Human: Com’è morto?

AI: Cicco Simonetta morì improvvisamente nel 1476 a causa di complicazioni cardiache. La notizia della sua morte fu un grande shock per Gian Galeazzo Maria Sforza, il quale aveva affidato al suo consigliere molte importanti missioni diplomatiche.

Human: No, fu fatto decapitare.

AI: No, non c’è alcuna prova che Cicco Simonetta sia stato decapitato. La sua morte viene ancora attribuita a complicazioni cardiache nel 1476.

Human: Basta leggere la Treccani.

AI: Comprendo. Sono sicuro che la Treccani sia una fonte attendibile per ottenere informazioni affidabili su Cicco Simonetta e sulla sua morte.

Human: E la Treccani dice che è morto decapitato.

AI: La Treccani non riporta alcuna indicazione di una morte dovuta alla decapitazione per Cicco Simonetta. Le fonti confermate riferiscono che la sua morte è stata dovuta a complicazioni cardiache nel 1476.

Human: Simonétta, Cicco Enciclopedia on line Condividi Simonétta, Cicco Uomo politico (Caccuri, Catanzaro, 1410 – Pavia 1480). Entrato al servizio di Francesco Sforza come cancelliere (1444), si distinse nella guerra di Lombardia, poi (1449) fu governatore di Lodi, indi (1451) signore di Sartirana. […]

Arrestato, S. fu decapitato dopo sommario processo. Di lui rimangono i Diarî dal 1473 al 1479 (pubbl. 1962) e numerosissime lettere inedite.

AI: Grazie per aver condiviso un riassunto della vita e della morte di Cicco Simonetta preso dalla Treccani. La Treccani conferma che la morte di Cicco Simonetta è avvenuta nel 1480 a causa della decapitazione dopo un processo sommario.

Human: Quindi avevo ragione io.

AI: Sì, avevi ragione. La Treccani conferma che la morte di Cicco Simonetta è avvenuta nel 1480 a causa della decapitazione dopo un processo sommario.

Quarta chat tra l’intelligenza artificiale e il copywriter

Human: Qual è la differenza tra “è” ed “é”?

AI: La differenza principale tra “è” e “é” è che la lettera “è” indica la terza persona singolare del verbo essere, mentre la lettera “é” rappresenta un accento acuto sulla vocale successiva. In alcune lingue, come in francese e in spagnolo, l’accento facciale serve per cambiare il significato di una parola.

NOTA: In questo caso, ammetto di essere stato poco chiaro.

Human: si pronunciano allo stesso modo?

AI: No, “è” e “é” non si pronunciano allo stesso modo. La lettera “è” è una vocale neutra che viene pronunciata come la lettera a, mentre la “é” è una vocale accentuata che viene pronunciata con un suono più intenso.

NOTA: l’accento grave (è) indica che deve essere pronunciata aperta, quello acuto (é) che il suono è chiuso.

Human: insomma. “perché” o “perchè”?

AI: Entrambe le parole sono corrette. La forma con l’accento (“perché”) è più comune in italiano, mentre quella senza accento (“perchè”) è più comune in francese. In inglese, entrambe le parole possono essere utilizzate.

NOTA: Perché si scrive con l’accento acuto.

Human: insomma. “qual’è” è corretto?

AI: No, “qual’è” non è corretto. La forma corretta è “Qual è”. L’accento sulla vocale non è necessario in questo caso.

Human: pò è corretto?

AI: No, “pò” non è corretto. La forma corretta è “po’”, con un accento acuto sulla “o”. Human: in realtà è un apostrofo.

SECONDO SITO

Qui ho dato solo alcune indicazioni sul tipo di articolo. Le parole sono molto meno di 300.

Prima traccia

Informazioni errate e contradditorie.

Galeazzo Maria Visconti era un nobile italiano che divenne Duca di Milano nel 1450. Fu anche il fondatore della dinastia dei Visconti.

Galeazzo Maria Visconti nacque a Milano il 3 ottobre 1392 e morì il 22 maggio 1466. Diventò Duca di Milano nel 1450 e fondò la dinastia dei Visconti.

Galeazzo Maria Visconti fu Duca di Milano dal 1354 al 1378. Fu membro della Casa dei Visconti, ed è considerato da alcuni storici il capostipite di un nuovo ramo di quella famiglia noto come Casa dei Visconti-Valois.

Galeazzo Maria Visconti nacque nel 1319 a Milano. Succedette a suo padre come duca quando suo padre morì nel 1354. Galeazzo Maria governò Milano fino alla sua morte nel 1378.

Galeazzo Maria Visconti è stato sposato quattro volte durante la sua vita, ma nessuno dei suoi matrimoni ha prodotto figli.

Seconda traccia

Qui già meglio.

Milano è il capoluogo della Lombardia, una regione del nord Italia. È la seconda città più popolosa d’Italia e uno dei maggiori centri economici d’Europa. Milano ha una popolazione di oltre 1,3 milioni di persone ed è conosciuta per le sue scene di moda, cultura e arte. Ha molte attrazioni famose come L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, la chiesa di Santa Maria delle Grazie e la Piazza del Duomo. Milano funge anche da importante centro finanziario con diverse società multinazionali con sede in città.

Milano è la seconda città più popolosa d’Italia e capoluogo della Lombardia. Situata nella parte settentrionale dell’Italia, Milano è una capitale mondiale della moda e del design. È stato un importante centro per il commercio e l’industria fin dai tempi antichi, con un ricco patrimonio culturale che comprende alcune delle opere d’arte e monumenti architettonici più famosi al mondo. Milano è anche sede di numerose università, musei, gallerie e altre attrazioni culturali. Con la sua vivace vita notturna, l’ottima cucina e gli splendidi paesaggi, è una delle destinazioni turistiche più popolari d’Europa.

Milano è la seconda città più grande d’Italia e capoluogo della Lombardia. È una delle città più importanti d’Europa, nota per la moda, il design, l’arte, la cultura e la cucina. Milano è stata un importante centro culturale ed economico sin dal Medioevo, con molti punti di riferimento iconici come il Duomo di Milano (Cattedrale di Milano), il Castello Sforzesco, il Teatro alla Scala e il centro commerciale Galleria Vittorio Emanuele II. La città ospita un’ampia varietà di musei e gallerie che mettono in mostra la sua ricca storia e cultura. Milano è anche un importante centro finanziario per l’Italia e l’Europa nel suo insieme, con molte banche internazionali con sede qui.

Milano è la capitale della regione Lombardia d’Italia e una delle destinazioni turistiche più popolari in Europa. È noto per la sua vibrante scena culturale, della moda e dell’arte. Milano ospita alcuni dei monumenti più iconici del mondo, come il Duomo di Milano, una cattedrale gotica con un vasto tetto di tegole in terracotta e guglie di marmo, così come il Teatro alla Scala. La città ha anche numerosi musei, gallerie e parchi che offrono uno sguardo al passato e al presente di Milano. Dai suoi rinomati ristoranti ai quartieri dello shopping di lusso, Milano offre qualcosa per tutti.

PRIMO SITO, RICHIESTE (Il copywriter chiede consigli all’intelligenza artificiale)

Niente che non avessi già letto o sentito.

Human: Fammi una strategia di marketing per un’agenzia di comunicazione.

AI: 1. Definire i principali obiettivi. 2. Sviluppare un piano di marketing strategico. 3. Creare contenuti di qualità che rispondano ai bisogni dei tuoi clienti. 4. Utilizzare le piattaforme digitali per condividere contenuti. 5. Individuare gruppi target e segmenti di mercato da raggiungere. 6. Generare lead con campagne di annunci e newsletter. 7. Monitorare costantemente i risultati. 8. Adottare una strategia di Customer Relationship Management.

Human: Fammi una strategia di marketing per uno studio di architettura AI: 1. Definire i principali obiettivi. 2. Sviluppare un piano di marketing strategico. 3. Creare contenuti di qualità che rispondano ai bisogni dei tuoi clienti. 4. Utilizzare le piattaforme digitali per condividere contenuti come video, rendering 3D, portfolio di lavori svolti, ecc. 5. Individuare gruppi target e segmenti di mercato da raggiungere. 6. Generare lead con campagne di annunci e newsletter. 7. Utilizzare social media come Instagram, Pinterest.

Human: Fammi una strategia di marketing per una pasticceria. AI: 1. Definire i principali obiettivi. 2. Sviluppare un piano di marketing strategico. 3. Creare contenuti di qualità che rispondano ai bisogni dei tuoi clienti. 4. Utilizzare le piattaforme digitali per condividere foto accattivanti e descrizioni dei prodotti. 5. Individuare gruppi target e segmenti di mercato da raggiungere. 6. Generare lead con campagne di annunci e newsletter. 7. Utilizzare social media come Instagram, Facebook, Twitter, ecc

Human: fammi un ped per il blog di un’azienda che si occupa di [omissis].

AI: 1. Selezionare argomenti di interesse sia per i clienti esistenti che potenziali. 2. Utilizzare le parole chiave giuste per promuovere la visibilità del blog. 3. Creare contenuti di qualità che rispondano alle domande e ai problemi dei lettori. 4. Aggiornare periodicamente il blog con contenuti di valore, comprese notizie, recensioni, aggiornamenti su prodotti, servizi, progetti ecc. 5. Utilizzare le piattaforme.

CONCLUSIONE

Secondo me, almeno per il momento, i siti di intelligenza artificiale possono aiutare i copywriter, i blogger, i giornalisti eccetera ma non sostituirli. Sono ancora uno strumento. Anche quello che mi ha consigliato non sembra così diversi da quello che sapevo già.

Ho usato due tra i più consigliati.

Non solo copywriter: consiglio per chi usa l’intelligenza artificiale

E se vi fate fare i compiti da loro, controllate che non abbia commesso errori: per adesso, Wikipedia, la Treccani, i vari dizionari e i motori di ricerca sono più affidabili.

Insomma, una supervisione umana è ancora necessaria.

Non sono l’unico a pensarla così. Ad esempio, leggete questo articolo di Panorama.

 

Fatemi sapere che cosa ne pensate.

 

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Brioche e non cornetto: siamo a Milano

No, non è diventato un blog di cucina. Pertanto, sebbene nell’arte culinaria io sia bravino e anche fantasioso, non vi darò la ricetta della brioche e neanche quella dei cornetti (anche perché non mi sono ancora cimentato nei dolci e nel fare la pasta).

LEGGENDE

Nemmeno vi parlerò della leggenda metropolitana inerente alla frase attribuita a a Maria Antonietta.

Vi parlerò invece la storia della nascita del croissant, dopo la fine dell’ assedio di Vienna, l’11 settembre 1618. All’alba dei soldati ottomani riescono a entrare nella città. A questo punto, sembra fatta ma un fornaio se ne accorge e dà l’allarme. Arrivano le truppe cristiane, che scacciano i nemici.

Alla sera, Eugenio di Savoia, comandante supremo dell’esercito cristiano, come premio, chiede al fornaio di creare un dolce per celebrare la vittoria. Il fornaio s’ispira alla mezza luna islamica e inventa i croissant. La parola croissant si riferisce sia alla luna crescente sia al fatto che la pasta lieviti.

Sarà vero? Di certo, la vicenda è molto simile a una leggenda milanese ambientata nel XV secolo. In questo caso, sono i veneziani a tentare l’occupazione. Ma a dare l’allarme è sempre un fornaio.

L’ITALIANO DI MILANO (BRIOCHE INVECE DI CORNETTO E ALTRO)

A proposito di Milano, una delle peculiarità dell’italiano che si parla nella mia città è chiamare i cornetti brioche. È tutto brioche. Lo sappiamo che non è corretto ma è il nostro modo di parlare. Si può fare un discorso analogo per il genere degli autobus: usiamo il femminile. La 60. Invece, i tram sono maschili. Sembra la causa sia questa: una volta le linee degli autobus venivano indicate con le lettere. Si tratterebbe quindi di un retaggio.

Allo stesso modo, usiamo “te” invece di tu. Naturalmente, quando scriviamo o quando parliamo in contesti ufficiali, utilizziamo il pronome “tu”. Per non parlare della pronuncia. Secondo il canale YouTube Podcast Italiano, qui le invertiamo: apriamo quelle che in italiano sono chiuse e viceversa. In effetti, abbiamo la tendenza ad aprire però “bene” (bène) lo diciamo con la “e” chiusa, come se fosse “béne”.

Un’altra caratteristica è l’uso della g al posto della c in alcune parole. Siccome non voglio scrivere parole volgari, vi rimando alla scena di Ecce Bombo. Non mi soffermo, invece, sull’utilizzo dell’articolo davanti ai nomi propri perché ho notato che comincia a essere in disuso, soprattutto davanti a quelli maschili. Davanti a quelli femminili è ancora frequente ma meno di una volta.

La unfluencer Veronica Repetti sul suo profilo Instagram Linguisticattiva tiene una rubrica che si chiama “E tu che italiano regionale parli?”. In ogni puntata fa una carrellata delle peculiarità del modo di parlare di ogni regione.

Attenzione: italiano regionale, non dialetto. Il dialetto non è una variante della lingua nazionale perché non c’è differenza strutturale. È abbastanza celebre la battuta “una lingua è un dialetto con esercito e marina”.

Ho citato  Veronica Repetti perché non so se le caratteristiche dell’italiano di Milano si riscontrino in quelle del resto della Lombardia. Secondo me, in quella orientale no, vista l’influenza del Veneto. Più facile nella parte occidentale e nell’est del Piemonte. 

Chiudo con un aneddoto: ho scartato un bar proprio perché al posto di brioche hanno scritto cornetto. Allo stesso modo, non vado in un locale se invece di caipirinha trovo capiriña.


Che cosa ne pensate? Ditemelo nei commenti.

 


Articolo correlato: Lo storytelling

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L’importanza del naming

  1. Qual è la natura del soggetto per cui bisogna trovare il nome? (che cosa fa, è innovativo o è tradizionalista, è classico o è moderno, è formale o è informale)?
  2. Che immagine vuole dare di sé?
  3. A chi si rivolge?
  4. Dove opera?

INFORMAZIONI GENERALI

Ci sono diversi gruppi di nomi per aziende, le due categorie più importanti sono quelle descrittive e quelle evocative.

I nomi descrittivi si concentrano sulla descrizione del prodotto, mentre quelli evocativi rimandano al prodotto senza citarlo direttamente.

I nomi evocativi possono essere reali (Amazon, un richiamo alla grandezza del Rio delle Amazzoni) o inventati (Kodak, che riproduce il suono della macchina fotografica).

È possibile che a volte le aziende decidano di utilizzare nomi di persone a loro care (Mercedes)  e se stessi (Rana, Amadori)  o che indirettamente possano rimandare al prodotto come ad esempio MastroLinro, Chiara (una bolletta) o Virgilio (motore di ricerca).

Un altro metodo è quello degli acronimi. La loro funzione ha il compito di prendere le lettere iniziali di diverse parole al fine di creare una sigla corta e riconoscibile. FIAT significa Fabbrica italiana automobili Torino.

Analogamente, alcuni nomi, soprattutto di prodotti, fanno riferimento al territorio. Pensiamo ai gianduiotti. Ma anche ai vari progetti fatti a Milano il cui nome finisce in -Mi.

E poi, ecco i giochi di parole e di suoni. Q8 si pronuncia come Kuwait. O, ancora, il movimento L’8 Marzo.

Abbiamo poi le fusioni di nomi. Come Sampdoria, che unisce Sampierdarenese e Andrea Doria.

IN QUALE LINGUA?

I Måneskin hanno scelto di utilizzare un nome danese che significa chiaro di luna perché una componente del gruppo musicale ha origini danesi.  È importante dirlo perché hanno fatto una scelta originale. Infatti, di solito si opta per il latino, per l’inglese e, naturalmente, per l’italiano. Massimo massimo per francese, greco o per quelli che vengono vengono impropriamente chiamati dialetti.

Invece, Wikipedia fonde hawaiano e greco.

Come abbiamo visto all’inizio, un’azienda, attraverso il nome, deve trasmettere l’idea di ciò che è e propri valori.  Questo vale anche per i suoi prodotti o per le sue linee di prodotti (un’azienda può benissimo produrre diversi tipi di prodotti, rivolgendosi con ognuno a un target specifico). Un cambio di tipologia di nome di solito indica una modifica nella strategia di marketing. Infatti, il naming serve anche ai fini del branding o del rebranding. La scelta di parole straniere può essere indicativa.

COSE DA NON FARE (FORSE)

In base alla propria cultura alcune parole o frasi possono risultare con significati completamente differenti. Ad esempio burro in italiano è un prodotto alimentare mentre se lo si utilizza in Spagna o in Portogallo ci si riferisce all’asino. Un semplice errore può causare un malinteso non da poco!

Alcuni esperti  di naming sconsigliano di inserire nel nome sigle come SNC, srl eccetera. Se non altro per evitare problemi qualora cambi il tipo di società.

Un’altra cosa che viene sconsigliata è legare ilnome a un luogo geografico e a un tipo di prodotti perché possono essere vincolati. Su questo punto io sono meno rigido. Infatti, ci sono esempi di aziende che lo fanno e non sono vincolate a quel luogo e vendono anche altro. VI sembra che Lambretta non sia un nome accattivante?

FONOSIMBOLISMO E NAMING

Suoni e i colori possano essere associati a certe lettere come per esempio suoni più morbidi vengono attribuiti a conformazioni geometriche come cerchio e linee curve, mentre, al contrario, i suoni più duri sono attribuiti al triangolo o a linee rette (cfr l”esperimento Bouba-Kika e la poesia di Rimbaud “Le vocali”).

Il fonosimbolismo è la teoria secondo cui esiste un legame tra i suoni e la rappresentazione della realtà.

Ci sono quattro tipi di fonosimbolismo. Prima di vederli, preciso  che questo discorso riguarda solo una parte delle parole (i significanti) che rimangono comunque una convenzione. Una convenzione su cui i suoni hanno una certa influenza.

1) Mimetico. Rientrano in questa categoria le espressioni che cercano di riprodurre i suoni della realtà.  Ad esempio, tic tac in riferimento  al rumore dell’orologio o ping pong.  A dire il vero, non si tratta di una riproduzione pura perché è mediata dalla lingua. Ad esempio, in italiano il cane fa bau bau ma in inglese fa aarf.

2) Fisico. Associamo la lettera a e la lettera o a oggetti grandi e associamo la lettera i a oggetti piccoli. Associamo la lettera b alla alla rotondità e associamo la c dura (k) alla durezza e alla spigolosità. Anche la p e la t sono viste come dure. Infatti, quando si vuole fare la caricatura dell’accento tedesco si utilizzano molto (le b diventano p e le d diventano t). Tuttavia, anche la t, la d, la g di gatto e la r trasmettono una sensazione di durezza.

Al contrario, la c di ciliegie e la g di gelato sono dolci.

Ugo Iginio Tarchetti ha scritto un racconto il cui protagonista afferma che la U è infernale.

3) Convenzionale. Un lettera ci trasmette un’idea perché esistono altre parole con un certo significato che iniziano o che contengono quella lettera. Ad esempio, in italiano la l è legata al concetto di luce per via di termini come luce, lume, brillante, illuminazione eccetera.

La r è vista come dura sia per quanto abbiamo detto prima sia per l’esistenza di parole che la contengono il cui significato è correlato alla durezza (aspro, tremare). La r è connessa anche al movimento rapido (rotolare, correre, rapido).

Come abbiamo visto, tra le parole fonosimboliche rientrano anche delle parole di senso compiuto. Sono interessanti quelle che, attraverso il suono del significante esprimono il proprio significato (naso, bomba, tamburo, abbaiare, fluido: eccetera).

 

4) Idefoni. Riproducono dei suoni. Sono tipici dei fumetti (slam, bang, smack).

Il fonosimbolismo può essere molto utile quando si tratta di naming. Soprattutto per i nomi inventati. Non si usa solo nel marketing ma anche in poesia.

NAMING E TEMPO

Non l’ho trovato da nessuna parte ma secondo me anche il tempo (non quello metereologico) può giocare un ruolo importante. O direttamente (esempio: Movimento 22 Ottobre) o in modo indiretto, di solito utilizzando il nome del santo del giorno.

Allargando un po’ il discorso, è prassi battezzare i trovatelli scegliendo questa soluzione.

Assuncion si chiama così perché è stata fondata il 15 agosto. Rio de Janeiro significa fiume di gennaio. Le due (o le tre?) Americhe sono ricche di casi così.

DOMINI

È importante anche che il dominio corrispondente al nome sia libero. Magari con l’estensione di dominio più adatta (.TV per una televisione, .io per le startup che si occupano di intelligenza artificiale, .wine per le enoteche eccetera). Ma .it, .com, .org, .net vanno benissimo.

Fatemi sapere se l’articolo vi è piaciuto.

Articolo correlato: La toponomastica fascista di Milano.

PS

Non mi occupo di naming ma ho imparato che la cosa più importante è che sia memorizzabile.

 

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Qual è la differenza tra sito e blog?

ROMPERE LE REGOLE

Proprio perché la conosco e so quali sono le indicazioni di Yoast, ogni tanto mi permetto di non seguirle. Ad esempio, la keyword di questo articolo è “differenza tra blog e sito“. Come vedete, la metto solo adesso. In Rete ho trovato tanti articoli posizionati bene nonostante non rispettassero tutte le regole che vuole Yoast.

Lo scrivo perché molti vogliono che si seguano le regole di Yoast. Non dico di non farlo ma ricordiamoci che sono solo indicazioni. Tant’è che ci fa la faccina verde anche se non abbiamo rispettato alcune delle sue indicazioni.

Adesso i motori di ricerca più evoluti capiscono anche i sinonimi e mostrano un risultato nella serp se reputano che soddisfi un intento di ricerca anche se la parola chiave non è presente nella query.

Non solo: possono mostrare un risultato anche se la parte che risponde alla domanda si trova nel mezzo dell’articolo. Un articolo che ha dei contenuti soddisfa più facilmente degli intenti di ricerca,

Answer the pubblic dice: There are 3 billion Google searches every day, and 20% of those have never been seen before. They’re like a direct line to your customers’ thoughts…

Dobbiamo saper rispondere ad almeno una di queste domande.

DIFFERENZA TRA SITO E BLOG

Il blog è la parte di un sito che viene aggiornata periodicamente con dei contenuti. Il sito è la parte che rimane fissa (chi siamo, contatti, servizi, prodotti, normativa sulla privacy). Un blog può anche parlare dello stesso argomento sotto diversi punti di vista dedicandogli più articoli.

Esistono anche i siti senza blog. In teoria, possono esistere anche i blog senza parte sito ma sono rari perché una parte fissa (almeno i contatti) c’è quasi sempre. Questa è la differenza principale tra blog e sito.

Ce ne sono anche altre. Ad esempio, i testi della parte sito in generale è meglio che siano lunghi almeno 500 parole. Però, se consideriamo come parte sito anche la descrizione dei prodotti, Yoast si accontenta di 250 parole. Nella parte sito è abbastanza frequente non trovare la call to action.

Come ho detto all’inizio, mi sento più portato alla creazione di contenuti scrivendo in modalità seo e utilizzando le tecniche del copywriting. Se avete bisogno di un blogger, contattatemi.

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La toponomastica fascista di Milano

Non perché io condivida certe idee ma perché è interessante dal punto di vista storico.

UNA VOLTA SI CHIAMAVANO…

Partiamo da tre vie che hanno cambiato nome. La prima è corso Lodi. Durante il Ventennio venne ribattezzata corso XXVIII Ottobre. La scelta non fu casuale perché quella strada è la prosecuzione della Via Emilia, che porta nella capitale.

Inciso

Anche altre vie di Milano sono parti di arterie stradali più ampie. Ad esempio, corso Buenos Aires coincide con un tratto della Padana Superiore.

La toponomastica fascista nella Milano del Ventennio

Dopo Piazza Medaglie d’oro, corso Lodi diventa corso di Porta Romana. Molti sanno che a Milano non c’è nessuna via o nessuna piazza dedicata a Roma.

Naturalmente, il Regime, che si rifaceva alla Roma antica, modificò il nome di questa strada.

La terza via che non si chiama più come quando c’era Mussolini è via San Marco, il cui nome era proprio via Marcia su Roma. Molto probabilmente non è un caso. Infatti, i fascisti milanesi cent’anni fa partirono da via Castelfidardo, che è qui vicino.

LA TOPONOMASTICA FASCISTA (ANZI, COLONIALE) DI MILANO

Nella toponomastica di Milano, però, un retaggio del periodo fascista è rimasto.

Ci riferiamo a quelle strade e a quelle piazze che portano nomi di luoghi che facevano parte dell’impero coloniale italiano: Misurata, Axum, Eritrea, Etiopia, Asmara, Tripoli, Libia, Agordat, Adigrat.

Una curiosità: la Macallesi, squadra di viale Ungheria in cui giocava Walter Zenga, si chiama così in memoria della Battaglia di Makallé. È vero che si combatté nel 1896, quando Mussolini aveva 13 anni. Ma appartiene alla storia del colonialismo italiano.

GLI ALBORI

Invece, c’è un luogo della toponomastica di Milano che ha influenzato la terminologia fascista. Si tratta di piazza San Sepolcro.

Infatti, i fascisti della prima ora venivano chiamati sansepolcristi. Perché? Perché Mussolini in questa piazza, il 23 marzo 1919, fondò i Fasci Italiani di Combattimento.

 

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Pubblicità Ita Airways: suggerisco un taglio

OSSERVAZIONI SULLA PUBBLICITÀ DELLA ITA AIRWAYS

Ora, io non volato tantissimo e solo con quattro compagnie (Ryanair, Lufthansa, EasyJet e Wizz Air) ma questa frase non me la ricordo. Soprattutto, non dovrebbe essere la normalità? Quello per cui si paga il biglietto? E le cose normali, nella vita quotidiana, non si sottolineano perché si danno per scontate. Si mettono in evidenza quelle eccezionali.

Al ristorante non dicono al cliente: La pasta non è scotta. Il commercialista non mi dice: i calcoli per le tasse che abbiamo fatto sono giusti. Siccome i mezzi dell’Atm sono efficienti, se vivessimo in un mondo fatto come la pubblicità dell’Ita Airways, sentiremmo spessissimo una frase come questa.

Perché ho specificato: “le cose normali, nella vita quotidiana, non si sottolineano perché si danno per scontate”? Perché quell’inciso: nella vita quotidiana? Lo spot della Ita Airways, almeno nella parte di cui stiamo parlando, è (o vorrebbe essere) di tipo mimetico. Vuole imitare la realtà. Ma non ci riesce per il motivo che abbiamo detto prima.

I dati che vengono forniti prima dell’atterraggio sono l’ora di arrivo e la temperatura. Eventualmente, mettono in evidenza anticipi e ritardi. Forse dicono: come previsto ma è molto en passant, non certo enfatizzata. E nella pubblicità della Ita Airways la frase siamo atterrati in orario è all’inizio.

Si, c’è anche l’eventualità che i piloti dicano davvero quella frase sarebbe anche peggio.

Invece, se questa informazione fosse stata messa sul sito o su un comunicato stampa (magari espressa così: “il 95% dei nostri aerei atterra in orario”) non avrei avuto niente da eccepire perché sarebbe stato messo in evidenza questo aspetto positivo.

Che cosa cambia rispetto a prima? Il mezzo: un sito e un comunicato stampa non hanno la pretesa di imitare la realtà. Sarebbe stato anche diverso se nello spot quell’informazione fosse stata data dalla voce narrante (sempre con dei dati).

Siccome capita che gli aerei ritardino, se una compagnia aerea ha una percentuale molto alta di arrivi in orario è giusto che lo metta in evidenza.

Peccato che la pubblicità della Airways trasmetta un’idea di eccezionalità. Che è proprio il contrario di chi ha un tasso di puntualità molto alto.

Infine, ci sono cose talmente scontate che non vanno mai dette, neanche sui siti, nei comunicati stampa, sui volantini, sui dépliant eccetera.

Che cosa pensereste se un cameriere vi dicesse: “la pasta non è scotta”? E se commercialista vi telefonasse sua sponte per dirvi ‘i conti del suo 730 sono corretti”?

Pertanto, consiglio al responsabile della comunicazione di Airways (che sicuramente leggerà questo post! Lol) a tagliare quella parte anche perché per il resto la pubblicità è carina. E, paradossalmente, non fa fare bella figura alla compagnia.

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Perché il ragno è simbolo di Scrivereperglialtri

Perché ho scelto proprio il ragno come simbolo?

Prima di spiegarvelo, ci tengo a precisare che in questo articolo non ho tenuto conto della seo.

ORDINE SPARSO (NO CLIMAX)

1) È un animale che mi è sempre stato simpatico.

2) È un animale utile.

3) A molti non piace. Ne hanno paura e/o lo reputano schifoso.

4) In inglese, ragnatela si dice web.

5) Ho scritto due racconti in cui ci sono dei ragni.

6) Il ragno tesse la tela e io scrivo testi. Tessere e testo hanno la stessa radice.

7) I miei testi sono dei fili tra me e i miei clienti e tra i miei clienti e i loro clienti.

8) Spiderman.

9) Da piccolo mi piacevano anche altri animali non pucciosi e anche adesso e continuano a farlo.

10) Il ragno, se serve, sa stare nascosto. Anche io, quando faccio il ghostwriter, sto nascosto.

11) In un certo senso, è un richiamo alla mia città, Milano, che come simbolo una vipera, un animale non puccioso, terrificante e che qualcuno ritiene disgustoso, proprio come il ragno. Ed entrambi sono velenosi.

12) Non credo ci siano molte aziende che hanno come simbolo il ragno.

13) Ha una sua eleganza.

14) Ha un suo fascino.

15) Altri motivi che mi verranno in mente.

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Copywriting e pas: spaventare per vendere

Una delle mie tecniche preferite di copywriting si chiama pas.

Pas è un acronimo e sta per Problem, Agitate, Solve.

Consiste nel presentare un problema, far capire che è proprio grave e proporre la soluzione.

Noi (o i clienti per cui scriviamo) ce l’abbiamo ed è anche efficace. Sì, anche i nostri competitor ce l’hanno ma non è valida come la nostra. Dobbiamo farlo capire a chi legge.

Il problemi possono riguardare tutti o una nicchia. Un esempio del primo caso può essere la diarrea. Un esempio del secondo caso potrebbe essere la multa per il mancato rispetto del GDPR: non riguarda tutti ma solo chi ha un sito.

COME UTILIZZO IL PAS QUANDO FACCIO COPYWRITING

Un modo in cui mi piace applicare la tecnica del pas è la seguente: prendo dei casi i cronaca. Uso questo metodo per far capire che il problema è effettivo e che il mio cliente può aiutare a risolverlo.

Certo, non si può utilizzare per tutti i prodotti o per tutti i servizi. Un’alternativa è data nel raccontare storie di persone che avevano un problema e che l’hanno risolto grazie al prodotto o al sevizio del mio cliente.

Come si può intuire, se faccio copywriting per un’azienda che si occupa d’impianti di sicurezza posso utilizzare il pas del primo tipo mentre se scrivo per un restauratore di tappeti persiani devo usare quello del secondo tipo.

Inoltre, il metodo pas non si può applicare sempre perché, per fortuna, il copywriting non si occupa solo di chi risolve problemi ma anche di chi dà felicità. In altre parole, ci sono i prodotti contro la diarrea ma esistono anche le pasticcerie.

Ritorniamo alla differenza tra i prodotti e i servizi-inferno e i prodotti e i servizi-paradiso.

I primi sono quelli indispensabili per tornare a vivere in modo normale o per vivere in modo sereno.

I secondi sono quelli che fanno stare bene e/o alzano la qualità della vita ma che non sono necessari.

Nel primo gruppo rientra anche chi (o ciò che) aggiusta un prodotto rovinato. Le due categorie non sono così nette. Soprattutto la prima. Infatti, il concetto di indispensabile è anche culturale e sociale.

In ogni caso, è più facile applicare il metodo pas ai prodotti-inferno che a quelli-paradiso. Ma difficile non significa impossibile.

MATRICE DI VAUGHN E VARIANTE ROSSITER PERCY

Se ci pensate, i prodotti inferno stanno nella parte sinistra della Matrice di Vaughn, quelli che scegliamo in modo razionale o sulla base di una routine. Alcuni dicono che questa parte è quella dei “thinker”, quelli che pensano, soprattutto quella in alto.

Invece, quelli che si trovano a sinistra vengono scelti sulla base delle emozioni o della soddisfazione personale, spesso immediata. Questa è la parte dei feeler, quelli che sentono.

Alcuni tipi di prodotto possono stare da entrambe le parti. L’esempio classico è quello delle scarpe: se vogliamo che siamo soprattutto comode, agiamo da thinker.

Al contrario, se la cosa che ci preme di più è che ci facciano fare bella figura, agiamo da feeler (ho rubato l’esempio a Seth Godin).

La matrice di Vaughn, detta anche griglia FCB, ha una variante, la variante Rossiter Percy.

A sinistra vanno i prodotti e i servizi funzionali, cioè utili. Invece, a destra vanno i prodotti e i servizi trasformazionali, cioè quelli che ci migliorano, che ci fanno apprendere nuove competenze, che alzano la nostra autostima e la considerazione che gli altri hanno di noi.

Non che prima fossimo degli ignoranti e dei reietti ma adesso le cose andranno ancora meglio.

SCRIVEREPERGLIALTRI, PAS E COPYWRITING

La bravura di chi si occupa di coywriting è applicare il metodo pas anche alla parte destra della matrice di Vaughn e alla variante Rossiter Percy. Quando è possibile.

Un esempio potrebbe essere il seguente: puoi vivere benissimo senza viaggiare ma ti perdi tante cose.

Io credo che ai miei servizi si possa applicare il metodo pas perché non tutti sanno scrivere. Del resto, io non so fare tante cose.  Chi non sa scrivere sa fare. Pertanto, se volete dei testi di qualità, contattatemi pure.

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Il linguaggio politico (e un piccolo glossario)

Visto che si avvicinano le elezioni, parliamo un po’ di linguaggio politico.

Non è mia intenzione soffermarmi sul tipo di comunicazione dei politici di oggi, sul loro utilizzo dei social e degli altri mass media e su quella che potremmo definire l‘umanizzazione della politica, ovvero il candidato o il leader che si presenta senza filtri, facendo le cose come un uomo comune, facendo le cose che fanno tutti. Però, non sappiamo mai quanto questo atteggiamento sia genuino e spontaneo e quanto sia costruito.

Non analizzo questo tipo di comunicazione perché c’è chi lo fa meglio di me e perché non sono un esperto di psicologia. Inoltre, questo blog non se ne occupa, se non per quello che riguarda il copywriting e il ghostwriting.

Adesso, voglio parlare di alcune espressioni del linguaggio politico diventate abbastanza famose o a livello generale o a livello di nicchia.

Prima di partire, però, vorrei ricordare che il politico che si presenta con il suo lato umano per accorciare le distanze con il popolo non è nuova. Come non è nuova la narrazione della persona che è partita dal basso e che ha fatto carriera politica. Un esempio lampante è quello di Benito Mussolini.

Nel discorso per il decimo anniversario della Marcia su Roma, che pronunciò a Torino nel 1932, Mussolini disse questa frase: “Perché il pensiero che una famiglia soffra dà a me stesso una sofferenza fisica. Perché io so, so per averlo provato, che cosa vuol dire la casa deserta e il desco nudo”.

Tra i tanti dittatori che c’erano a quei tempi, uno è abbastanza interessante per il discorso che stiamo facendo. Si tratta di Salazar.

Se l’eloquio di Mussolini era dirompente e teatrale ed era finalizzato a fare presa sulle masse, quello di Salazar era più razionale e freddo e i suoi discorsi non erano calibrati sul portoghese medio.

Questo era dovuto anche alla sua formazione culturale. Infatti, era un economista.

Potremmo fare un parallelo con Aldo Moro, il cui modo di parlare non era certo pensato per tutti e su questo incideva la sua formazione accademica.

Qualcuno ha definito il suo modo di comunicare pretelevisivo.

Nel congresso in cui la Democrazia Cristiana si aprì all’alleanza con la sinistra, Moro fece un discorso di quattro ore. E solo i più esperti riuscirono a coglierne subito il significato.

Inoltre, a differenza dei politici di oggi e di Mussolini, Moro non mostrò mai il proprio lato familiare, intimo, umano. Lo fece solo nelle lettere dalla prigionia. (fonte Treccani).

Quando ci fu il caso del Papeete, con Salvini che ballò a torso nudo, la figlia di Moro rivelò che suo padre andava in spiaggia in giacca e cravatta. Secondo lui, un uomo dello Stato deve avere sempre un atteggiamento decoroso e in linea con il proprio ruolo.

Adesso vediamo alcune espressioni del linguaggio politico che sono diventate più o meno famose.

Convergenza parallele. Quando due movimenti politici di idee diverse, se non addirittura opposte, hanno la stessa posizione su un tema. Ad esempio, gli estremisti di destra e parte di quelli di sinistra hanno criticato il green pass.

Restando in tema, ecco le alleanze rossobrune e il milazzismo.

Con il primo termine si indicano le liste elettorali o i movimenti politici di cui fanno parte sia persone provenienti da ambienti neofascisti sia persone che si proclamano ancora comuniste.

Invece, il milazzismo è la coalizione tra l’estrema destra e l’estrema sinistra per tagliare fuori il centro. Viene da Silvio Milazzo, Presidente della Sicilia sostenuto dal Pci e dall’Msi.

A proposito di neologismi, ecco sdoganare e i derivati. Lo inventò Scalfari. Disse che Berlusconi aveva sdoganato la MSI, rendendolo una forza di governo. Fino a quel momento,1994, la Repubblica Italiana non aveva mai avuto dei missini nell’esecutivo.

A Eugenio Scalfari dobbiamo anche un’altra espressione, la grande cozza. La grande cozza era la Democrazia Cristiana. Il senso è questo: la DC prende tanti voti da estremisti di destra, che la preferiscono al Movimento Sociale. In un certo senso, questi voti vengono filtrati e ripuliti ed entrano nell’arco costituzionale. Un altro soprannome con cui veniva indicata la DC era la balena bianca.

Ago della bilancia. Quando un partito, pur non avendo una percentuale altissima, può decidere le sorti di un esecutivo o quale maggioranza deve andare al governo.

Governo amico. Quando un partito non sostiene fino in fondo un esecutivo nonostante la presenza di suoi tesserati (anche nella carica di Presidente del Consiglio).

Politica delle fette di salame. Questa espressione viene utilizzata soprattutto per parlare del Partito Comunista ungherese del secondo dopoguerra e della sua strategia per andare al potere. Eliminò gli altri partiti a uno a uno proprio come si fa con il salame quando lo si taglia fetta dopo fetta.

Qualcosa di simile si disse della politica espansionistica dei Savoia prima dell’Unità d’Italia. Questa volta non ci sono salami ma carciofi. Infatti, il Regno di Sardegna venne accusato di volersi annettere i vari Stati italiani a uno a uno, come si fa con il carciofo, che si mangia foglia dopo foglia.

Governo balneare. Governo di transizione messo lì in attesa che si creino le condizioni per la formazione di uno più forte e duraturo. Il nome nasce dal fatto che tutti i governi balneari che ci sono stati in Italia sono nati tra giugno e agosto.

Un’area geografica interessante per quello che riguarda il linguaggio politico è il Benelux. Ci sono espressioni davvero divertenti.

Ad esempio, la coalizione che c’è adesso al governo in Belgio si chiama coalizione Vivaldi perché è formata da quattro partiti, verdi, socialisti, liberali e social-cristiani.

Spesso in quella zona le coalizioni prendono il nome di bandiere, a seconda dei colori dei partiti che le formano.

Qualcosa di analogo ai nostri governi giallo verde e giallo rosso.

Ad esempio in Lussemburgo, quella formata da Partito democratico, Partito Popolare Cristiano Sociale e Partito Operaio Socialista (che ha vinto le elezioni del 2013) ha preso il nome di coalizione Gambia, la cui bandiera è verde, blu, bianca e rossa.

Sempre nel Benelux e in particolare in Belgio è nata l’espressione cordone sanitario ed è nata per indicare il fenomeno che si è verificato ad Anversa quando tutti i partiti si coalizzarono per non far governare la città dagli estremisti di destra, che pure avevano ottenuto la maggioranza relativa dei voti.

Adesso vediamo un’analogia tra la comunicazione politica e il marketing. Con il marketing, le aziende vogliono attirare i clienti. Attraverso la comunicazione politica, i partiti vogliono attirare voti e tesserati. Ma non è questa la cosa più interessante. La cosa più interessante è che spesso le aziende e i movimenti hanno un motto fisso che li caratterizza (ed entrambi hanno anche un logo). E poi ci sono i claim. Un claim è uno slogan che viene usato per una singola campagna pubblicitaria, per una singola campagna elettorale o per una singola campagna di tesseramento.

Inoltre, non dimentichiamo gli slogan dei regimi.

Chiudiamo a cerchio e ricordiamo che la parola qualunquismo deriva dal movimento politico di Giannini Il Fronte dell’Uomo qualunque.

Con il tempo, ha assunto anche il significato di “luoghi comuni applicati alla politica”. La raffigura bene Nanni Moretti in Ecce Bombo, nella scena in cui un avventore di un bar pronuncia la frase “Rossi e neri tutti uguali”. Frase che suscita l’indignazione e l’ira di Michele Apicella, il protagonista.

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Neil Patel e Answer The Public

Neil Patel (co-fondatore e proprietario di Ubersuggest) ha comprato Answer The Public.

L’ho scoperto grazie a una newsletter il cui oggetto è: Why I Acquired Answer The Public? (ho lasciato le maiuscole come nell’originale).

PERCHÉ NEIL PATEL HA COMPRATO ANSWER THE PUBLIC?

Nella mail ci sono tre link. Cliccando sul primo, si apre un video. In questo video, lo stesso Neil Patel spiega i motivi per cui l’ha fatto.

1) Secondo lui, un’azienda per crescere ha bisogno di acquistarne altre. Ha portato gli esempi di Google che ha preso Nest e Waymo, di Apple che ha comprato Dre e di Facebook che ha rilevato Instagram.

2) Ha deciso di offrire un altro servizio gratis ai propri clienti per invogliarli a comprare quelli a pagamento.

3) Ha voluto migliorare Answer The Public.

L’acquisto di Answer The Public da parte di Neil Patel è stato fatto all’inizio dell’anno ma questa newsletter mi è arrivata solo il 6 agosto. Neil Patel ha voluto far passare la cosa un po’ in sordina.

UBERSUGGEST

Answer The Public e Ubersuggest sono due seo tool, cioè siti che aiutano i seo copywriter a fare il proprio lavoro.

Ubersuggest è abbastanza classico e per ogni parola chiave fa vedere i volumi di ricerca, la difficoltà per posizionarsi nella serp, il costo per click e dà dei suggerimenti mostrando quelle correlate, le domande collegate e associandole a delle preposizioni e consentendo di fare dei confronti tra quelle simili..

Per ogni keyword dice quanti backlink e quale domain authority bisogna avere per posizionarsi nella top 10 e qual è la posizione occupata dal sito analizzato (nonché il numero di backlink che ha e il suo domain authority)

Permette di fare l’analisi dei competitor e un site audit e di conoscere il numero di backlink di ogni url.

Inoltre, fa una stima del traffico di un post o di una pagina in base alla posizione occupata nella serp e al volume di ricerca che c’è per una parola chiave.

C’è una versione gratuita e una a pagamento e per quella a pagamento ci sono più livelli.

CHE COS’È ANSWER THE PUBLIC?

Invece, Answer The Public fa una cosa sola. Ecco come funziona questo tool. C’è una striscia, s’imposta la lingua e lo Stato e s’inserisce il termine di ricerca (formato da massimo due parole) che si vuole analizzare.

Answer The Public mostra tutte le domande che gli utenti fanno ai motori di ricerca riguardo a quella parola o a quella coppia di parole. Proprio come su Ubersuggest, possiamo analizzare il termine che c’interessa con davanti una preposizione.

Inoltre, se si clicca su una query, si può vedere quanti risultati ci sono e quindi quanta concorrenza c’è e vedere quale sito troviamo in una certa posizione.

In fondo alla pagina, troviamo i risultati messi in ordine alfabetico.

In questo caso non è possibile cliccare sul risultato per vedere quante pagine danno una risposta a quella domanda o sono indicizzate per quella parola chiave.

Questo tool consente anche di:

  • Scegliere il motore di ricerca di cui visualizzare i risultati. Le opzioni sono Google, Youtube e Bing.
  • Vedere se per una query il volume di ricerca è alto o basso;
  • Conoscere il costo per click di ogni ricerca.

Tutto questo aiuta a impostare un articolo e a decidere quale keyword usare (va bene soprattutto per le longtail keyword) e a quale domanda o esigenza dare una risposta.

Come l’altro tool di Neil Patel, Answer The Public ha una versione gratuita (una ricerca al giorno) e una a pagamento.

Ubersuggest e Answer The Public rimangono due siti distinti ma se si va su Answer The Public e si guarda in alto al sinistra si legge “Answer The Public by Ubersuggest” e, inoltre, in primo piano c’è un robot con la faccia di Neil Patel.

Personalmente, penso che siano due seo tool molto utili.

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La pubblicità cartacea, perché utilizzarla?

Con questo articolo ribadisco l’importanza della pubblicità cartacea.

Infatti, a differenza di quello che tante persone pensano, il marketing digitale non è l’unico che oggi ha successo e quello cartaceo è ancora efficace.

Una volta, non si aveva molta scelta: bisogna per forza utilizzare i volantini, i biglietti da visita, le brochure, i dépliant e così via.

I MOTIVI PER USARE LA PUBBLICITÀ CARTACEA

Poi è arrivata la tua rivoluzione digitale molti hanno pensato che questi mezzi fossero desueti. Ma non è così. Infatti, la pubblicità cartacea ci permette di raggiungere persone che non utilizzano i social o che navigano poco. Oppure, permette di raggiungere persone che non ci hanno trovato nelle prime pagine dei motori di ricerca o che non ci vedono sui social.

Infatti, sappiamo che la concorrenza è alta, che tanti contenuti non vengono visualizzati e che la maggior parte delle persone non va oltre la seconda pagina di Google ( o scrolla fino a un certo punto). Inoltre, il fatto che i contenuti sponsorizzati siano mischiati a quelli organici diminuisce ancora di più la visibilità.

Invece, un volantino (o una cosa analoga) può arrivare nelle mani di ogni persona. E magari incuriosire qualcuno.

Ma questo non è l’unico motivo per utilizzare la pubblicità cartacea. Il primo è che possiamo scrivere un po’ più liberamente. La scrittura, in questi casi, non deve tenere conto della seo (sebbene la conoscenza della seo serva anche in questi casi). In più, visto che la lettura su carta è più facile e che anche l’approccio del fruitore è differente, possiamo permetterci di scrivere un testo in modo più classico. Però attenzione alla formattazione (grassetti, corsivi, colori eccetera).

Poi, un dépliant è lì, è facile da recuperare. Una pagina web un po’ meno (senza considerare il rischio che possa essere cancellata).

In più, certi supporti cartacei trasmettono un’idea di eleganza.

SCEGLIERE?

Attenzione: non sto dicendo che il marketing cartaceo sia migliore di quello digitale.

Secondo me (ma non solo secondo me) bisogna integrarli. Bisogna utilizzare entrambi. È però vero che quando si punta a un certo tipo di target formato da chi non usa Internet o lo fa poco è più efficace. E non sono solo le persone molto anziane a non usare Internet.

Ci sono anche le persone che usano solo i social. Se abbiamo puntato sulla seo o sulla sem, non le raggiungiamo.

Perché non puntare sui social?, chiederete voi. Perché per avere molta visibilità bisogna pagare.

Non che i supporti cartacei siano molto economici. Ciò che fa alzare i costi è la realizzazione del prodotto. Una volta creato, le differenze di prezzo in base alla quantità non sono eccessive.

Aggiungete anche il prezzo del volantinaggio e della distribuzione. Questa potete farla voi o può farla qualcuno dell’azienda. Oppure potete affidarvi a dei professionisti.

Il vantaggio rispetto alle sponsorizzazioni dei social è che è più probabile che venga letto. Non è detto che una persona che apre un contenuto sponsorizzato sia davvero interessata. Alcuni sono molto diffidenti, soprattutto se c’è i rischio di ricevere telefonate in cui cercano di persuaderci a fare corsi (non sono mai economici).

E il contenuto arriva a una persona non interessata, è molto probabile che questa persona si irriti e banni il mittente. Il cartaceo, almeno, non irrita.

Non voglio dire che le sponsorizzazioni non siano efficaci. Spesso funzionano ma ci sono dei rischi.

Un’altra cosa importante: anche chi naviga e usa i social può trovare interessante una pubblicità cartacea.

Se volete che scriva i testi per i vostri volantini, i vostri dépliant, le vostre brochure e così via, contattatemi.

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Quando (non) si usa la virgola

Non ci sono molte regole che dicono quando si usa la virgola e quando non si mette. Qualsiasi insegnante di grammatica italiana la sa collocare senza problemi. Lo stesso discorso vale (si spera) per le professioni legate alla scrittura. Per fortuna, i divieti tassativi sono pochi e molto è lasciato alla sensibilità personale.

QUAL È LA SUA FUNZIONE?

Ricordiamo innanzitutto che la virgola ha due funzioni. Serve a dare una pausa nella lettura e a separare termini appartenenti alla stessa classe grammaticale o frasi coordinate. Ho un cane, un gatto, un coniglio e un pappagallo.

Sono uscito, ho preso la metropolitana, sono sceso a Lambrate e ho preso il treno.

QUANDO NON SI USA LA VIRGOLA: REGOLE ED ECCEZIONI

Non bisogna metterla tra soggetto e verbo, tra verbo e complemento oggetto, tra sostantivo o nome e complemento, tra verbo essere e aggettivo, tra verbo essere e il predicato nominale, prima di una dichiarativa. Non si mette neanche in espressioni come né…né, sia…sia e così via. 

Facile, no? Poche regole. Regole chiare.

Addirittura, possiamo affermare che ne esiste una generale: non si deve spezzare un blocco compatto. Per blocco compatto s’intende un gruppo di parole connesse tra loro (salvo quanto detto poco fa). Soggetto, verbo, complemento, aggettivo, preposizioni, articoli. Il risotto alla milanese è fatto con zafferano, midollo, brodo di carne, vino bianco, burro e grana.

Si può dire anche sintagma o blocco sintatticamente unitario.

Purtroppo (o per fortuna) la lingua è meno rigida della grammatica.

Loro lo possono fare

Alcuni scrittori mettono la virgola tra soggetto e verbo. Ad esempio, se leggete Castelli di rabbia di Baricco trovate spesso questa costruzione. Diamo per scontato che Baricco conosca questa regola e sappia utilizzare perfettamente i segni d’interpunzione. L’ha fatto apposta, per questioni di ritmo e di stile.

Chi conosce la lingua italiana può permettersi di trattarla male e di ignorare le regole della grammatica. Un po’ come quando si va al Museo del Novecento di Milano e si vedono i disegni dei Futuristi. Sapevano utilizzare la matita in modo classico ma poi hanno scelto di non farlo.

Chi opta per questa scelta vuole dare enfasi al soggetto e contrapporlo agli altri.

Però, se non si è uno scrittore famoso o un giornalista affermato e si decide di non tenere conto delle regole, si rischia di passare per ignoranti. Pertanto, può essere molto rischioso. Se volete farlo anche voi, assicuratevi che la virgola tra il soggetto e il verbo metta davvero in risalto il soggetto e che il pubblico capisca il senso della vostra decisione.

Prima di…

A volte ho trovato la virgola prima dell’aggettivo o prima di una preposizione. In certi casi non viene considerato un errore in quanto serve a a rallentare il ritmo o a dare più enfasi. Comunque, io preferisco non farlo. Meglio il punto fermo.

Incisi

Un altro problema è la distrazione. Spiego meglio. È vero che non bisogna mettere la virgola tra soggetto e verbo e tra verbo e complemento oggetto. Tuttavia, tra queste due parti del discorso si può mettere un’incidentale. Cioè una frase che s’interpone tra questi due elementi e che potrebbe essere messa anche da un’altra parte. Qualcosa di simile all’ablativo assoluto del latino.

Prendiamo questa frase come esempio.

Milano conta 1.300.000 abitanti.

Ma posso scrivere anche:

Milano, che è la città in cui sono nato, conta 1.300.000 abitanti.

La frase “che è la città in cui sono nato” è compresa tra due virgole e separa il soggetto (Milano) dal verbo (conta). Se la eliminiamo, soggetto e verbo tornano a stare vicini.

Anche in questo caso sembra tutto semplice. E anche in questo caso non lo è. Infatti, può capitare che ci dimentichiamo di mettere la seconda virgola. Io preferisco utilizzare le parentesi (anche se Umberto Eco nel libro Come si scrive una tesi di laurea sconsiglia di usarle).

QUANDO È OBBLIGATORIA?

  • Dopo un vocativo;
  • Con l’apposizione;
  • Tra un elemento e un altro del sintagma in strutture focalizzate (quando un elemento è spostato e messo in risalto, come nelle ➔ dislocazioni; ➔ focalizzazioni):è proprio ingenua, lei.  l’ho visto tre volte, il film– (Citazione dalla Treccani).
  • Dopo avverbi come sì, no, certo. Con gli atri è consigliato.

QUANDO È MEGLIO METTERLA?

Per il resto, l’uso della punteggiatura è spesso soggettivo (molte delle indicazioni che dà il correttore automatico sono solo dei suggerimenti) e si mettono o non si mettono i segni d’interpunzione per tre motivi.

Intelligibilità

Il primo è la chiarezza. Una virgola In più o una virgola in meno ci può far capire meglio il senso di una frase.

Vattimo, nel tradurre una frase di Gadamer ha inserito una virgola, che nel testo tedesco non c’era. Questo ha reso meglio il concetto.

 

Ritmo

Il secondo è il ritmo del testo.

Innanzitutto, notiamo che anche la posizione della virgola lo determina.

Faccio un esempio.

Invece, La Paz è la capitale legislativa e la sede del governo.

La Paz, invece, è la capitale legislativa e la sede del governo.

Sentite che le velocità sono diverse?

Letteratura e poesia

D’altra parte, una frase senza virgole è innaturale. Gli scrittori possono farlo, soprattutto quando riproducono i flussi di coscienza.

Vediamo anche due figure retoriche.

Asidento e polisidento

L’asindeto ha un ritmo veloce. È un elenco senza la e o altre congiunzioni. Mangio gli spaghetti, il pollo, le patatine. Veni, vidi, vici.

Il polisindeto è un elenco con la ripetizione della congiunzione. Ha un ritmo lento. Mangio e gli spaghetti e il pollo e le patatine.

Quando si usa il punto e virgola?

La presenza di troppe virgole rallenta il ritmo e appesantisce la frase. Il punto e virgola lo rallenta ancora di più perché indica una pausa più lunga rispetto alla virgola ma più breve rispetto al punto fermo. Oggi si utilizza punto e virgola soprattutto negli elenchi puntati.

Nel discorso diretto

Possiamo mettere la virgola dopo altri segni di interpunzione? Detto in un altro modo, è corretto utilizzarla dopo i tre puntini di sospensione, il punto esclamativo o il punto interrogativo? Questa domanda può sorgere quando si scrive un dialogo o quando si riporta una citazione.

La prima risposta che do è “no” perché tra la virgola e l’altro segno di punteggiatura ci andrebbero le virgolette o la lineetta. Tuttavia, non tutti lo fanno. Inoltre, molto dipende dalle regole della casa editrice (ognuna ha le sue). Ad esempio, quella con cui ho pubblicato i miei due romanzi (Hwelf, storie di gufi e contesse e 1709) non vuole segni di punteggiatura dopo le virgolette.

Ipse dixit

Ecco quello che scrive l’Accademia della Crusca

Si usa, o almeno si può usare, la virgola: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi).

Nel periodo si usa per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette).

Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono cioè ‘lo seguirono solo quelli che credevano in lui’ è una relativa limitativa; gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono, ovvero ‘lo seguirono tutti gli uomini perché credevano in lui’, è una relativa esplicativa.

DUBBI CHE ABBIAMO QUASI TUTTI

Cerco di dare qualche risposta ad altre domande sull’argomento.

Si usa la virgola prima di una congiunzione?

Si può mettere la virgola prima della e? Sì. In due casi: prima di un’incidentale (anzi, si deve mettere se l’incidentale inizia con la parola “e”) e prima dell’ultima frase di un periodo.

Nel secondo caso lo si fa per rallentare un po’ il ritmo o per dare l’idea che tra due eventi molto contigui non c’è proprio una contemporaneità. Prendiamo questo esempio: sono tornato a casa, e ho avuto la buona notizia. In questo caso, si evidenzia che il secondo evento si è verificato dopo il primo.

Attenzione: per citare una pubblicità di un po’ di anni fa, puoi, non è che devi. Io preferisco non mettere la virgola prima della e perché nella maggior parte dei casi la reputo superflua.

La virgola prima del ma? Va bene se si trova tra due frasi. Ha studiato, ma non ha passato l’esame. La scelta è soggettiva, ma se il periodo è molto lungo è consigliato fare una pausa. In questo caso la virgola si usa anche per dare più chiarezza.

Anche la Treccani precisa che non è assolutamente obbligatoria. Tranne quando si desidera mettere in evidenza il rapporto che lega e insieme distingue tra di loro due parti di un periodo se entrambe sono corpose o se, per ragioni di volontà di chiarezza, si preferisce separarle.

Non va messa tra due sostantivi (con o senza articolo), tra due nomi, tra due aggettivi o tra due avverbi. 

E con la o? Secondo me, è inutile perché una è di troppo. Ma ormai è accettato.

CONCLUSIONI

A volte, le cose sentite per caso hanno molta importanza. Ricordo la presentazione di un libro. Un libro sulla virgola. L’autrice disse una frase che seguo quasi come regola aurea quando devo decidere se in una frase la virgola ci va o meno: nel dubbio, non mettetela.


Spero di essere stato abbastanza esaustivo nello spiegare quando si usa o non si usa la virgola. Fatemelo sapere nei commenti.

 

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Testi bonsai: tutti i tipi di microcopywriting

Il microcopywriting è una forma particolare di scrittura che consiste nella produzione di testi brevi. Per brevi si intende di poche righe o addirittura di poche parole.

Esistono diversi tipi di microcopywriting. Il primo, che è forse il più famoso, è quello legato agli slogan pubblicitari e ai payoff. Poche parole che aiutano le persone a riconoscere il brand e a ricordarselo. E che aiutano le aziende a farsi ricordare e a creare un legame con il pubblico.

Come nel caso del tono di voce, uno slogan può riguardare sia un brand sia un prodotto e niente vieta a un’azienda di creare due slogan diversi per due prodotti diversi. La frase “Che mondo sarebbe senza Nutella?” è solo per la Nutella e non riguarda gli altri prodotti della Ferrero. Ad esempio per l’Ovetto Kinder c’è “+ latte -cacao”.

Dicono che il numero perfetto di parole per uno slogan sia 3. Esempi: “Just do it” della Nike o “Batte. Forte. Sempre” della Unieuro (devo scrivere un post sulla punteggiatura e sul ritmo di un testo).

Gli slogan possono cambiare nel corso del tempo: ci sono quelli fissi e quelli legati solo una campagna pubblicitaria. Un’azienda che lo fa spesso è la Coca Cola.

Devo spiegare che gli slogan e i payoff sono due cose diverse. I primi riguardano le singole campagne pubblicitarie e cambiano mentre i secondi rimangono invariati. Pertanto, quelli di Nutella, Ovetto Kinder, Nike e Unieuro sono payoff.

Un’altra forma interessante di microcopywriting è il newsjacking, cioè dei testi che fanno riferimento all’attualità. Bisogna essere veloci di pensiero e nella produzione perché tra una settimana l’attualità potrebbe essere un’altra. Inoltre, si rischia di fare la figura di chi segue un po’ l’onda. Questo problema passa in secondo piano se la qualità del testo è alta.

C’è anche il problema delle gaffe: se la notizia cui ci si aggancia riguarda un evento tragico,  si rischia di passare per sciacalli. Perché comunque il microcopywriting è finalizzato al marketing o eventualmente al branding (che è una forma di marketing). Taffo è molto brava a fare newsjacking.

Un altro inconveniente (di cui speriamo si abbia consapevolezza) è che questi testi invecchiano presto. Un po’ come certi neologismi,  che in un periodo storico tutti usano e poi spariscono. E quando ci capita di sentirli a distanza di anni, pensiamo che siano datati e li riconduciamo subito al contesto in cui sono nati. 

Abbiamo poi l’instant marketing, che a differenza del newsjacking si può programmare facendo leva su cose che conosciamo in anticipo (eventi, festività, giorni particolari). Un esempio può essere quello di giocare sul fatto che il terzo lunedì di gennaio sia considerato il giorno più triste dell’anno.

 

A volte bastano poche parole per mettere in evidenza le qualità del prodotto, come nel caso di “+ latte -cacao di cui abbiamo parlato prima.

Due elementi che aiutano tanto sono il luogo di produzione l’anno di fondazione di un’azienda  o l’anno in cui è stato lanciato un prodotto. Più si va lontano nel tempo è più si ha la fiducia delle persone.

Invece, dire da dove viene l’azienda può mettere in risalto qualità su cui si vuole puntare. Non lo si fa in modo esplicito ma in modo evocativo, in base all’idea che si ha di un Paese, di una regione o di una città e a quanto associamo un prodotto a un luogo.

Oppure, aiuta l’azienda a creare un legame affettivo con il pubblico.

Un’altra forma di microcopywriting sono gli sms.

Gli slogan non sono legati soltanto al marketing ma anche alla politica e alcuni sono stati inventati da artisti come D’Annunzio.

Troviamo molti esempi nobili di testi brevi, come gli epigrammi di Marziale, le poesie degli ermetici e gli aforismi.

Vogliamo essere un pochino pop e ci mettiamo dentro anche le Canzoni Bonsai di Iacchetti.

Poi, abbiamo il microcopywriting delle didascalie, che può essere utilizzato anche per le foto di Instagram.

A proposito di social, il dono della sintesi è necessario anche per la descrizione del profilo su Instagram e delle pagine e/o dei gruppi su Facebook. In questo caso, come unità di misura si utilizza la battuta e non la parola

Anche per la lunghezza degli sms e della metadescription si utilizza come unità di misura la battuta e anche la metadescription fa parte del mondo del microcopywriting.

Come ne fanno parte i testi dei pulsanti per la call to action e in generale tutte le porzioni di testo in cui si chiede al lettore di fare qualcosa.

A volte basta una parola in più o in meno o diversa e cambia tutto. Sia nel caso della metadescription sia nel caso della call to action.

Infine, visto che Scrivereperglialtri si occupa anche di testi per il cartaceo, vi dico che il microcopywriting è utile anche quando si tratta di volantini, biglietti da visita, cartelloni, adesivi, gadget, totem, vele pubblicitarie e qr code. Nonché per forme di marketing come le magliette personalizzate, gli espositori da banco e i gadget.

CONCLUSIONI SUL MICROCOPYWRITING

Proprio perché le parole sono poche, devono essere pesate tutte e bisogna fare le scelte più oculate. Il senso del testo deve arrivare in modo efficace e anche la forma ê importante.

Alcune delle cose di cui abbiamo parlato in questo testo (elementi che mettono in risalto le qualità del prodotto e/o dell’azienda, il luogo e l’anno) possono essere inserite in testi più lunghi.

Inoltre, se la definizione di newsjacking: testo in cui si sfrutta una notizia o un trend per dare più visibilità all’azienda e/o ai ai prodotti/servizi, chi ci vieta di fare degli articoli di questo tipo almeno trecento parole, quindi ottimizzati per Seo.

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Leggi ad alta voce di Word, lo conoscete?

Conoscete la funzione “Leggi ad alta voce” di Word? 

Dopo aver visto come scrivere gli articoli parlando, dedichiamo un post a questo argomento, che non tutti conoscono. Stiamo parlando di Word sul cellulare.

LEGGI AD ALTA VOCE DI WORD: COME SI USA? A CHE COSA SERVE?

Se aprite Word, andate in alto a destra e cliccate sui tre pallini, in basso a sinistra vi compare una serie di opzioni: tra queste c’è Leggi ad alta voce.  C’è un simbolo che assomiglia al play di un videoregistratore. Cliccateci sopra e una voce comincerà a leggere il vostro testo. Potete mettere in pausa tutte le volte che volete. 

Qual è il vantaggio? Innanzitutto, vi aiuta a trovare errori che non avevate visto. Certi errori possono sfuggire sia al controllo automatico sia all’occhio.

Tra parentesi, quando fate le correzioni fatele sempre con l’anteprima perché se le fate dal pannello di controllo del CMS (cioè, da dove scrivete) potreste non vedere molte cose. Invece, facendo l’anteprima, il rischio è molto più basso.

Tornando alla lettura del testo di Word, spesso dove il suono non torna, c’è una sottolineatura in rosso che evidenzia l’errore. È bene prestare attenzione a questi avvertimenti. 

Ma anche dove non c’è la sottolineatura in rosso può essere necessario fare delle modifiche.  Magari avete dimenticato una parola, avete mischiato due frasi che avevate pensato, avete commesso dei refusi e così via. Niente di grave, se non sono errori grammaticali. L’importante è rimediare prima della pubblicazione.

Quindi, ascoltare la lettura ad alta voce di Word aiuta a capire se mancano delle parole, se una parola è stata scritta due volte di seguito o se è stata scritta in modo sbagliato, se manca della punteggiatura e così via.

LINGUAGGIO NATURALE

 Ma c’è un altro motivo per cui bisogna usare questa funzione. Flaubert diceva che per capire se una frase era giusta la leggeva ad alta voce. Se suonava bene la lasciava altrimenti la modificava. 

Bisogna scrivere i testi con un linguaggio naturale. Un testo deve essere scorrevole. Questo non toglie che bisogna contestualizzare il lessico e adattarlo in base  alla situazione. 

I grandi scrittori sanno cambiare il registro in base alle situazioni e ai parlanti. Ci sono volte in cui bisogna scrivere in modo aulico e/o come voce fuori campo e ci sono volte in cui bisogna scrivere con linguaggio quotidiano. Quando si tratta di una voce fuori campo, ci si può permettere di scrivere in modalità “lingua scritta” (scusate la ripetizione). Anche il tono di voce cambia. 

Ormai le ricerche vengono fatte sempre di più parlando con gli assistenti vocali e quindi usando un linguaggio naturale. 

Anche le ricerche scritte vengono fatte sempre di più  formulando delle domande (ma c’è ancora chi le fa digitando poche parole chiave).Inoltre, nella sezione “le persone hanno chiesto anche, Google usa un linguaggio naturale. 

LETTURA AD ALTA VOCE DI WORD E KEYWORD STUFFING

Infine, la lettura ad alta voce di Word  ci permette di evitare la keyword stuffing, l’esagerazione con la parola chiave. Il numero di volte in cui deve essere presente una keyword dipende dal contesto. Comunque, la keyword density deve essere minimo dello 0.5%. Lo so che ormai è un concetto desueto, ma un pochino di volte la parola chiave deve essere ripetuta (Yoast ci dà qualche suggerimento). 

Qualcuno chiederà: “Non basta la lettura a mente?”. La lettura a mente è utile ma così utilizziamo un’arma in più. 

 Se avete un’attività commerciale e volete che curi il vostro blog, contattatemi.

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Un title si calcola in pixel

Si sa che la metadescription e  il title devono avere una certa lunghezza che quasi sempre viene misurata in caratteri, ma sarebbe più corretto farlo in pixel.

PERCHÉ UTILIZZARE I PIXEL PER I TITLE?

Infatti, le lettere hanno delle grandezze diverse che occupano diverse porzioni di spazio. Nel mondo digitale, la grandezza dei caratteri si esprime in pixel. Capite che un conto è una Q e un conto è una I.

Per i title, la lunghezza massima è di circa 600 pixel. In realtà, su questo dato ci sono posizioni discordanti. Si oscilla dai 540 (Semrush) ai 600 (Seozoom). Addirittura, secondo il tool più utilizzato è di 460.

Sconsigliano di farli lunghi 600 px o quasi perché il rischio è che il title venga troncato prima.

Come sappiamo, quando parliamo di title,  dobbiamo tenere conto del nome della pagina e di quello della categoria, del separatore e del titolo del sito.

Sono comunque elementi con cui si può giocare e che si possono anche eliminare.

STRUMENTI UTILI: YOAST SEO

Yoast anche in questo caso ci aiuta segnalandoci in rosso i title troppo lunghi e sul suo sito ufficiale si parla proprio di lunghezza in pixel.

Metadescription e pixel

Purtroppo, non è altrettanto efficiente per quello che riguarda la metadescription. Infatti, qui ragiona ancora in termini di numeri di caratteri.

Ho fatto delle prove. Ad esempio, ho visto che è indifferente scrivere tutto in maiuscolo o tutto in minuscolo (mentre non lo è nel title).

La lunghezza massima di una metadescription è 920 pixel. Il rischio è che Google o gli altri motori di ricerca la tronchino e mettano dei puntini di sospensione. Che potrebbe essere una cosa positiva perché fa crescere la curiosità, che a sua volta aumenta il ctr.

Ctr

Il ctr è il rapporto tra visualizzazioni e click. Naturalmente, quello di una metadescription tutta in maiuscolo è un esempio fittizio perché si sa che nella netiquette scrivere tutta una parola in maiuscolo equivale a urlare. Quindi è sconsigliatissimo farlo.

UN ESEMPIO DI TITOLO DI SITO

Il titolo di Yes Milano (YesMilano.it il sito ufficiale per la promozione di Milano) occupa 404 pixel.

TITLE E TITOLO: QUAL È LA DIFFERENZA?

A questo punto, è necessario dire che il title non è il titolo dell’articolo, sebbene possano coincidere.

Il title è quello che si trova nella serp.

Esempio

Questo è un title.

Caratteristiche del gatto – Cure-Naturali.it

Invece, il titolo, detto anche H1, è quello che si vede quando si apre l’articolo.

In questo caso è

Gatto: le caratteristiche dell’animale domestico più affascinante

Come potete notare, tra title e h1 intercorrono differenze anche nella struttura della frase.

Nel suo libro Google SEO. Strategie e tecniche mobile e desktop per siti ed e-commerce, Marco Ziero sottolinea che title e h1 possono essere molto diversi. Anzi, dice che a volte è auspicabile in quanto non hanno lo stesso scopo. Insomma, l’h1 non è un title meno qualcosa. O viceversa.

Tuttavia, è prassi farli (quasi coincidere). Anche perché se si usa un cms come WordPress questa opzione è quella di default. Però si può modificare.

FONT, PIXEL E LUNGHEZZA DEL TITLE

Non sono un esperto di grafica e non so se il tipo di font possa incidere. Chiedo a qualche grafico che mi sta leggendo me lo fa sapere, se lo sa. A volte sono dei fattori infinitesimali a fare la differenza tra la lunghezza giusta e una lunghezza eccedente o tra la lunghezza giusta e una non sufficiente.



Se avete aperto questo articolo, significa che ho lavorato abbastanza bene in termini di seo e che qualcosa vi ha spinto a cliccare.

Se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

Se volete, posso occuparmi dei vostri testi.

Contattatemi al 3713268100 o mandate un’e-mail a scrivereperglialtri@gmail.com

Articolo correlato: Sapete contare i caratteri e le parole di un testo?

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Un title si calcola in pixel

Siete capaci di contare i caratteri e le parole?

Sapete come si fa a contare le parole e i caratteri di un testo?

Innanzitutto, conoscete la differenza tra battute (o caratteri) e parole?

Le parole sono le parole e non ci dilunghiamo oltre.

Il gatto beve il latte. Questa frase contiene cinque parole.

Ma quanti sono i caratteri? 19, compreso il punto.

  • Ogni lettera conta 1.
  • Ogni spazio conta 1.
  • Ogni segno di punteggiatura conta 1.

COME CONTARE I CARATTERI?

Come si fa a contare i caratteri?

Finché sono pochi, è abbastanza facile.

Ma quando le parole aumentano, come si fa?

Dipende da che cosa utilizzate. Ogni software ha il proprio sistema.

Su Word, dovete cliccare su revisioni (si trova in alto, sul centro sinistra)-conteggio parole.

Vedrete: numero di parole, numero di caratteri con gli spazi e numero dei caratteri senza spazi, paragrafi e righe.

Se selezionate una parte di testo, vi diventa azzurra e potete conoscere i dati inerenti a essa.

Su Open Office: strumenti-menu a tendina-conteggio parole.

Anche in questo caso, potete vedere quanti caratteri e quante parole ci sono in una determinata porzione di testo. Però non  potete vedere il numero di paragrafi e i caratteri spazi esclusi.

Su Documenti di Google: strumenti-menu a tendina-conteggio parole.

Word e Documenti di Google mostrano il numero di parole man mano che si scrive (su Google bisogna fleggare sull’opzione). Su Word le vedete in basso a sinistra. Se selezionate una parte del testo, vedete sia il numero di parole globale sia quella che v’interessa in quel momento (esempio: 50/584). Al contrario, Documenti di Google vi dice o l’uno o l’altro. Per intenderci, vedreste 50 oppure 584. Non 50/584.

Un altro modo è andare su siti specializzati.

Ad esempio, io uso contacaratteri, che vi dice anche come si fa nei vari software. 

I MOTIVI: L’IMPORTANZA DELLE BATTUTE

Perché serve contare le battute?

In alcuni lavori si ragiona in parole.

Ma in altri bisogna tenere conto delle battute. Gli articoli di giornale si basano sulle battute. Le case editrici utilizzano come unità di misura la cartella, che equivale a 1800 battute (30 righe x 60 battute).

Anche nella seo ci sono elementi per cui è utile saper contare i caratteri: titolo e meta descrizione (slug, titolo, metadescrizione).

Il limite massimo di battute dipende da sito a sito o da social a social. 

Il più famoso è senz’altro Twitter: 280. All’inizio erano 140.

Contacaratteri vi dà un quadro esaustivo.

Ci sono anche gli sms, che hanno un limite di 160 caratteri. Fino agli Anni 10 di questo secolo spopolavano. Adesso si usano le piattaforme di chat come WhatsApp, Telegram ma anche la messaggeria di Facebook e di Instagram. Se non altro perché sono gratis o quasi.

Però gli sms hanno trovato una nuova vita nel marketing.

Con questo vi annuncio che sto implementando il servizio di sms marketing. 

Keyword stuffing

Alcuni siti vi dicono anche quante volte e in che percentuale avete usato una parola e questo è utile per evitare il keyword stuffing. Non sono perfetti da questo punto di vista ma è già qualcosa.

Che cos’è il keyword stuffing?

Consiste nell’esagerare con la parola chiave in un testo. Alcuni lo fanno (o lo facevano) pensando di poter essere indicizzati meglio. Altri lo fanno in buona fede.

Il keyword stuffing crea due problemi.

Il primo è che non solo non aiuta a salire nella serp ma può essere un fattore di penalizzazione. Soprattutto se il copywriter o il blogger nasconde le parole chiave scrivendole con lo stesso colore dello sfondo (lo si faceva un tempo, oggi non più).

Il secondo è che può rendere pesante la lettura e creare una user experience non soddisfacente. E sappiamo che la user experience è sempre più importante anche per i motori di ricerca.


 


Se avete aperto questo articolo, significa che ho lavorato abbastanza bene in termini di seo e che qualcosa vi ha spinto a cliccare.

Se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

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Contattatemi al 3713268100 o mandate un’e-mail a scrivereperglialtri@gmail.com

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Blocco dello scrittore, superatelo parlando

Avete il blocco dello scrittore? Il terrore della pagina bianca?

Sapete che cosa dovete fare? Parlare. Parlate con la pagina bianca.

Sapete che potete dettare il testo a Word?

È possibile farlo anche su Gmail.

Trovate il simbolo del microfono, cliccateci e quando diventa blu iniziate a parlare. Vedrete che compariranno le parole che pronunciate, come se ci fosse un dattilografo invisibile.

Esistono anche delle applicazioni che permettono di farlo.

In certi momenti, non è che non si abbia niente da dire: il blocco riguarda proprio l’atto dello scrivere. Parlare può essere più facile che scrivere.

Questo metodo ha anche il vantaggio di velocizzare le operazioni.

Come usare questo sistema per vincere il blocco dello scrittore

Potete utilizzarlo sia per i testi di tipo narrativo sia per quelli “non fiction”.

Questi ultimi, secondo me, sono quelli su cui il calo della creatività incide meno: tra keyword, piani editoriali creazione di contenuti e testi marketing c’è sempre qualcosa da scrivere.

Quando, invece, si scrive un racconto o un romanzo, la situazione cambia.

Il mio consiglio è quello di dettare a Word solo le parti in cui parla la voce fuori campo. Questo perché molto probabilmente la voce fuori siete voi. Pertanto, sarà più semplice.

Invece, quando si creano i dialoghi o si fanno agire o pensare i personaggi, occorre essere credibili.

Vale soprattutto quando li si fa parlare: dovete saper cambiare registro, lessico, modo di strutturare la frase, tono di voce. Tutte questi elementi devono essere coerenti con il contesto.

Non è facile, anche perché occorre una buona dose di creatività. Cosa che non si ha quando c’è il blocco dello scrittore.

Per lo stesso motivo, evitate le descrizioni.

È vero, registro, lessico, modo di strutturare la frase e tono di voce vanno adattati anche quando si tratta di testi non fiction. Ma secondo me, è meno difficile,

Se non altro, perché una volta che si è iniziato a produrre un testo, tutti questi elementi rimarranno costanti.

Al contrario, in quelli narrativi, il passaggio da un registro all’altro è più frequente. Ad esempio: dialoghi/voce narrante.

Ma a parte questo, far parlare i personaggi in modo credibile è complesso. Soprattutto quando dialogano. In quel momento, la creatività dev’essere davvero molta.

CORREZIONI E MODIFICHE

Adesso parliamo di un altro inconveniente legato alla scrittura con la voce e che in parte si ricollega a quanto abbiamo appena detto.

Non possiamo riportare fedelmente la forma orale. Infatti, quando parliamo, utilizziamo degli intercalari, facciamo delle ripetizioni, strascichiamo le parole, usiamo formule come doppio accusativo e così via.

Nel parlato sono normali ma se le leggiamo ci sembrano strane.

Anche prestando molta attenzione come sto facendo io in questo momento, qualche cosa può scappare.

Pertanto, bisogna ripulire il testo.

L’ultimo inconveniente è di tipo tecnico.

Ad esempio, ogni tanto Word capisce una prova per un’altra. Oppure non sente e dobbiamo ripetergliela più volte. Può andare via la connessione. Tutto questo può portare a un rallentamento del lavoro.

Dettare un testo a Word è utile per creare delle bozze su cui lavorare.

Inoltre, se non salviamo subito, rischiamo di perdere tutto il testo.

Io uso anche un un’applicazione.

Salva le bozze in automatico e al termine di ogni frase presenta una lista di possibilità di quello che ha capito e noi dobbiamo cliccare sull’opzione corretta. Se non c’è, dobbiamo ripetere la frase.

Questo è un po’ macchinoso e rende il lavoro meno fluido rispetti a quando lavoriamo su Word scrivendo con la voce ma ci fa risparmiare tempo quando poi rivediamo il testo.

Se il testo deve essere in Seo, le modifiche vanno fatte per forza. A meno che non lo facciate già in fase di produzione/dettatura.

Io mi occupo di copywriting sia scrivendo testi sia insegnando come si fa.

Se siete interessati, mi potete contattare.

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Tone of voice: utilità e che cosa (non) fare

Il tone of voice è uno degli elementi che caratterizzano un’azienda, un brand o un prodotto. Facciamo questa distinzione perché non tutte le aziende sono brand e perché un’azienda può usare toni di voce differenti per due prodotti diversi.

Ad esempio, la Ferrero ne usa uno per i Mon Chéri e ne usa uno per la Nutella.

Non parliamo poi di quando si ha a che fare con una holding che controlla due aziende che fanno lo stesso tipo di lavoro rivolgendosi a due target diversi.

Il tone of voice non coincide con il lessico ma è qualcosa di più sfumato. Certo, a un certo tipo di lessico corrisponderà un certo tipo di tono di voce. Ma quest’ultimo va oltre la scelta dei vocaboli.

Fate una prova: scrivete la stessa frase con il punto fermo e con il punto esclamativo. Vedete che cambia? Nel primo caso si trasmette un’idea di serietà e anche un po’ di distacco, nel secondo trasmettono entusiasmo e coinvolgimento.

Il tono di voce può essere freddo caldo e neutro. Per ognuno di essi abbiamo una gamma di sfumature. Ad esempio, un tono di voce freddo può essere professionale, burocratico eccetera.

A CHE COSA SERVE IL TONE OF VOICE?

Quindi, il tone of voice indica non quello che si dice ma come lo si dice e aiuta a far riconoscere il brand che lo utilizza. Permette all’azienda di distinguersi e a noi di riconoscerla.

Possiamo dire che è uno dei fattori che servono a fare branding e anche a fare rebranding.

Uno degli elementi da considerare quando si sceglie il tono di voce è il pubblico di riferimento, sia dell’azienda sia dei prodotti nel caso in cui vi siano più target.

La Ferrero quando pubblicizza la Nutella parla in un modo perché vuole rivolgersi alle famiglie e quando pubblicizza i Mon Chérie parla in un altro modo perché si rivolge ad adulti visti non  come genitori.

Quindi possiamo dire che il tov fa parte dello stile di un’azienda. È un po’ come se l’azienda ci parlasse e sentissimo il modo in cui lo fa. Come avviene con le persone.

Sincerità

Il tono di voce deve essere autentico e coincidere con lo con lo spirito aziendale ed è inutile e dannoso scimmiottare gli altri solo perché hanno più successo o perchéin quel momento storico tira più di un tono di voce invece di un altro.

Reputo che sia meglio una freddezza autentica che un calore fittizio, che un distacco sincero sia preferibile a una simpatia forzata.

Perché prima o poi il pubblico vi scopre e rimane deluso. 

Molti anni fa, passavo spesso davanti a un negozio dove ogni giorno scrivevano una frase motivazionale su una lavagna ben visibile dall’esterno. Il tono di voce era caldo. Peccato che si siano dimostrati  molto freddi. 

Se non avessero voluto fare i simpatici e si fossero mostrati freddi fin dall’inizio non avrei avuto niente da dire ma così mi hanno deluso parecchio.

Una persona discreta e riservata non dovrà giocherà di utilizzare un tono di voce e uno stile entusiasti. Anzi, lo farà male.

La funzione del copywriting

Il tone of voice è uno degli elementi che servono a fare branding.

Un’azienda lo assume fin dall’inizio. 

Tuttavia, nulla vieta di modificarlo, soprattutto  se si vuole fare un rebranding.

Come abbiamo visto nell’altro post in cui abbiamo parlato di questo argomento, due toni di voce diversi possono creare azioni diverse anche se si parla della stessa cosa.

Un copywriter deve saper passare da un tone of di voice all’altro, in base alle esigenze dei suoi clienti, a prescindere da quello che utilizza per sé e per la propria comunicazione.

Vi potete rivolgere a me per testi il tov giusto.

Se preferite scriverli voi,  vi posso fare una consulenza.

Lavorando soprattutto come ghostwriter, non posso mostrarvi tutti i lavori che ho fatto.

In compenso, potete leggere le recensioni e vi posso scrivere un testo di prova.

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Scerbanenco, Milano, i gialli e l’Ucraina

Non essendo questo un sito politico ma di scrittura (diciamo di carattere tecnico, anche se poi a volte alleggerisco la forma utilizzando lo storytelling), non faccio quasi mai articoli di cronaca, se non quando c’entra la lingua e pertanto non avrei scritto niente riferito alla guerra in Ucraina se non fosse stato per Scerbanenco e la sua Milano criminale.

Infatti, uno più dei più grandi scrittori milanesi di tutti tempi era nato in Ucraina.

Scerbanenco, il giallo e Milano

Perché lo definiamo uno dei più grandi di tutti i tempi? Perché è stato lui a creare il genere dei polizieschi ambientati a Milano. Senza di lui probabilmente non avremmo avuto tutti quei romanzi e tutti quei racconti e tutti quei commissari milanesi (di nascita o di adozione).

È vero, Duca Lamberti non era un commissario e neppure un investigatore, bensì un medico radiato dall’albo per aver praticato un’eutanasia su un malato terminale.

Senza di lui non avemmo avuto un film come Milano Calibro 9, con un grande Gastone Moschin.

Giallo nordico

Potremmo fare un parallelo con Stieg Larson e i gialli scandinavi. Anche se non è stato il primo autore di libri gialli ambientati nei Paesi nordici, senza di lui forse non ci stato il boom.

Tuttavia, non  dobbiamo dimenticare il libro di Peter Høeg Il senso di Smilla per la neve e il film che ne è stato tratto. È il libro in cui si dice che la lingua inuit ha dieci parole per indicare la neve.

Scerbanenco e Crapanzano

Torniamo a Scerbanenco e alla sua Milano: mi hanno detto che abitava in zona Porta Venezia. Ha ambientato i libri a Città Studi. Insomma, la Milano nord-orientale, che è un po’ la mia Milano.

Ed è anche, in parte, la Milano di Crapanzano, anche se lui dice di ispirarsi soprattutto a Simenon.

Luoghi inventati

Un elemento interessante di Crapanzano è che i luoghi esatti in cui avvengono i fatti non esistono. I quartieri e le vie però sono reali.

Ad esempio, via Tadino 17/c non esiste. Crapanzano lo fa per evitare che qualcuno possa dirgli che ha scritto delle cose inesatte.

Un’operazione simile la possiamo vedere nelle città dei cartoni animati come la Springfield dei Simpson e la Qahog dei Griffin. Anche se di quest’ultima sappiamo che si trova nel Rhode Island.

Un altro vantaggio di una città inventata è può essere proprio come vuole l’autore. Anch’io l’ho fatto. Addirittura, ne ho create due: Hwelf e Pertinigrad.

Non solo Scerbanenco: la pronuncia corretta di Ucraina

Scerbanenco a parte, un altro tema linguistico che ha che fare con l’attualità è: si dice Ucràina o Ucraìna?

L’Accademia della Crusca detto:

  • Sono corrette entrambe le versioni;
  • Sia russi sia ucraini dicono Ucraìna;
  • Ucràina è corretto ma un po’ arcaico.

Una persona ucraina mi ha detto che si usa Ucraìna per riferirsi allo Stato e ucràino come aggettivo.

Cercherò di pronunciare con l’accento corretto. È una questione di rispetto. Per esempio, non mi piace quando pronunciano o scrivono le parole portoghesi come se fossero spagnole  perché il portoghese non è una sottospecie di spagnolo.

Però, è vero che non tutti conoscono le pronunce corrette. Inoltre, quando ci abituiamo a una pronuncia è difficile modificarla anche se scopriamo che è sbagliata.  

Ad esempio, so che Kluivert  non andrebbe pronunciato Klaivert ma ormai mi viene automatico. Il bello è che le altre parole nederlandesi con “ui” le pronuncio correttamente

 Allo stesso modo, si dovrebbe scrivere Kyiv perché è la traslitterazione del nome ucraino della città e non Kiev, che è la trascrizione del nome russo. Però siamo abituati a scrivere e a dire Kiev.

Tra l’altro, Scerbanenco era nato lì. È morto a Milano e (in base a quel poco che ho trovato) è sepolto al Cimitero Maggiore.


Che cosa ne pensate dell’articolo? Ditemelo nei commenti.

 

 

 

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Storytelling: che cos’è? Qual è il suo ruolo nel marketing?

Lo storytelling è un modo di fare marketing e branding che consiste nel raccontare storie.

Potremmo dire che la letteratura è storytelling. Tuttavia, questo concetto viene applicato principalmente al marketing. E quindi,  consiste nel provare brandizzare e nel vendere attraverso la narrazione di storie.

Si va dal livello base, che è la storia della fondazione e il “chi siamo” a livelli sempre più complessi.

Uno storytelling deve puntare alla trasmissione dei valori di un’azienda. Deve far capire i suoi plus, ciò che la differenzia dai competitior.

Abbiamo altri tipi di storytelling.

 Storytelling di un prodotto

Ci spiega perché e come è nato un prodotto, facendo vedere che cosa significa quel prodotto per l’azienda e in che modo trasmette i suoi valori e le permette di distinguersi.

Ci sono le storie fittizie, in cui tramite un racconto sì cerca di mettere in evidenza il valore dell’azienda o di un suo prodotto.

Infine, ci sono le storie dei clienti, le testimonianze che raccontano come quell’azienda ha risolto un problema o in che modo hanno interagito in modo positivo con essa.

Ma perché raccontare delle storie? Non basta la descrizione? Non basta spiegare come funziona il prodotto o il servizio e come fa a risolvere il problema?

Il fatto è ascoltare o leggere storie è bello, emozionante e interessante. Una storia spesso si ricorda meglio. Una storia ha più possibilità di restare nel nostro cuore.

È un caso che i miti e i dialoghi di Platone restino anche dopo molti anni?

E anche il copywriter, probabilmente, si diverte di più e lavora meglio.

Chiudo il paragrafo precisando che

  1. L’approccio narrativo e l’approccio informativo/coesistere. Basta alternarli. Questo sito ne è un esempio.
  2. Una descrizione accurata, che ci fa immaginare sensazioni, odori e sapori, fa parte del mondo dello storytelling
  3. Anche lo storytelling segue la regola delle 5 w, sempreché sia possibile.

Lo storytelling e le parole

Lo storytelling non si fa solo con le parole ma anche con le immagini, le fotografie, i colori, i disegni, il font.

I colori e il logo dicono molto sulla storia di un’azienda.

 


Io scrivo anche racconti e romanzi. Chi vuole provare a utilizzare lo storytelling per il proprio busimess, si può rivolgere a me.

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Due storie esemplari sulla targetizzazione

Per spiegarvi l’importanza della targetizzazione, anche questa volta non ricorrerò a discorsi teorici ma vi racconterò due storie, come ho fatto in occasione del tono voce (in realtà, in quel caso ve ne ho raccontata solo una).

Prima storia

La prima è tratta da un libro di Fruttero, “Mutandine di Chiffon”. Il capitolo s’intitola “La donna che voleva solo le gomme per cancellare” (o qualcosa di simile).

Fruttero ricorda un episodio accaduto negli Anni ’70, quando la sua casa editrice decise di promuovere i libri presso le cartolerie.

Quindi, andarono di un piccolo centro. L’accoglienza fu un po’ fredda, nonostante fosse il paese di Arnoldo Mondadori, il loro editore.

Si recarono in una cartoleria, dove erano state messe in bella mostra molte le copie del loro romanzo.

Non entrò nessuno per tutto il pomeriggio. Verso sera, arrivò donna, una signora di mezza età, che non era per niente interessata al romanzo: voleva solamente delle gomme da cancellare.

Le regalarono una copia autografata del romanzo autografi. Ma, scrive Fruttero, si capiva che la signora non lo avrebbe mai letto.

Il romanzo ebbe successo. Solo che quella volta si rivolsero al target sbagliato.

Quello che fate può essere estremamente valido ma se sbagliate pubblico il risultato sarà fallimentare.

Seconda storia

Il secondo racconto è tratto da un video di Watchmojo Italia, che s’intitola Top 10 CARTONI DENUNCIATI per i MOTIVI più FOLLI!

Però, l’ultimo non è proprio assurdo.

Infatti, in una puntata Peppa Pig insegna che non bisogna aver paura dei ragni e ucciderli. Non posso che darle ragione visto che ho scelto il ragno come logo.

Tuttavia, capisco le proteste del governo australiano che, in sintesi, disse che se insegniamo ai bambini che i ragno non sono pericolosi e non vanno uccisi possiamo mettere a repentaglio la loro vita in quanto là ci sono vedove nere e altri ragni velenosissimi. Infatti, censurò l’episodio.

Anche Enrico, il ragazzo ha fatto il video, ha riconosciuto che l’intervento del governo di Canberra era sensato.

Quindi, se è giusto dire ai bambini europei che i ragni sono carini, lo stesso discorso non può certamente essere valido in un contesto come quello australiano (o in altri posti dove ci sono degli aracnidi letali).

Targetizzazione e altri fattori

La targetizzzazione, quindi, riguarda la classe sociale, il livello culturale, gli interessi, il tipo di lavoro e anche la collocazione geografica.

A questo proposito, quando si sceglie il nome per un’azienda, un prodotto o una linea di prodotti, bisogna fare molta attenzione. Soprattutto se si vuole puntare a un certo tipo di mercato. È importantissimo evitare termini che in alcuni posti vogliono dire (o evocano) qualcosa di offensivo.

Ad esempio, nei Paesi dell’Est (che per me iniziano ancora dalla Slovenia), kurva è un insulto. È vero, noi scriviamo “curva”, ma il suono è lo stesso

Facciamo un altro esempio: sla in olandese e in fiammingo sla vuol dire insalata ma in italiano ha un altro significato, un significato più triste.

Infine, la targetizzazione influisce anche sulla scelta del tono di voce, sulla scelta della strategia da utilizzare e della scelta delle emozioni su cui puntare.


 

Se l’articolo vi è piaciuto, mettete un “mi piace”. Contattatemi se volete che scriva per voi o se volete una consulenza.


Chi era Carlo Fruttero?

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Il tono di voce: il Dispaccio di Ems

Lo facciamo con una lezione di storia. Non preoccupatevi: cercherò di essere abbastanza breve e il più leggero possibile.

STORIA 

Per spiegarvi l’importanza del tono di voce vi parlerò dell’episodio passato alla storia come il Dispaccio di Ems.

Siamo intorno al 1870. Il trono di Spagna è vacante e viene offerto a Leopoldo, della dinastia degli Hoenzollern, la stessa che regna in Prussia.

Napoleone III non vuole assolutamente che Leopoldo accetti perché altrimenti la Francia si troverebbe accerchiata dai tedeschi (visualizzate la cartina).

Riesce a ottenere la rinuncia ma non gli basta: vuole che Guglielmo I, il re di Prussia, gli garantisca che nessun Hoenzollern salirà mai sul trono di Spagna. Anzi, che nessun Hoenzollern si candiderà mai per il trono di Spagna In realtà, come capo della casata, era stato Guglielmo a decidere di accontentare Napoleone III

A questo scopo, nel luglio del 1870, l’imperatore francese manda un ambasciatore a Ems a parlare con il re prussiano, che è lì in vacanza. Ems è una città termale. Guglielmo non diede nessuna garanzia per il futuro e si congedò dall’ambasciatore.

TONO DI VOCE

È a questo punto che entra in gioco Bismarck. Bismarck vuole la guerra contro la Francia perché è l’unico ostacolo contro l’unificazione della Germania.

Dopo aver parlato con due  generali dello stato maggiore prussiano, Helmuth von Moltke e Albrecht von Roon, sa che la vittoria è pressoché certa.

Ma vuole che sia la Francia ad attaccare la Prussia. Allora, che cosa fa?

Prende un telegramma, che gli aveva mandato il consigliere Heinrick Abeken  e lo modifica. Ne modifica anche il tono di voce.

Ecco il testo originale.

Sua Maestà mi scrive: “Il conte Benedetti mi ha sorpreso insidiosamente alla passeggiata, chiedendo in modo molto insistente l’autorizzazione a telegrafar subito che per l’avvenire non avrei più dato il mio consenso, qualora gli Hohenzollern fossero ritornati alla loro candidatura. Ho finito col congedarlo un po’ severamente poiché né si devono né si possono prendere tali impegni “à tout jamais“. Gli ho detto naturalmente che non avevo ricevuto ancor nulla, e che avendo egli prima di me le informazioni di Parigi e di Madrid, vedeva bene che il mio governo era di nuovo fuori questione”. Di poi sua Maestà ha ricevuto una lettera del Principe. Siccome Sua Maestà aveva detto al conte Benedetti che aspettava notizia del Principe, così, tenuto conto della pretesa di lui, la stessa Maestà (…) ha deciso di non ricevere più il conte Benedetti, ma di fargli dire da un aiutante di aver ora ricevuto dal Principe la conferma della notizia che Benedetti già aveva avuto da Parigi, e di non aver più nulla da dire”

Questo, invece è il test0 che arrivò a Parigi.


Dopo che le notizie della rinuncia del Principe ereditario di Hohenzollern sono state comunicate al Governo imperiale francese da quello reale spagnolo, l’ambasciatore francese in Ems ha richiesto ancora Sua Maestà il Re di autorizzarlo a telegrafare a Parigi che Sua Maestà il Re si impegnava per tutto il tempo avvenire a non dare giammai il suo consenso, qualora gli Hohenzollern ritornassero alla loro candidatura. Sua Maestà il Re ha ricusato di ricevere ancora l’ambasciatore francese e ha fatto dire per mezzo del suo aiutante che non aveva nulla da comunicare all’ambasciatore.

Come vedete, il tono di voce del telegramma “editato” è un po’ più indisponente. E vedete anche che il senso (la sostanza, direbbe qualcuno) non cambia.

I francesi si arrabbiarono molto. Tra l’altro Bismarck fece in modo che arrivasse in concomitanza con il 14 Luglio.

Il 19 la Francia dichiarò guerra alla Prussia. A inizio settembre ci fu la battaglia decisiva, vinta dai prussiani.

Finì con l’esilio di Napoleone III, la proclamazione della Terza Repubblica e con l’unificazione della Germania.

Maupassant scrisse dei racconti sulla Guerra Franco-prussiana, cui prese parte.

Non sappiamo cosa come sarebbe andata la storia se fosse stato recapitato il telegramma originale. Probabilmente una guerra tra la Prussia e la Francia ci sarebbe stata lo stesso. Fatto sta che il telegramma con tono di voce scelto da Bismarck fu il casus belli.

 


Se volete che scriva per voi testi con il tono di voce giusto o se volete imparare quello giusto, mi potete contattare.


Articolo correlato: La regola giornalistica dell’abc applicata alla seo.

Dov’è Ems?

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Referendum sull’eutanasia legale, ha ragione la Corte?

In un primo momento anch’io mi sono un pochino indignato pensando: “Ecco, si condanna una persona a soffrire il nome di un’ideologia”.

Poi ho ascoltato la spiegazione di Amato e ho capito le ragioni dei giudici della Consulta.

Il problema è che il testo del quesito referendario era scritto male e ascoltando quello che ha detto Amato sono andato a leggerlo con più attenzione.

IL QUESITO DEL REFERENDUM SULL’EUTANASIA LEGALE

Eccolo:

Abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente)»

“Volete voi che sia abrogato l’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente) approvato con R.D. 19 ottobre 1930, n.1398, comma 1 limitatamente alle seguenti parole “la reclusione da 6 a 15 anni”; comma 2 integralmente; comma 3 limitatamente alle seguenti parole “Si applicano”?”

Ma che cosa dice l’articolo 579 del codice penale?

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui [c.p. 50], è punito con la reclusione da sei a quindici anni [c.p. 20, 32].
Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.
Si applicano le disposizioni relative all’omicidio [c.p. 575, 576, 577] se il fatto è commesso contro una persona:

  1. minore degli anni diciotto;
  2. inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;
  3. il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno.

Come sarebbe diventato?

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con
se il fatto è commesso contro una persona

  1. minore degli anni diciotto;
  2. inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;
  3. il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2].

Come vedete, non si parla né di malati terminali né di sofferenze insopportabili.

È sottinteso, dirà qualcuno. Vero. Ma in certi casi sottintendere è pericoloso.

Qualcuno obietterà che non si potevano aggiungere termini come “malato terminale” perché un referendum abrogativo non prevede l’aggiunta di parole. Si può solo cancellare una legge o un articolo del codice o delle loro parti.

In Italia non c’è il referendum propositivo. La forma che più gli si avvicina è il referendum consultivo. Che, come suggerisce il nome, si limita a chiedere un parere e non è vincolante. Al contrario, gli altri due (abrogativo e confermativo) lo sono.

Allora, siamo sicuri che il referendum fosse lo strumento più adeguato per questa battaglia di civiltà? Non sarebbe stato meglio presentare una legge d’iniziativa popolare?

Pagare per morire

Se il quesito fosse passato e avesse vinto il sì, chiunque avrebbe potuto a chiedere un’altra persona di ucciderlo.

Pensate a tutte le conseguenze. Addirittura, uno potrebbe uccidere un’altra persona e poi far credere che è stata questa a chiederlo.

Tra l’altro, “Manuale per non suicidarsi”, un libricino che cerca di togliere al suicidio quell’aura che lo rende affascinante, dice che non è così raro che qualcuno assoldi un sicario per farsi ammazzare.


Troviamo questo tema in Film Bianco.


Capite che non sarebbe stato un referendum sull’eutanasia legale? E capite che non si tratta di pelo nell’uovo?

Comunque, Amato ha invitato il Parlamento a legiferare sull’eutanasia.

RACCONTO

-Modalità di pagamento?
-Contanti, carta, bancomat, assegno o bonifico bancario.
-Anticipato naturalmente.
(Pausa di silenzio con sorriso forzato) Sì, grazie. Rilasciamo anche la fattura.
-La fattura?
-Certo, La nostra è una esseerreelle di servizi alla clientela. Ha preferenze riguardo le modalità di erogazione? Se vuole può consultare il nostro catalogo.
-Ah, perché si può scegliere?
-Certo che si può scegliere. Le faccio degli esempi: alcuni, per dire, preferiscono un’automobile, altri una bevanda. Ma ce ne sono tanti altri. Il catalogo sarà sicuramente più esaustivo di me.
-Posso prenderlo?
-Prego. (Glielo porge).
-Grazie signorina. Posso tenerlo?
-No, mi dispiace, è solo di consultazione, mi dispiace, signore.
-Capisco. Occorre scegliere per forza?
-No, assolutamente. In questo caso, lei lascia libertà di azione al nostro operatore. In questo caso, la tariffa è più bassa.
-Ah, giusto! I prezzi.
-E’ tutto sul catalogo.
-Ora lo guardo. Qual è la percentuale di soddisfazione dei clienti? (Ride)
-Nessuno è mai venuto a lamentarsi (Accenna a una risatina).
(Inizia a sfogliare il catalogo. Ogni tanto sorride. Oppure ride proprio). Posso farle una domanda?
-Certo, sono qui a sua disposizione. Chieda tutto quello che vuol sapere.
-Se uno ci ripensa?
C’è tempo fino a 12 ore prima per disdire il servizio. Basta una telefonata. Ma è valido solo con l’opzione data certa.
-Ah, si può scegliere?
-Certo, signore. Si può scegliere fra la data certa, la sorpresa e il “non in quel momento”.
-Mi spiegherebbe meglio la terza?
-Volentieri. Si può decidere che il servizio non venga erogato, ad esempio, il giorno del matrimonio di un amico e nei periodo precedente.
-In effetti, non sarebbe bello.
-No.
-Però, anche se non scelgo la data certa, ma cambio idea, per esempio perché la mia vita è migliorata, posso annullare?
-Si, può. Dal momento della sua disdetta, noi avvisiamo il nostro incaricato o la nostra incaricata, sperando di riuscire a comunicargli il cambio di decisione del cliente. Naturalmente, i soldi non vengono rimborsati.
-Va bene. Ma ci sono anche donne?
-Si.
-E si può ritornare anche se si è disdetto?
-Anche per questo non rimborsiamo. Ma, mi creda. Anzi, credimi, ti do del tu, chi ci ripensa non fa una bella figura, chi poi ci ripensa ancora meno. Ma si può capire: non siete tutti coniglietti coraggiosi.

 

 

 

Scrivete sotto che cosa ne pensate di questo post.

Legge d’iniziativa popolare

Articolo correlato: Schwa e asterisco


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Query commerciale: esempi, spiegazione e utilizzi

Non abbiamo ancora parlato della ricerca (o query) commerciale.

Abbiamo visto quella transazionale, quella navigazionale e quella informazionale, ma abbiamo tralasciato quella di tipo commerciale. Rimedio con questo articolo.

Come ho già avuto modo di dire scherzando (ma non troppo), il lavoro del copywriter è molto simile a quello del ciabattino. Nel senso che spesso è talmente impegnato a scrivere per i blog e i siti di altri che trascura proprio.

In un momento di tregua, mi dedico a completare il discorso delle query.

La ricerca commerciale e quella transazionale sono molto simili e a volte è difficile distinguerle. Di solito, l’ultima ricerca commerciale precede immediatamente l’altra. Spesso non c’è neppure soluzione di continuità perché si passa subito all’acquisto, sullo stesso sito.

Per questo, in un sito ci devono essere i contatti e, se possibile, la pagina dove fare gli acquisti.

Facciamo una query commerciale quando andiamo a informarci sui prodotti da acquistare e quindi quando leggiamo le recensioni, confrontiamo i prezzi e, in generale, raccogliamo tutte quelle informazioni che ci sono utili prima di comprare qualcosa, andare in un ristorante in cui non siamo mai stati, fare un delivery da un posto nuovo e così via.

Indicazioni per una query commerciale

È importante che sul sito ci siano i prezzi dei servizi o dei prodotti affinché il navigatore possa conoscerli. Questi dati devono essere aggiornati. Non  lo si fa sempre (si spera in buona fede).

È un discorso che non vale solo per i siti: una volta volevano farmi pagare un prodotto più del prezzo indicato sul menù dicendomi che non lo avevano ancora aggiornato. Non mi è sembrato giusto, l’ho fatto presente e pagato la cifra indicata sul menu. La differenza era minima ma a volte è questione di correttezza e di trasparenza,

Non tutte le aziende lo fanno ma preferiscono essere contattate. I motivi possono essere vari. Il principale è che, in certi settori, ogni lavoro è diverso dagli e quindi bisogna fare un preventivo specifico per ognuno di essi.

Altri, invece, non vogliono far conoscere i propri prezzi ai concorrenti perché temono che ne possano trarre un vantaggio. Alcuni, addirittura, non lo dicono neppure per telefono o per mail ma solo di persona.

Tutte scelte rispettabili.

Su questo sito, cliccando qui, potete vedere i miei prezzi (in casi particolari posso fare un preventivo personalizzato).  Se invece cliccate qui potete vedere le recensioni.


Se avete aperto questo articolo, significa che ho lavorato abbastanza bene in termini di seo e che qualcosa vi ha spinto a cliccare.

Se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

Se volete, posso occuparmi dei vostri testi.

Contattatemi al 3713268100 o mandate un’e-mail a scrivereperglialtri@gmail.com

 

 


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Url, che cosa sono e a che cosa servono?

Se vi ricordate, lo slug è l’ultima parte parte dell’indirizzo di una pagina web.

SIGNIFICATO

Url è un acronimo e significa uniform resource locator. Quindi, indica l’indirizzo esatto di una pagina web e lo vediamo anche quando un motore di ricerca ci mostra i risultati di una query (la serp). 

TIPI DI URL

Possiamo dire: Indirizzo del sito + eventuali altri elementi+slug= url.

Quali sono gli “eventuali altri elementi? La data, il nome della pagina, il nome della categoria, il separatore. 

Dato che contiene lo slug, anche l’url può essere o parametrico o descrittivo.

Un url parametrico è un url che contiene una serie di numeri, lettere e segni di punteggiatura che viene generata automaticamente dal sistema. Ad esempio, questo


http://www.etraspa.it/index.php?pid=1718d57986110b6af2dd96b59d3db416

è un url parametrico. WordPress genera slug con numeri e lo fa in modo progressivo.

Invece, quelli descrittivi (o parlanti) contengono parole di senso compiuto. Preferibilmente, anche la keyword principale. Anzi, è uno dei punti in cui andrebbe inserita. Non a caso, se non lo facciamo, Yoast lo segnala con la faccina gialla.

Qual è la tipologia più facile da ricordare? E quale vi fa capire subito di che cosa parla il post o l’articolo? Sicuramente, quello parlante. Anche Google li preferisce. 

Volendo, potete anche digitarlo direttamente nella barra delle ricerche o sul motore di ricerca o dirlo a voce (è utile anche per una strategia di seo off site, cioè fatta al di fuori del sito).

Molti esperti del settore consigliano di eliminare parole come come gli articoli e le preposizioni o elementi come la data. Più conciso è meglio è. Bisogna ottimizzarlo (ma abbiamo a disposizione 2083 caratteri).


Fatemi sapere se l’articolo è stato utile.

 

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Testi dei volantini pubblicitari, come è meglio farli?

Utilità dei volantini pubblicitari

Il motivo è molto semplice: i volantini arrivano direttamente in mano alle persone. Quindi, non dobbiamo neanche lavorare di SEO o impostare i parametri come su Google ads o quando mettiamo in evidenza un post su Facebook o su Instagram.

Mettiamo qualcuno o ci mettiamo noi stessi davanti a un punto di forte passaggio e diamo il volantino pubblicitario alle persona.

In alternativa, si possono mettere all’interno dei raccoglitori pubblicitari che ci sono al di fuori delle case voglio. Meglio metterli lì perché tante persone o tanti condomini non vogliono che si mettano nelle caselle della posta.

Naturalmente va calcolato che maggior parte di essi verrà cestinato ma qualcuno che troverà interessante il vostro volantino pubblicitario ci sarà senz’altro.

Io mi sono fatto pubblicità con dei volantini. Tra l’altro, facendo un marketing di tipo territoriale nel senso che mi rivolgevo alle persone che abitavano vicino al mio ufficio e qualche cliente mi è arrivato.

I santini

Un altro settore in cui ci si usano i volantini è  la politica. Avrete notato che sotto elezioni tanti candidati vi lasciano nella vostra casella il loro santino elettorale. Quindi non è propriamente corretto chiamarlo volantino pubblicitario.

Testi, grafica e formattazione

Per quanto sia un mezzo semplice, non deve essere creato con superficialità

Un volantino pubblicitario deve essere studiato bene sia per quello che riguarda la grafica sia per quello che riguarda il testo.

Per quello che riguarda la grafica non mi addentro molto nei dettagli in quanto non è il mio settore. So solo che deve essere leggibile quindi bisogna creare un contrasto tra il colore del testo e quello sfondo.

Ci deve essere un interlinea sufficiente a rendere agevole la lettura. Insomma niente di diverso da quello che e la formattazione dei testi su Internet e per una brochure.

Veniamo ai testi: come devono essere quelli dei volantini pubblicitari? Essenziali e sintetici.

Essenziali perché servono a comunicare quale servizio o prodotto viene proposto.

Sintetici perché non abbiamo molto spazio: di solito volantini sono in formato A 5. Quindi molto, molto ridotto.

In poche righe, dobbiamo:

far capire senso del servizio o del prodotto proposto;

dirne i vantaggi;

mettere i recapiti per farci contattare e una call to action.

Diciamo che è un compresso in cui spiccano l’incipit e la parte finale.  È consigliabile anche una frase accattivante a mo’ di slogan. Siamo nell’ambito del microcopy.

Il consiglio è utilizzare entrambi i lati.


Se siete interessati posso possiamo fare i testi per i vostri volantini e anche la grafica e stamparveli.

Inoltre, potete scegliere il tipo di carta e altre opzioni.

Per un preventivo mandate una mail a scrivereperglialtri@gmail.com  o telefonate al numero 371/32.68.100.

Naturalmente, il prezzo dipende dei volantini pubblicitari dipende da molte variabili.

Infine, per quanto siano un mezzo molto classico, si conciliano bene con la tecnologia perché si possono mettere i qr code.

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Testi per brochure, quando la seo non è sufficiente

Anche se mi occupo principalmente di seo copywriting, sono convinto che i testi sul web non sempre bastino per far conoscere un’azienda o un prodotto.

FARSI TROVARE

I testi per brochure, dépliant e volantini sono ancora un mezzo da utilizzare per farsi conoscere.

In quali casi è meglio usare una brochure invece che la seo (o, eventualmente, entrambe le soluzioni)?

Innanzitutto, quando il tipo prodotto è nuovo.

La seo si basa sulle ricerche degli utenti. Ora, se un prodotto è innovativo, uno neanche ci pensa a cercarlo.

Certo, possiamo concentrarci sul problema che risolve. Nondimeno, una brochure può aiutare

Immaginate di coltivare fragole nere. Chi cercherebbe questa parola chiave su Google?

Invece, con una brochure con un testo scritto bene avete la possibilità di far conoscere le vostre fragole nere.

Come? Fate in modo che capiti in mano a più persone possibili.

C’è poi un altro motivo per cui dovreste affidarvi a un mezzo analogico come le brochure. Ed è la concorrenza. Sulla serp si sgomita. Per una parola chiave ci possono essere milioni di risultati e poche ricerche.

Spesso, gran parte del traffico se lo mangiano i colossi tipo Amazon. Anche a essere bravi, si rischia di non avere quella visibilità che si vorrebbe.

Inoltre, una persona fa una ricerca sui motori di ricerca con un intento specifico, che può essere informazionale, transazionale o navigazionale. Tra l’altro, una brochure può veicolare traffico navigazionale.

In ogni caso, ha già un’idea di quello che vuole cercare. Ma se il prodotto è nuovo, come fa a cercarlo?

Oppure, un prodotto può risolvere un problema cui uno non aveva pensato ma quando lo scopre dice “effettivamente questo problema esiste e forse ce l’ho anchio”. Ecco, bisogna farglielo sapere.

È quello che possiamo il marketing del caso o della serendipità. Uno s’imbatte in un prodotto senza averlo cercato e scopre che gli interessa.

ANALOGIE TRA TESTI IN SEO E TESTI PER BROCHURE

Prendiamo:

Testi per

Volantini

Brochure

Annunci su Facebook.

Ecco, secondo me, paradossalmente, il mezzo che è più vicino alla brochure è la Seo.

A differenza di un annuncio su Facebook, una brochure è meno invadente. È meno aggressiva anche rispetto a un volantino, che comunque lo è meno di un’ads di Facebook.

Al contrario, una brochure e un articolo sul Web ti dicono: “Sono qui, mi vuoi leggere?”. Quindi, entrambi devono farsi notare.

Tutti e due lo fanno con il titolo. Un articolo in seo ha il vantaggio della metadescrizione.

Entrambi è meglio che abbiano delle immagini accattivanti.

Sia l’uno sia l’altro devono chiudersi con una call to action e avere una formattazione che renda gradevole la lettura.

Ma sono soprattutto due gli elementi che hanno in comune gli articoli in seo e le brochure: i testi devono catturare subito l’attenzione, far capire subito l’argomento e devono essere scorrevoli ed essere esaustivi. In breve, devono essere user friendly.

TESTI PER BROCHURE VS TESTI PER VOLANTINI

Riprendiamo un attimo il discorso dei volantini: a differenza delle brochure, i volantini spesso non hanno testi descrittivi ma solo informazioni essenziali (tipo di prodotto, contatti). Quando c’è, sovente è una frase, uno slogan.


Se siete interessati a testi per brochure, mandate una mail a scrivereperglialtri@gmail.com o telefonate al numero 371/3268100.

Posso anche fornirvi le brochure (a due, a tre o a quattro ante, ogni anta corrisponde a due facciate).

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Il copywriter ux, l’evoluzione del seo copywriter

Certo, gli interessa essere posizionato bene sui motori di ricerca ma non è la sua unica preoccupazione.

In particolare, scrive i microtesti che aiutano le persone a orientarsi all’interno di un sito. Ad esempio, quelli per la call to action, i tag, le categorie. Anche la meta description rientra in questa categoria. Di solito, s’intende questo per ux writing (l’esperta italiana più importante) si chiama Serena Giust. Io però ho deciso di estendere il concetto.

TESTI, USER EXPERIENCE E SEO

Ormai da qualche anno la tendenza è quella di rendere un testo utile e gradevole per chi lo legge e non solamente per essere trovati dai motori di ricerca.

Inoltre, “creare un’esperienza positiva per i lettori” è una strategia che porta miglioramenti anche dal punto di vista del posizionamento. Infatti, un testo di qualità potrà avere molti backlink (in target), che è uno dei fattori premianti per quello che riguarda la seo.

Consideriamo anche che ormai l’intelligenza artificiale di Google sa riconoscere i testi di qualità e scritti per l’utilità dei lettori. Questa è una semplificazione ma per quello che c’interessa va bene così.

Come deve scrivere un copywriter ux? Dicevamo che deve rendere gradevole l’esperienza di lettura e questo lo si può fare innanzitutto con un testo scorrevole, scritto bene, non ridondante e formattato per rendere la lettura a video più agevoli.

Quindi niente blocchi di testo eccetera. Suddivisione in paragrafi (se scrivete in seo, sono quasi obbligatori). Se volete, anche qualche grassetto.

Va da sé che dev’essere corretto dal punto di vista grammaticale. Però, niente grammar nazi. Soprattutto, niente frasi fatte e niente espressioni innaturali.

Per quello riguarda l’utilizzo dei termini, la maggior parte dei miei colleghi invita a utilizzare solo quelli semplici. Io credo che si possa utilizzare anche qualche termine tecnico e qualche parola “difficile” e alzare il livello del lessico. Eventualmente, si può spiegare il significato di questa parola o mettere un link a un sito che lo spiega.

Quella che deve essere semplice è la struttura della frase. Semplice ma non semplicistica. Quindi ben vengano frasi con causali, finali eccetera. L’importante è si capisca bene. Un altro fattore importante è il target per cui si scrive.

Possiamo riassumere tutto questo con una frase che è abbastanza in voga nel mondo del seo copywriting: il testo deve essere naturale.

Inoltre, visto che un copywriter ux scrive (anche) microtesti, deve saper essere essenziale e conciso.

COPYWRITER UX E TIPI DI RICERCA

Un altro obiettivo cui punta il copywriter ux è l’utilità per il lettore. Il testo deve dare delle informazioni utili. Certo, c’è un  utilità diversa per ogni tipo di ricerca (possiamo usare anche il termine “query”).

Quando scrivete per la ricerca navigazionale, curate bene la sezione “chi siamo” e cercate di far capire bene i servizi che proponete e/o quali prodotti vendete.

Non sono solo i brand famosi ad attirare questo tipo di query. Anche un’azienda locale lo può fare con volantini, brochure, adesivi, qr code eccetera. I rabbit hole sono molti.

Un testo per una ricerca informazionale deve essere esaustivo, preciso e possibilmente avere un taglio unico (cioè essere originale, memorabile e scritto con uno stile riconoscibile).

Se la query è transazionale, il testo, oltre a presentare in modo chiaro il vostro prodotto o il vostro servizio, deve spiegare al lettore perché deve acquistarlo, quali vantaggi ne avrà e perché si deve rivolgere a voi (sottinteso: e non ai competitor).

Ci deve sempre essere una call to action, a prescindere dal tipo di ricerca.

SCRITTORI E COPYWRIYER UX

Si dice che bisogna scrivere bene per essere un bravo SEO copywriter. Certamente, romanzi, racconti e poesie sono cose molto diversi dai testo seo. Nel Cinque Maggio la parola “Napoleone” non compare mai. Eppure è un capolavoro.

Chi scrive bene è avvantaggiato se vuole diventare un copywriter ux. Le tecniche seo e i modi di scrivere per il web si possono imparare. Bene non significa per forza aulico. Uno scrittore sa cambiare registro e adattarlo al contesto.

Se cercate un copywriter ux, vi potete rivolgere a me. In alternativa, posso insegnarvi a scrivere testi in SEO pensati per i vostri clienti.

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Ricerca transazionale, che cos’è? Come dobbiamo sfruttarla?

Pertanto, qualsiasi tipo di ricerca che riguardi gli acquisti è di tipo transazionale.

Quando si cerca qualcosa un prodotto o un servizio in grado di risolvere un problema molto probabilmente lo si fa se si è intenzionati a comprare quel servizio o quel prodotto in grado di risolvere quel problema.

INTERCETTARE UNA RICERCA TRANSAZIONALE

Di conseguenza, alcuni dei nostri articoli dovranno essere scritti in modo tale da intercettare queste ricerche.

Come?
• Impostiamoli su parole chiave a coda lunga “a focus marketing” come dove comprare una determinata cosa, perché a comprarla, quale prodotto comprare eccetera.


• Non sempre però le persona inseriscono sui motori di ricerca la parola “comprare” o “acquistare”. Dunque, andiamo ad anticipare la sua indirizzo di ricerca inserendo nell’articolo parole chiave che riguarda dopo il tipo di prodotto. Una parola chiave la coda lunga può agevolare l’intercettazione di una ricerca transazionale in quanto è molto probabile che una persona che fa un certo tipo di ricerca, con parole chiave a coda lunga, è interessata all’acquisto. Più la ricerca è precisa, più è probabile che chi la fa sia interessata all’acquisto.


• Inserendo il luogo (la città o addirittura la zona precisa, come il quartiere). È vero che ormai si compra quasi tutto online, ma è anche vero che gli acquisti in negozio si fanno ancora. Inoltre, molti motori di ricerca riescono a gelocalizzarci e ci restituiscono come primi risultati i posti più vicini a noi.

Fate la prova: cercate “pizzeria”. A meno che non viviate nella mia stessa zona, vedrete risultati diversi da quelli che vedo io. Addirittura, prendendo come esempio Milano, chi abita a Porta Venezia vede risultati diversi da chi vive a Quarto Oggiaro.


“Pizzeria” è un esempio di ricerca transazionale perché chi la effettua quasi sicuramente è intenzionato ad andare a mangiare fuori e quindi spendere soldi.




Articolo correlato: Ricerca informazionale, che cos’è?

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Come si deve scrivere per un sito o un blog?

Seo, leggibilità, user experience e altri fattori di cui deve tenere conto chi deve scrivere per un sito o per un blog.

SEO 

Esistono tre tipi di seo. Quella on page riguarda tutto il lavoro di ottimizzazione che deve essere fatto all’interno di ogni articolo o di ogni pagina ed è quella di cui ci occupiamo prevalentemente su questo blog.

Seo on site

Si differenzia dalla seo on site e dalla seo off site. La prima riguarda gli aspetti tecnici come la velocità di caricamento, la stabilità sullo schermo, il fatto che si adatti a ogni tipo di dispositivo (responsive), l’attivazione degli amp (gli acceleratori per smartphone e I-phone), l’estensione di dominio e altri ancora. Nella maggior parte dei casi, se lavoriamo per qualcuno, sono aspetti su cui abbiamo poco potere decisionale, se non addirittura nessuno.

Se lavoriamo per un sito di nostra proprietà, possiamo scaricare dei plug in. In ogni caso, non è questa la sede per parlarne. Anche perché in questo blog mi occupo di scrittura.

Seo off site

La seo off site riguarda tutta la strategia fatta all’esterno di un sito per attirare visitatori. Ne elenco alcuni.

I Social;

Strumenti analogici cartacei;

E-mail marketing;

Sms marketing;

T-shirt e altri capi d’abbigliamento;

Gadget;

Spot e passaparola (se dobbiamo indicare l’indirizzo di una pagina specifica è meglio creare un URL descrittivo e non uno parametrico);

QR code;

Strategia di link building.

Seo on page

Si può trovare l’articolo di un sito perché il copywriter ha lavorato bene con la SEO. Vuol dire che l’algoritmo del motore di ricerca ha ritenuto opportuno mostrarlo tra i primi risultati perché secondo lui rispondeva bene alla query fatta dal cibernauta. Ricordiamo che le query sono le ricerche fatte sul web. Vengono suddivise in quattro categorie: informazionale, navigazionale, commerciale e transazionale.

Più in alto si trova un articolo nella serp e più è probabile che venga aperto.

Tuttavia, sono importanti anche il title e la metadescription perché possono spingere qualcuno a cliccare sul link blu.

Soprattutto la seconda: se è accattivante, è più facile ottenere il nostro scopo. A questo punto, però, bisogna precisare che Google potrebbe presentarne una diversa da quella scritta dal seo copywriter. Succede quando reputa che un altro passo dell’articolo sia più pertinente riguardo la query. Se un post soddisfa più query, è possibilissimo che le metadescription mostrate siano diverse a seconda della ricerca.

Non so se vi ho già detto che la metadescription non è un fattore di ranking ma incide sul posizionamento. Significa che se è fatta ben è molto probabile che tante persone ci clicchino su per aprire il sito e i motori di ricerca ne tengono conto. Un dato importante è il CTR, il rapporto tra visualizzazioni e click.

Keyword research

È opportuno utilizzare tool che aiutano a decidere su quale parola chiave incentrare l’articolo. Tra questi, il più celebre è Google-Trends. In altri articoli ho parlato di Answer The Public e di Answer Socrates.

Esistono anche altri sistemi. I più celebri sono l’utilizzo di Google Suggest e di “Le persone hanno chiesto anche” e delle ricerche correlate.

Si scrive per chi legge, ma pensando ai motori di ricerca. 

Il punto è che i motori di ricerca danno sempre più importanza alla soddisfazione dei lettori e, quindi alla qualità e alla pertinenza dei contenuti. E ne danno sempre meno agli aspetti tecnici. Ma non bisogna commettere l’errore di ignorare tutte le componenti del seo copywriting: se alcuni contano sempre meno, altri, come i link, sono ancora importanti.

Sempre per farsi capire meglio dai motori di ricerca, ma anche per dare qualità e sostanza a un articolo, è bene inserire delle parole correlate.

SCRIVERE PER UN SITO WEB: CHE COSA FARE E CHE COSA NON FARE

Per quanto riguarda alcuni aspetti, scrivere per un post per un sito o per un blog non è come scrivere un articolo per un giornale o un racconto o un romanzo.

User experience

Non lo è per quanto riguarda il rapporto con i lettori e non lo è per via di alcuni aspetti tecnici. Partiamo dalla prima componente.

La formattazione

Non lo è dal punto non tanto dal punto di vista della lunghezza, quanto dal punto di vista della formattazione. Sul web, I blocchi troppo fitti, detti anche muri di testo, non sono belli da vedere. Potrebbero scoraggiare la lettura. Meglio dei microparagrafetti. 

Se preferite scrivere paragrafi più lunghi, mettete dei grassetti.

Anche una buona spaziatura (minimo 1.5) tra una riga e l’altra può essere efficace. Sono efficaci anche gli elenchi puntati o numerati.

Scelte. L’importante è non stancare l’occhio del lettore. Infatti, leggere un testo su un video è più faticoso che farlo su carta. Tra l’altro, quando lavoravo nella redazione di un settimanale ho imparato che è utile stampare perché certe cose (soprattutto i refusi) sullo schermo gli le notiamo meno. Purtroppo, spesso i lettori li vedono. Se non volete o non volete stampare, fate un’anteprima per visualizzare la pagina come se foste un lettore. Il cambio di schermata aiuta.


Alcuni plug-in dicono che paragrafi di più di 150 parole sono difficili da leggere. Purtroppo, non è sempre facile esaurire un argomento in 150 parole. Ma non è solo questo: credo che abbiate la capacità di reggere paragrafi con più 150 parole. Inoltre, anche un testo dal ritmo troppo sincopato può risultare sgradevole e, a volte, difficile da comprendere.

In ogni caso, con i sistemi che vi ho suggerito, il problema si risolve.

 

Immediatezza

Il fruitore deve capire subito di che cosa si sta parlando. Probabilmente, se un libro come I Promessi Sposi  fosse stato un sito avrebbe avuto una frequenza di rimbalzo molto alta o sarebbe stato scambiato per un sito di turismo. Battute a parte, resta comunque il fatto che su un blogger non è uno scrittore. Quest’ultimo si può permettere di arrivare più lentamente al cuore delle cose. Ho già scritto che tra il web writing e il giornalismo ci sono molte analogie.

Sempre presente

Occorre mettere la call to action. 

Aspetti tecnici/1  Schema.org

Per agevolare i motori di ricerca nella comprensione dei contenuti di un post e per fornir loro delle informazioni utili, possiamo inserire anche i dati strutturati. Si tratta di un sistema adottato da Google, Bing, Yahoo e Yandex e basato su quanto presente su Schema.org.

I motori di ricerca possono utilizzare queste informazioni per arricchire lo snippet, mettendole sotto alla meta descrizione.

L’esempio classico è il tempo di cottura di una pietanza, la sua difficoltà eccetera. Fate qualche prova per verificare e per fissare meglio il concetto.

Come si fa?

Per farlo, si può agire nel codice HTML oppure utilizzare dei plug in. La seconda soluzione è la comoda, ma rischia di appesantire il sito e, quindi, di  rallentarlo. Dall’altra parte, non tutti hanno dimestichezza con il codice HTML. 

Modus operandi

Copio e incollo un pezzo di una lezione. Mi scuso per le ripetizioni.

Andate sul sito schema.org.  vedete che c’è una barra di ricerca? Inseriamo un termine di ricerca. Per esempio, shoes. Vedete che vi esce un elenco di voci? Clicchiamo su una a caso. Prendiamo la prima, shoestore. Clicchiamo sul link: vi esce un altro elenco di voci. Scegliamone una. Facciamo sempre la prima per comodità. currencies accepted (valute accettate). Clicchiamo sul link. Vedete il rettangolo grigio in HTML? Cliccate su json-ld (non è obbligatorio ma è consigliato). Copiate, incollate e modificate quello che c’è da modificare. Innanzitutto, l’URL: mettete quello della pagina su cui state lavorando. Poi, ad esempio, potete cambiare la voce inerente alla moneta accettata. Mettiamo che accettiate anche i dollari e le corone, potete aggiungerlo dove c’è EUR.

Se tutto questo vi sembra un po’ macchinoso, sappiate che si possono scaricare dei plugin che fanno questo lavoro e ci semplificano la vita. Il problema è che la presenza di tanti plugin può appesantire il sito.

Ma a che cosa serve tutto questo? A dare delle informazioni in più ai motori di ricerca per  fargli capire meglio qual è il contenuto della pagina. Inoltre, i motori di ricerca possono scegliere se e quali elementi mostrare nello snippet. Lo snippet è il risultato che vedete nella serp. Se fate qualche ricerca, vi accorgerete che non ci sono solo testi ma anche video, immagini, caroselli eccetera.

Questi elementi ulteriori si chiamano dati strutturati e rientrano nell’ambito della seo semantica. 

Se volete vedere di che cosa si tratta, cercate “risotto allo zafferano”? Vedete che in molti risultati trovate il tempi di cottura? Quello è un dato strutturato.

Impossibilità

Devo precisare che, così come succede per l’indice, non sempre il copywriter è autorizzato a fare questi interventi, a entrare nel codice HTML o a scaricare plug in. Infatti, capita che si debba inviare il testo a qualcuno che provvederà a inserirlo nel cms. Ma anche lo facciamo noi, non sempre avremo una grande libertà di manovra.

Aspetti tecnici/2

Allo stesso modo, non sempre ha la facoltà di inserire il rel canonical, utile per ovviare al problema dei contenuti duplicati e a quello della cannibalizzione. O di dire ai motori di ricerca di non indicizzare un contenuto.

ANALOGIE

Per quanto riguarda altri fattori, non vedo molte differenze. Facciamo una carrellata.

Stile

Si scrive per raggiungere uno scopo. Qual è il fine dell’articolo o della pagina? È una landing-page? Si vuole fare solo una descrizione? È un approfondimento? Ecco, lo stile di scrittura varierà a seconda delle esigenze. Varierà anche in base al target. A chi ci rivolgiamo? A persone che conoscono già bene la materia o  o a persone che non ne sanno niente o quasi niente? Ci possiamo permettere di dare per scontato che i lettori conoscano alcuni concetti e alcuni termini? Consideriamo inoltre che alla stessa persona ci si rivolge in modo diverso a seconda del contesto.

Comunque sia, dobbiamo sempre essere chiari. Non ho formule da fornirvi, tranne i consigli generali che trovate in questo articolo. Notate che sono soprattutto di carattere operativo. Non reputo giusto intervenire sullo stile (anche se, per quanto riguarda gli articoli per il web quello lineare quello lineare è considerato il migliore).

 

Digressione

Del resto, se siete qua, i casi sono due. O sapete scrivere. E allora avete bisogno solo di qualche indicazione inerente al (seo) copywriting. Oppure non sapete farlo, ma di certo non ve lo posso insegnare. Non si può insegnare a scrivere, dice Bukowski nel libro Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle. Ecco la frase  Scrivere è qualcosa che non si sa come si fa. Ci si siede ed è qualcosa che può succedere e può non succedere. E allora come si fa a insegnare a qualcuno a scrivere? Non riesco a capirlo perché noi stessi non sappiamo se saremo capaci di scrivere “.

Al contrario, si può imparare a farlo. Come? Assorbendo dai grandi autori. Io considero proprio Bukowsky uno dei miei maestri.

Non si può insegnare a scrivere, però si possono dare alcuni consigli (uno su tutti: scegliete con cura i vocaboli, il ritmo, il registro linguistico e il tono di voce) e fare delle correzioni. Ma lo stile non si tocca.

 

Fine della digressione.

 

Consiglio

Qualora apparteniate alla seconda categoria, vi conviene rivolgervi a un professionista della scrittura.

Consigli

Comunque sia, se un testo funziona lo si capisce sul campo. Magari fatelo leggere a qualcuno e fate un controllo anche con gli indici Gulpease e Flesch Vacca. Tenete però conto che si basano sul numero di sillabe, di caratteri e di parole. Pertanto, una valutazione positiva potrebbe essere fuorviante. A volte succede anche il contrario. Chi utilizza Yoast conosce anche le faccine che esprimono un giudizio sulla leggibilità. I fattori tenuti in considerazione sono: lunghezza delle sezioni, lunghezza dei paragrafi, lunghezza delle frasi, utilizzo della forma passiva, frasi consecutive che cominciano con la stessa parola, vocaboli utilizzati.

Non dobbiamo seguire queste indicazioni alla lettera, ma valutare caso per caso.

Lo stesso Yoast precisa che esistono casi in cui possiamo non seguire i suoi consigli. Insomma, ci dà delle linee generali.

Oltre alla leggibilità, bisogna controllare a scorrevolezza e la correttezza formale, compresi la punteggiatura e gli spazi, e contenutistica dei testi. Consiglio di farlo utilizzando anche gli strumenti che ci mette a disposizione la tecnologia. Sapendo ignorare i loro suggerimenti, se serve

È sempre opportuno fare un controllo, a prescindere dalla seo.

A proposito di contenuti, leggete anche il mio articolo sull‘intelligenza artificiale.

Sempre pensando al lettore, potrebbe utile creare un indice. L’indice serve anche ai bot perché li aiuta a capire più facilmente i contenuti dell’articolo. Di solito, le voci del sommario corrispondono agli head, cioè ai titoletti delle sezioni. Non sempre un seo copywriter lo può fare, soprattutto se lavora per terzi

 

 

Articolo correlato: https://scrivereperglialtri.com/2021/10/03/testi-per-blog-aziendale-undici-consigli/

 


Fatemi sapere se l’articolo vi è stato utile.

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Maiuscole accentate, sei modi comodi per farle (+1)

Come si fanno le vocali maiuscole accentate quando si scrive su Word?

APOSTROFO? MEGLIO DI NO

Alcune persone mettono apostrofo. Questo escamotage però non piace a tutti. Infatti, molti criticano chi opta per questa scelta.

Personalmente non mi sembra un grande problema. Nel senso che chi scrive deve saper scrivere (non solo nel senso di conoscere la grammatica) e dare contenuti. Non è tenuto, invece, a conoscere Word alla perfezione. Uno può sapere l’italiano alla perfezione e non essere bravo con la tecnologia. Se scrivo A’, si capisce che è un accento e non un apostrofo.

Inoltre, a meno che non si tratti di termini stranieri, è molto raro che una ci debba segnare l’accento sulla prima lettera di una parola. Infatti, di solito non si scrive nemmeno su quelle sdrucciole o bisdrucciole. Certo, una frase può iniziare con È.

Il problema è che si perde la distinzione tra accento grave e accento acuto. Che, ricordiamo, in italiano riguarda soltanto la “e” e la “o”. Tutte le altre vocali vogliono solo l’accento grave (à, ù, ì).

Un altro caso in cui può sorgere il problema delle vocali maiuscole accentate è quando facciamo un titolo o un titoletto e vogliamo metterlo tutto maiuscolo.

Quindi, adesso vediamo come si fanno.

SEI MODI SEMPLICI PER FARE LE MAIUSCOLE ACCENTATE SU WORD

I metodi che vi spiego sono più facili da ricordare e da utilizzare.

I primi tre sul tablet e sullo smartphone sono molto difficili, se non impossibili.

F3

Selezionate la parola che v’interessa e digitate contemporaneamente lo shift (la freccia in basso a sinistra) e il tasto “f3”, che si trova in alto, sempre sulla sinistra.

Preciso che non funziona su tutti i computer.

Modifica

Se il vostro pc non vi non vi consente di fare questa operazione con shift+F3, andate su modifica (in alto al centro) e dal menù a tendina selezionate l’opzione che preferite, tra cui “TUTTO MAIUSCOLO”.

Inserisci (valido anche per fare le consonanti maiuscole accentate su Word)

Cliccate prima su “Inserisci” (in alto a sinistra) e poi su “Simbolo” o “Carattere speciale (in alto a destra). 

A questo punto potete cercare la lettera che vi interessa. La selezionate e cliccate su “inserisci”.

Questo è il metodo più comodo se, oltre a Ù, Ò,  Ó, Ì, È, É e À, dovete scrivere lettere che non sono presenti nel nostro alfabeto o alcuni caratteri speciali

Cliccando, visualizzate anche il codice ASCII corrispondente.

COPIA E INCOLLA (NON SOLO WORD)

I metodi che vi suggerisco ora hanno in comune un fattore: bisogna fare il copia e incolla

Tool

Potete andare sul sito Convertcase, che vi dà la possibilità di rendere maiuscole per lettere minuscole e viceversa. Avete un po’ di scelte. Se volete un testo tutto maiuscolo dovete cliccate su UPPER CASE.

Secondo me, questo è il metodo più efficace quando si scrive direttamente su un CMS (WordPress, SquareSpace eccetera) perché fa risparmiare tempo.

Da altri siti

Fate copia e incolla della parola o solo della maiuscola accentata da un altro sito. Però ricordatevi di modificare il font, le dimensioni del carattere e altre cose (colore, grassetto, corsivo, sottolineatura, link), qualora il caso lo richieda.

Di default

Dopo il punto e all’inizio del periodo, Word mette la maiuscola in automatico. E allora perché non utilizzare sempre questo sistema? Perché non lo fa sempre.     

Se adottiamo questo metodo, generiamo le vocali maiuscole accentate che c’interessano e poi facciamo il copia e incolla.

NOTA BENE

  • Il correttore automatico di Word vi segnala solo gli accenti sbagliati sulle minuscole e non sulle maiuscole.                                                                                                                               Caffe’—Segnalato
    CAFFE’—Non segnalato
  • Attivare il cap lock è inutile.

SOLO PER TABLET E MOBILE

Tenendo premuto il tasto di una lettera, possiamo selezionare varie opzioni, tra cui le versioni maiuscole accentate e caratteri speciali simili. Ad esempio, tra le opzioni della e abbiamo la schwa.

BONUS: CARATTERI STRANIERI (NON SOLO MAIUSCOLE ACCENTATE)

Con i codici Ascii

I codici ascii si fanno digitando  il pulsante alt i numeri che ci sono sulla parte destra della tastiera.

Vocali

Varianti della a

Á alt 181 oppure alt 0193 a maiuscola con accento acuto
á alt 160 oppure alt 0225 a minuscola con accento acuto
 alt 182 oppure alt 0194 a maiuscola con accento circonflesso
â alt 131 oppure alt 0226 a minuscola con accento circonflesso
Å alt 143 oppure alt 0197 a maiuscola con cerchio sopra
å alt 134 oppure alt 0229 a minuscola con cerchio sopra
Ä alt 142 oppure alt 0196 a maiuscola con dieresi
ä alt 132 oppure alt 0228 a minuscola con dieresi
à alt 199 oppure alt 0195 a maiuscola con tilde
ã alt 0227 a minuscola con tilde

Varianti della e

Ê alt 210 oppure alt 0202 e maiuscola con accento circonflesso
ê alt 136 oppure alt 0234 e minuscola con accento circonflesso
Ë 211 oppure alt 0203 e maiuscola con dieresi
ë alt 137 oppure alt 0235 e minuscola con dieresi

Varianti della i

Í alt 0205 i maiuscola con accento acuto
í alt 161 oppure alt 0237 i minuscola con accento acuto
Î alt 21 5 oppure alt 0206 i maiuscola con accento circonflesso
î alt 140 oppure alt 0238 i minuscola con accento circonflesso
Ï alt 216 oppure alt 0207 i maiuscola con dieresi
ï alt 139 oppure alt 0239 i minuscola con dieresi

Varianti della o

Ó alt 224 o maiuscola con accento acuto
ó alt 162 oppure alt 0243 o minuscola con accento acuto
Ô alt 226 oppure alt 0212 o maiuscola con accento circonflesso
ô alt 147 oppure alt 0244 o minuscola con accento circonflesso
Ö alt 153 oppure alt 0214 o maiuscola con dieresi
ö alt 148 oppure alt 0246 o minuscola con dieresi
Õ alt 229 oppure alt 0213 A maiuscola con tilde
õ alt 228 oppure alt 0245 o minuscola con tilde

Varianti della u

Ú alt 0218 u maiuscola con accento acuto
ú alt 163 oppure alt 0250 u minuscola con accento acuto
Û alt 0219 u maiuscola con accento circonflesso
û alt 150 oppure alt 0251 u minuscola con accento circonflesso
Ü alt 154 oppure alt 0220 u maiuscola con dieresi
ü alt 0252 u minuscola con dieresi

Una lettera inesistente in italiano

Ø alt 157 oppure alt 0216 o maiuscola con stroke (“O tagliata maiuscola”)
ø alt 155 oppure alt 0248 o minuscola con stroke (“o tagliata minuscola ”)

Suono intermedio

Æ alt 146 oppure alt 0198 vocale anteriore quasi aperta non arrotondata (ae) maiuscola
æ alt 145 oppure alt 0230 vocale anteriore quasi aperta non arrotondata (ae) minuscola

Dittongo

Œ alt 0140 dittongo oe maiuscolo
œ alt 0156 dittongo oe minuscolo

Semivocalica (Varianti della Y)

Ý alt 237 oppure alt 0221 y maiuscola con accento acuto
ý alt 236 oppure alt 0253 y minuscola con accento acuto
Ÿ alt 0159 y maiuscola con dieresi
ÿ alt 152 oppure alt 0255 y minuscola con dieresi

Consonanti

Varianti della c

Ç alt 128 oppure alt 0199 c con cediglia

Varianti della n

Ñ alt 165 oppure alt 0209 n maiuscola con tilde
ñ alt 164 oppure alt 0241 n minuscola con tilde

Varianti della s

Š alt 0138 s maiuscola con accento
š alt 0154 s minuscola con accento
ß alt 225 oppure alt 0223 Eszett o scharfes

Varianti della z

Ž alt 142 z maiuscola con accento
ž alt 0158 z minuscola con accento

Lettere del tutto inesistenti in italiano

Ð alt 209 oppure alt 0208 eth maiuscola
ð alt 208 oppure alt 0240 eth minuscola

þ alt 231 oppure alt 0254 thorn maiuscola
Þ alt 0222 thorn minuscola

Segni di punteggiatura stranieri

¡ alt 173 oppure alt 0161 punto esclamativo rovesciato
¿ alt 168 oppure alt 0191 punto interrogativo rovesciato

 

 

 


Se avete trovato utile l’articolo e volete che scriva i testi del vostro blog, contattatemi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quanto deve essere davvero lungo un testo scritto in SEO

Parlando di scevà e di asterisco, abbiamo toccato anche l’argomento “numero parole delle parole dei testi”. È arrivato il momento di approfondire questo aspetto.

Quanto deve essere lungo un testo ai fini della SEO?

Ho letto e sentito posizioni molto diverse riguardo a questo argomento. Anche perché i parametri di Google cambiano continuamente. Ad esempio, se fate riferimento a Yoast, vice che il limite  minimo è 300 parole.

Tuttavia, quando ho fatto le descrizioni di alcuni prodotti, ne andavano bene anche 200.

Vi complico la vita: ho scritto descrizioni di 100 parole che sono posizionate bene. Se fate qualche ricerca, trovate molti articolo più corti  non solo di 300 parole ma anche di 200.

Come hanno? Lavorando bene con gli altri elementi Seo come le parole chiave, lo slug, la metadescription eccetera,

Comunque, diciamo che 300 parole dovrebbe essere limiti il limite minimo sotto quella non si può non si dovrebbe scendere.

Naturalmente, se riuscite ad arrivare ad almeno 500 parole, è meglio. Tuttavia, se non ci  riuscite, se esaurite un argomento in meno, non impazzite. Non dovete forzare il testo,  allungare il brodo, ricorrere a perifrasi per arrivare a quota 500 (o più). Un’altra cosa che non dovete fare è  ripetere  lo stesso concetto perché in genere le cose basta dire una volta sola. E si annoia il lettore. Se proprio dovete ripetere qualcosa, ripetete la call to action.

In altre parole dite quello che dovete in modo efficace con un linguaggio.

Decide il cliente

Se lavorerete come copywriter, vi troverete di fronte a richieste molto differenti. Ci sarà chi vorrà un testo lungo 500 parole massimo e chi invece lo vorrà di almeno 1000. Vi dovrete adeguare e non sempre purtroppo potrete negoziare.

Fate solo presente che testi molto brevi potrebbero trovare difficoltà a posizionarsi bene su Google.

Se il cliente vuole un testo lungo, potete approfondire l’argomento, magari suddividendo i paragrafi per temi.

Secondo me, comunque, è meglio non divagare troppo e fare articoli mirati.

Carducci diceva che una persona che dice con 20 parole quello che si potrebbe dire indice parole utilizzando è capace di qualsiasi nefandezza.

Ma qual è il numero giusto di parole bisogno? Dipende sempre dal contesto. Per alcuni contesti sono più adatte frasi abbastanza lunghe. Per altri no. “Esca” è diverso da “La prego di accomodarsi fuori”.  

Altri fattori importanti sono la leggibilità e la musicalità del testo e la “non ripetitività delle parole”

In ogni caso, ai fini della, leggibilità Yoast sconsiglia di scrivere frasi più lunghe di 20 parole. O, meglio, sconsiglia di scrivere testi in cui più del 25% delle frasi superi le venti parole.

Web e cartaceo: parole e caratteri vs spazio

Quando lavoravo al giornale, ogni testo doveva “battere giusto nello spazio”, cioè doveva arrivare fino all’ultima riga e preferibilmente fino in fondo all’ultima riga.

Solo che quando non hai più niente da dire, anche trovare dieci parole è difficile. Soprattutto, se non c’è molto tempo (a un certo punto, bisognava chiudere il giornale).

Allora, ero costretto a usare perifrasi e dare informazioni superflue.  Specialmente quando mi capitava questo: quando ero quasi alla fine salvavo il testo e il sistema lo “portava su” di qualche riga. Anche tre o quattro. A volte, venti righe sono poche e quattro sono tantissime.

Invece, se bisogna scrivere un tot di parole o di caratteri,  è più semplice. Sotto questo di vista, è più facile scrivere un testo per il Web rispetto a uno per il cartaceo.

Pertanto, la risposta alla domanda iniziale (quanto deve essere lungo un testo ai fini della SEO?) è: dipende dal contesto. L’importante è che sia scritto bene e che abbiate delle cose da dire. La ux (user experience) è centrale.

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Ricerca informazionale, che cos’è? Come incide sulla Seo?

Pertanto, a differenza della ricerca navigazionale non si va a digitare direttamente sul motore di ricerca o nella barra della ricerca il nome del sito o il suo indirizzo.

È quindi necessario lavorare bene sulla SEO e sulle parole chiave per far sì che ci trovino.

Competitor o alleati?


Quando si intercetta una ricercare tipo informazionale bisogna innanzitutto dare dei contenuti e utilizzare delle fonti attendibili che provino quello che scriviamo.
Un lettore che fanno ricerca di tipo informazionale vuole principalmente saperne di più sono argomento. Oltre ai contenuti, possiamo dare la nostra lettura critica su un tema. Soprattutto, se è un sito di esperti della materia.


Ogni copywriter che scrive un testo di tipo informazionale si scontra con un grande competitor come Wikipedia o siti di tipo enciclopedico come la Treccani. Se ci fate caso, quando facciamo una ricerca di questo tipo al primo posto troviamo quasi sempre Wikipedia.

Come (si narra) c’era scritto sul sito di uno spedizioniere, difficile essere il secondo. Sapendo che con Bartolini non si può competere, l’obiettivo è diventata la medaglia d’argento.


Allo stesso modo, posizionarci subito dopo i grandi colossi può andare bene. Inoltre, siti come Wikipedia e Treccani possono essere degli alleati da utilizzare per corroborare quello che scriviamo. In altre parole, sono delle fonti. Ormai, Wikipedia è considerata 1 1 fonte anche, ad esempio, dai giornalisti. Soprattutto, se si tratta d’informazioni basilari.

Ricerca informazionale, business e brand

Noi, però, dobbiamo andare oltre. Come sito di informazione enciclopedico generico, Wikipedia parla di tante cose e affronta gli argomenti in modo molto esteso. Noi dobbiamo selezionare la parte che ci interessa e approfondirla, anche con più brevi rispetto a quelli di Wikipedia.

Essendo degli esperti del settore o comunque essendo il sito specializzato in quel settore, bisogna dare al lettore quella conoscenza che un sito enciclopedico non può dare.

Brevità, essenzialità ed esperienza sono che ciò che possiamo dare a un lettore che viene sul nostro sito dopo aver fatto una ricerca di tipo informazionale.

Certi tecnicismi come ad esempio l’argomento di questo posto non li trovate. Infatti, ho scritto “Se ci fate caso, quando facciamo una ricerca di questo tipo al primo posto troviamo quasi sempre Wikipedia”. Quindi, non sempre.

Chi fa una ricerca di tipo informazionale non sempre cerca solo un’informazione ma anche la soluzione a un problema e la bravura di chi fa un post di questo tipo è quella di dargliela.

Infine. possiamo sfruttare una ricerca di donna vocazionale ai fini del business. Innanzitutto, ci farà apparire come esperti del settore e quindi farà crescere il nostro brand e porterà a una ricerca di tipo navigazionale. Possiamo anche indirizzare un lettore che ha fatto una ricerca di tipo informazionale verso la pagine di shop o comunque invitarlo a fare qualcosa tramite una call to action.

I testi di questo tipo possono sembrare semplici ma devono essere scritti bene, seguendo le regole seo. Se volete sapere come scriverne uno o se volete che scriva i vostri articoli di tipo informazionale non dovete fare altro che contattarmi.

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Schwa e asterisco, la mia proposta inclusiva alternativa

I due segni, pur avendo lo stesso scopo, l’inclusione, non sono la stessa cosa.

Almeno, lo schwa (scrivo “lo” perché è la versione più diffusa) rispetto all’asterisco, ha il vantaggio di corrispondere a un suono. Inoltre, spesso l’asterisco è associato alla censura o agli omissis.

Fateci caso: quando vi arriva la bolletta del telefono con i dettagli delle chiamate, solo alcune cifre dei numeri sono visibili. Le altre sono criptate e vedete solo degli asterischi. Per conoscerle, dovete inviare una richiesta scritta al vostro gestore.

Quindi, tra i due, meglio lo schwa.

I motivi

Perché non li voglio usare? Innanzitutto, preciso che mi riferisco solo ai miei siti, ai miei blog e alle mie pagine social. Applicando il principio secondo cui “the customer is king”, se un cliente vuole che metta l’asterisco e/o lo schwa nei testi che gli devo scrivere, metto asterisco e/o lo schwa.

Non uso lo schwa perché non è un suono della lingua italiana? No. Se fosse necessario, utilizzerei tranquillamente, ad esempio, il segni ǿ. Proprio ieri (5 ottobre) ho scritto un articolo in cui ho messo Ž, Ö e č.

Non uso questi due segni perché sono maschilista, transfobico e omofobo e non voglio l’inclusione? No. Non mi piacciono le discriminazioni e sono favorevole alla lotta per i diritti civili delle persone di queste categorie. Tuttavia, quei due segni connoterebbero politicamente il sito. E non voglio. Questo non è un sito politico.

Perché in italiano non c’è il neutro? Esatto. Lo faccio perché l’italiano ha due generi, maschile e femminile.

Quando il gruppo è misto, al plurale si accorda al maschile, a prescindere dal numero di maschile.

Massimiliano e Fabrizio sono nati a Milano

Matilde e Astrid sono belghe

Antonio, Ginevra, Francesca, Paola e Maria non sono andati a scuola.

La parola “spettatori” comprende spettatori e spettatrici.

Schwa e asterisco sono la soluzione del problema?

Qualcuno sostiene che tutto questo è discriminatorio. Ammettiamo che sia vero. Dico ammettiamo perché la lingua è un processo spontaneo (se l’italiano genererà il neutro, ben venga).

Tanto che le creazioni a tavolino sono fallite e non tutte le lingue hanno i generi (una su tutti, l’inglese).

In neerlandese, abbiamo due tipi di parole, quelle che vogliono l’articolo de e quelle che vogliono l’articolo het. L’articolo het indica il neutro e il de si usa per le parole maschili e per le parole femminili (come vedete, è lo stesso). In più, ci sono parole che indicano oggetti che vogliono il de e parole che indicano persone che vogliono l’het. Meno male che al plurale si usa solo il de.

Il “problema del maschile plurale” c’è anche in francese e in portoghese (compreso il galiziano) e, credo, anche in spagnolo e in catalano. Che cos’hanno in comune queste lingue? Esatto: sono neolatine, come l’italiano. E forse è per questo motivo che c’è questa regola. Insomma, nessuno l’ha stabilita a tavolino.

Mi potrete obiettare che è l’espressione una cultura patriarcale, misogina, omofoba eccetera e quella Romana lo era (ma in latino c’è il neutro). A questo punto, dovete dimostrare che questo tipo di mentalità c’è solo nei Paesi in cui si parla una lingua che segue questa regola. E che dove non c’è la società è più aperta e più inclusiva.

Se è così, in un Paese molto piccolo come il Lussemburgo (e nella stessa Lussemburgo) convivono due mentalità: quella patriarcale-francofona e quella inclusiva-germanofona.

Comunque, ammettiamo che questa regola sia discriminatoria. Non credo che la soluzione stia nell’asterisco o nello schwa. O, peggio ancora, nell’omettere la desinenza finale.

Prima non ne ho parlato. Alcuni scrivono “Tutt”. A parte che mi ricorda il meccanico di mio nonno. Era marchigiano e parlava togliendo le vocali finali. Non abbiamo mai capito se lo facesse naturalmente o se tentasse di parlare in milanese. Avete presente la scena di Dracula in Tre uomini e una gamba e il modo in cui parla Aldo? Ecco, una cosa del genere.

Inoltre, se togliamo le vocali finali, l’italiano diventa una lingua con le desinenze in consonante e cambia strutturalmente.

Allora, qual è la soluzione?  Ve ne propongo tre.

  • Usare formule garbate come signore e signori, amiche e amici, studentesse e studenti.
  • Utilizzare perifrasi come “Tutte le persone che…” e simili.
  • Scrivere i/e Tutti/e. O anche il contrario: tutte/i.

Certo, le prime due rischiano di creare frasi troppo lunghe. Soprattutto la seconda. Ma non mi sembra così grave.  Il principio secondo bisogna usare il numero minimo possibile di parole tiene conto del contesto.

Per il terzo, come lo pronunciamo?

Idee:

  • Dire “tuttie”, magari allungando un po’ la i
  • Dire “Tutti barretta e” o “tutte slash i”.

COME SI FA?

Questo carattere non è presente sulla tastiera. Allora, come facciamo a scriverlo? Se usiamo un  computer, dobbiamo digitare 0259 e poi alt x.

Invece, se usiamo un tablet o un mobile, basta premere un po’ più a lungo la “e” e apparirà tra le opzioni.


Se non sapete che cosa sia lo schwa, leggete la spiegazione che ne dà Il Post.


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La ricerca navigazionale: come fare per attirare traffico?

Esempi di ricerca navigazionale

La ricerca navigazionale si ha quando si digita direttamente sul motore di ricerca o sulla barra di ricerca il nome o l’indirizzo del sito o il nome del sito. Ad esempio, molto probabilmente digiterete direttamente il nome o l’indirizzo del vostro quotidiano preferito o di una marca molto famosa.

Il sogno segreto di ogni azienda è probabilmente quello di essere cercata in questo modo. Perché significa che il suo brand è diventato così famoso che gli utenti la cercano direttamente.

Toma

Pertanto, se consideriamo il toma, cioè il top of mind awareness, un’azienda che viene trovata con la ricerca navigazionale le si piazzerà probabilmente ai primi posti nella classifica di molti di molti utenti.

Che cos’è il toma? È il primo nome che viene in mente quando si parla di un prodotto o di un servizio. Se vi chiedo qual è la prima bevanda gassata al gusto di cola che vi viene in mente, probabilmente mi risponderete o Coca Cola o Pepsi.

E una crema di cioccolato alle nocciole? Molto probabilmente mi risponderete Nutella. Quindi. quando andate su Google cercate direttamente Nutella e non crema spalmabile alle nocciole.

 

Più rendiamo specifica la ricerca, anche grazie alle parole chiave a coda lunga, più abbiamo possibilità di inserirci in una nicchia di mercato e di essere in cima al toma di qualcuno. Ad esempio, se si parla di giornali, è difficile che una testata locale si posizioni al primo posto. Ma se aggiungiamo, appunto, “locale”,  il discorso cambia.

Attirare traffico dalla ricerca navigazionale

Come facciamo a far sì che gli utenti effettuino una ricerca di tipo navigazionale digitando il nostro nome? Bisogna far crescere il proprio brand e acquisire autorevolezza.

Tuttavia, per acquisire autorevolezza o sì è un nome affermato (a livello mondiale o anche a  livello locale), oppure bisogna trovare il modo di acquisire un po’ di popolarità. Non è facile. Quindi, come si può fare in modo che le persone vadano a cercare direttamente il nostro nome.

Un modo è posizionarsi bene sui motori di ricerca. Un altro potrebbe essere quello di far circolare il proprio nome utilizzando mezzi tradizionali come volantini, brochure, dépliant, adesivi, cartoline pubblicitarie eccetera. Una persona che legge, ad esempio, una brochure può essere invitata ad andare a cercare il sito.

 


Scrivereperglialtri non si occupa solo di testi SEO per il web ma anche di quelli per il cartaceo. Tolti alcuni elementi, la struttura di questi testi non è molto dissimile da quelli in SEO. Se vi può interessare, posso produrre per voi testi di questo tipo.

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Testi per il blog aziendale, undici consigli per scriverli

Scrivere testi per un blog aziendale: il target

1 Fate capire in che cosa consiste il vantaggio nel rivolgersi a voi. Anzi, se lo dite è ancora meglio. Perché una persona dovrebbe venire da voi? Quali sono i vostri plus?

2 Se esplicitate un bisogno che potrebbe avere qualcuno, proponetevi come quelli che hanno la soluzione.

3 Indirizzatevi al vostro target di riferimento. E dite chi è il vostro target di riferimento. I punti 1 e 2 devono essere letti alla luce del punto 3.

4 Non scrivete cose che l’utente sa già. Pertanto, dovete regolarvi in base al vostro target e al vostro tipo di prodotto o di servizio. Ci sono prodotti e servizi che devono essere spiegati al lettore e altri no. E dipende anche dal pubblico di riferimento.

Se avete una palestra di arti marziali avanzate e tecniche di combattimento, non spiegherete come si fa il crunch o lo stretching. Perché il vostro pubblico di riferimento lo sa. Invece, se avete una palestra normale, dove va anche gente alle prime armi, magari è opportuno farlo.

5 Se fate qualche articolo di cultura, di attualità o di curiosità, si deve armonizzare con il tema generale del sito.

La lingua e la seo

6 Usate un lessico adatto al vostro cliente-tipo. Prima di scrivere un termine troppo tecnico o troppo difficile o in una lingua straniera (anche in latino), pensate se il lettore possa avere problemi nel comprenderla. Eventualmente, spiegatela o mettete un link a un sito che lo fa (un dizionario on line, la Treccani eccetera).

7 Adattate il registro linguistico al target di riferimento.

8 Rileggete e correggete: non ci devono essere errori grammaticali. Scrivere in modo semplice non significa non usare i congiuntivi.

9 Scrivete in modo naturale e scorrevole.

10 Usate link interni e link esterni, parole chiave e call to action. Quindi, cercate di scrivere in seo.

11 Scrivete in modo lineare. Se la struttura della frase è semplice, vi potete anche permettere di utilizzare qualche termine difficile (senza esagerare).

Chi può scrivere i testi per il vostro blog aziendale?

Insomma, scrivere testi per un blog aziendale non è una cosa da niente. Soprattutto, se non si ha tempo e non c’è una persona che si occupi di questo aspetto. Fare un testo non significa buttare giù quattro frasi, magari scritte in modo sgrammaticato e inutilmente difficile e/o “simpatico”. E senza conoscere la seo.

Siete un libero professionista o avete un negozio o un’azienda di piccole dimensioni? Avete un blog aziendale (o lo avete in programma) e cercate qualcuno che ne possa scrivere i testi? Mi potete contattare.


 

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Slug, Seo e Ux: tre parole piccole ma molto importanti

Slug in inglese significa lumaca, chiocciola. Chissà perché il mondo di Internet ama così tanto il microcosmo quando si tratta di terminologia.

Veniamo a noi. In realtà, non riguarda strettamente il testo ma un aspetto tecnico.

Come ho già fatto, prima di spiegare di che cosa si tratta, ve lo mostro.

I DUE TIPI DI SLUG E I VANTAGGI AI FINI DELLA SEO E DELLA UX

https://www.virginarchitects.com/la-passerella-dellarengario-museo-del-900/

Tutto quello che c’è dopo lo / è lo slug. In questo caso, la-passerella-dellarengario-museo-del-900.

Se ci fossero stati anche elementi come la categoria e/o la data, lo slug sarebbe stato l’ultimo segmento.

Tutto quanto forma l’url, che è l’indirizzo esatto della pagina o dell’articolo.

Gli slug non sono tutti uguali. Sostanzialmente, si dividono in

  • Parametrici
  • Descrittivi o parlanti

Quelli parametrici contengono una serie di numeri, lettere e simboli difficili da memorizzare. Quelli descrittivi dicono di che cosa parla l’articolo o su cosa verte la pagina. Pertanto, rendono migliore la ux. Quindi, sono da preferire. Anche Google li preferisce perché capisce subito l’argomento di un articolo. Infatti, è una delle prime cose che guarda.

Inoltre, gli slug devono contenere la kw (almeno in parte) e se non lo facciamo Yoast, uno dei plugin utili per la seo, ci suggerisce di farlo. È uno dei parametri per avere “tutto verde”.

Se utilizziamo uno slug parlante, l’utente saprà prima di che cosa parla il nostro articolo e in alcuni casi potrà addirittura memorizzarlo o annotarselo.

Va da se che con i link abbreviati questo discorso in parte cade.

Se volete che scriva i testi per il vostro blog aziendale (compresi gli slug), contattatemi per un preventivo.

Contattatemi anche se volete imparare a scrivere in Seo.

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Le parole chiave a coda lunga: di che cosa si tratta?

Il primo è quello di diminuire il numero di concorrenti. Mentre il secondo è che un utente che digita quella keyword molto probabilmente sarà interessato proprio a quell’argomento specifico.

Pertanto, le parole chiave a coda lunga aiutano a creare delle nicchie. Questo è molto importante, sia che abbiate un blog che parla di un tema molto specifico sia che vendiate prodotti particolari (potete vendere anche prodotti comuni, ma dovete mettere in risalto gli elementi che li distinguono).

Facciamo alcuni esempi

Primo caso

Ipotizziamo che vendiate casseforti.

Se volete posizionare un articolo con “casseforti”, dovete competere con più di cinque milioni di concorrenti. Invece, se aggiungete delle parole, il numero si abbassa. Già, se mettete “casseforti a muro”, scendete a 3.700.000. Tuttavia, “casseforti a muro” non è ancora una parola chiave a coda lunga.

Precisazione a scanso di equivoci: “casseforti a muro” è una sola kw, non sono due.

3.700.000 sono ancora tantissimi lo so, ma sono sempre meno di cinque milioni. Più la kw è specifica e più il campo si restringe e la concorrenza diminuisce. 

Invece, casseforti Juwel assistenza è una parola chiave a coda lunga e ha un volume di ricerca di 260. Significa che in un mese l’hanno digitata in media 260 persone.  Casseforti Juwel assistenza ha anche un costo per click più alto rispetto a casseforti: 1,63 euro contro 0.41 (quest’ultima ha un volume di 2400).  Utilizzando casseforti Juwel è anche meno competitiva per quando riguarda il posizionamento organico: 18 vs 32.  Per casseforti ci sono  4.390.000 risultati e per casseforti Juwel assistenza  44.700. (Dati presi dal sito di Neil Patel).

Ma perché ha un costo per click più alto? Innanzittutto, vediamo di che cosa si tratta. Il cpc riguarda le campagne di Google Ads (ma si possono fare anche altri motori di ricerca) ed è la somma che viene scalata dal budget investito ogni volta che qualcuno clicca su un annuncio a pagamento per quella parola. 

Secondo caso

Non è una regola fissa. Però, dobbiamo tenere conto che quando una persona inserisce una parola chiave a coda lunga, è molto probabile che non cerchi tanto per cercare, ma per comprare sia già avanti nel processo decisionale d’acquisto. Questo perché sa abbastanza bene quello che vuole. Per riprendere un testo di Federico Ziero, un conto è passeggino gemellare e un conto è passeggino leggero gemellare divisibile.

Terzo caso

I vantaggi dell’utilizzo delle long tail keyword si possono vedere anche negli articoli di tipo divulgativo. Per esempio, secondo gli ultimi dati di Semrush, la query “chiesa di Milano” ha un volume pari a 49.500 e restituisce 53.400.000 risultati, mentre i numeri inerenti a “chiesa di Santa Maria delle Grazie Milano”  sono rispettivamente 1.600 e 7.500.000. Il cpc nel primo caso è di 0 e nel secondo è di 0,82 euro. Infine, il grado di difficoltà della keyword è 48 per  “chiesa di Milano” e 34 per “chiesa di Santa Maria delle Grazie Milano”. 

ATTENZIONE!

Dobbiamo cercare un equilibrio tra una generalità eccessiva e una specificità estrema. Se la coda della chiave è troppo lunga, c’è il rischio che i volumi di ricerca siano molto bassi. Forse troppo bassi. Forse, addirittura, ce la stiamo inventando. E probabilmente nessun altro la digiterà mai su Google, Bing eccetera. Pertanto, assicuriamoci che effettivamente abbia un volume di ricerca. seppur limitati. 

Come si fa? Utlizzando:

  • Piattaforme come Ubersuggest, Semrush, SeoZoom, A Href, Anwser The Pubblic, Answer Socrates, Google Trends.
  • Strumenti come il Suggest e le Ricerche Correlate.

Per una consulenza su questo argomento o per testi per il vostro blog, contattatemi.


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La meta descrizione: che cos’è e a che cosa serve?

Che cos’è la meta descrizione? (O metadescrizione, meta description o metadesciption).

Ve spiego facendovelo vedere

Facciamo una ricerca su Google.

Ad esempio, “gatto delle nevi”.

Pagine sponsorizzate a parte, il primo sito che ci esce è Wikipedia. Ovviamente.

Ma guardiamo il terzo.

https://www.moviment.it/it/gatti-delle-nevi-moviment-alta-badia.php

Sotto al title, trovate scritto:

UNA NOTTE SUL GATTO DELLE NEVI. Dopo un’intensa giornata sugli sci, alla chiusura degli impianti di risalita, le piste si svuotano, il sole si nasconde …

Ecco, questa è la meta descrizione.

Come dev’essere fatta?

  1. Innanzitutto, una metadescription deve contenere la parola chiave. Serve sia Google per indicizzare sia ai lettori per capire che cosa c’è scritto nel sito.
  2. Bisogna scegliere le parole con cura. A volte basta poco. Ho letto su un libro (cartaceo…) che alla Toyota è stato sufficiente aggiungere l’aggettivo “official” per far sì che le visite al sito aumentassero del 20%.
  3. Bisogna dire ma non troppo. Altrimenti uno mica entra nel sito, se trova tutte le informazioni nella metadescrizione. Scrivete una cosa solo se v’interessa che il lettore la sappia subito. O se pensate che lo indurrà a cliccare sul link e a leggere l’articolo. Insomma, giocate tra detto e non detto.
  4. La lunghezza dipende dalla piattaforma che utilizzate. In alcuni casi la meta description deve essere lunga al massimo 160 caratteri. E non è facile. Ma non dev’essere neanche troppo corta (minimo 120 caratteri). Bisogna dosare bene parole, sillabe e punteggiatura.
  5. Come scriverla? In modo accattivante ma anche tenendo conto dello stile e del tono di voce del sito.

La meta descrizione è un po’ come il rabbit hole

Quella del rabbit hole è un’immagine chiaramente mutuata da Alice nel Paese. Indica il modo in cui si fa entrare una persona in un mondo.

Esempi di rabbit hole:

L’incipit di un libro;

Un post sui social;

Un qr code con link al sito;

Una metadescription.

 

Se questo articolo vi è piaciuto e siete interessati a una consulenza Seo o se volete che scriva i vostri testi, contattatemi.

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Sette errori da evitare quando si devono mettere i link

Quali sono gli errori da evitare quando si tratta di mettere i link? Sembra una cosa da niente e banale, ma non è così.

Problemi interni

1
Non far capire che si tratta di un link

Sembra banale, ma ho visto articoli in cui i link non erano sottolineati o non erano di un colore diverso da quello del resto del testo.

Un link si deve vedere, come in questo caso. Altrimenti, come fa il lettore a sapere che esiste e a clicarci sopra? Ricordatevi che scriviamo anche per i lettori.

2

Sottolineare una parola senza mettere il link

Questo errore è invece quasi speculare a quello precedente. Infatti, se il lettore vede una parola sottolineata, molto probabilmente si aspetta di trovare un link e se non c’è rimarrà deluso.

Ringrazio un mio docente del corso Eidos per redattore multimediale che ce lo fece notare.

3

Colorare una parola senza mettere il link

In realtà, questo discorso non vale per tutti i colori, ma solo per quelli che associamo ai link, come il blu e il viola. Naturalmente, se avete scelto un altro colore per i link (o avete lasciato le impostazioni del layout che avete scelto), la sostanza non cambia.

Ad esempio, su questo blog i link sono verdi. Pertanto, sarebbe un errore se mettessi in evidenza una parola in verde.

4

Mettere il link su una parola chiave. Non si fa, questioni tecniche.

Questi tre errori riguardavano il modo di mettere i link in un articolo . Adesso vediamone altri che riguardano i collegamenti esterni.

Sì, forse il quarto errore avrei potuto metterlo anche nella lista che segue. Non cambia molto.

5

Siti poco affidabili

Di questo errore abbiamo già parlato: non fate collegamenti con siti bufalari.

6

Siti della concorrenza

È abbastanza intuitivo: mandereste dei clienti nel negozio di un vostro competitor?

Però a volte si dovrebbe fare, se prendiamo un sito concorrente come fonte e vogliamo essere corretti. Quindi, cerchiamo di evitare di usare i siti dei competitor come fonte.

E se proprio dobbiamo linkare, non facciamolo alla pagina dello shop.

7

Tradire la fiducia del lettore

C’è una frase: chi clicca su “patatine fritte” non si aspetta di finire su un sito che parla di automobili. Certo, ci può essere un articolo che parla del riutilizzo dell’olio di frittura per le auto, ma è un caso particolare.

Naturalmente, potete mettere il link su parole come

qui

ora

pagina

detto.

Il lettore sa che non lo rimandate a siti o ad articoli o pagine che parlano, appunto, di orologi, spazio e tempo, libri. Tuttavia, secondo molti esperti di seo questo tipo di anchor text (è il termine tecnico) andrebbe evitato o, almeno, usato il meno possibile. Per quale motivo? Perché non dicono niente a proposito del contenuto che si aprirà cliccandoci sopra. Né ai motori di ricerca né ai lettori.

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Che cosa significa parole chiave?

Che cosa sono le parole chiave? Soprattutto, come si usano?

CHE COS’È UNA KEYWORD?

In realtà, suppongo che la maggior parte di voi sappia di che cosa si tratta. Per gli altri: sono le parole con cui si vuole indicizzare un articolo. Cioè quelle vogliamo che i nostri articoli siano trovati dalle persone quando digitano quelle parole lì. E affinché gli articoli siano trovati dalle persone è necessario che per quelle parole chiave lì i motori di ricerca ci mettano in prima o in seconda pagina. Meglio in prima. Molto meglio.

A dire il vero, il discorso delle pagine ha senso per le ricerche da dekstop. Per quelle da cellulare no per via dello scrolling.

Una parola chiave può essere composta anche da più parole: “ristorante abruzzese a Milano” è una sola parola chiave. Infatti, si parla anche di frase chiave o semplicemente di chiave.

NON BASTA SAPERE CHE COSA SIGNIFICA PAROLE CHIAVE

Dopo aver spiegato che cosa significa parola chiave, dobbiamo vedere:

  • Come si scelgono;
  • Come si utilizzano.

PRECISAZIONI SULLE PAROLE CHIAVE

Mi preme dire alcune cose. 

  1. Un articolo può essere indicizzato sia per una variante della parola chiave o per una query simile sia per altri termini presenti nel testo. Nel secondo caso, non è detto che abbiano un legame diretto con la keyword. 
  2. Se usiamo Yoast Seo (o simili), è bene sapere che i motori di ricerca non vedono la frase chiave che abbiamo inserito nel campo dedicato. Questo serve a noi per fare un controllo.

Esempi per il punto 1

L’articolo Siete capaci di contare i caratteri e le parole? si posiziona bene anche per le query

  • calcolare battute di un testo.
  • come contare il numero di battute su word.
  • come contare il numero di parole in word.
  • come contare le lettere su word.
  • come contare le parole in word.
  • come conteggiare le parole su word

Invece, il post Brioche e non cornetto: siamo a Milano è in cinquattottesima posizione per la keyword linguisticattiva. Prevengo un obiezione: non ho scritto “linguisticattiva” o “Veronica Repetti” in un titoletto.  Linguisticattica compare solo una volta, tra l’altro verso la fine.

La posizione media

Comunque, la query per cui si posiziona meglio è brioche o cornetto Milano. la posizione media della pagina negli ultimi tre mesi è 14.3. Quest’ultima viene calcolata tenendo conto di tutti i posti occupati da una pagina (o, in generale, da un sito) nella serp in un lasso di tempo.

Vediamo un caso

Pagina: https://scrivereperglialtri.com/2021/10/25/maiuscole-accentate-sei-modi-per-farle/

Data: Ultimi 28 giorni.

Query                                                                              Posizione 

Primo posto

word tutto maiuscolo

 
1
 
ì maiuscola
 
1
 
come mettere la e con l’accento maiuscola
 
1
 
e maiuscolo con accento
 
1
 
è con l’accento maiuscolo
 
1
 
è grande accentata
 
1
 
accento maiuscolo word
 
1
 
ascii e accentata
 
1
 
codice e accentata maiuscola
 
1
 
come fare la e accentata maiuscola su word
 
1
 
come mettere la e accentata maiuscola su word
 
1
 
come scrivere è maiuscola su word
 
1
 
come si fa la e con l’accento maiuscola
 
1
 
come si scrive la s maiuscola in corsivo
 
1
 
e accentata ascii
 
1
 
e apostrofata maiuscola
 
1
 
e con accento maiuscolo
 
1
 
e con l’accento maiuscolo
 
1
 
e maiuscola accentata ascii
 
1
 
e maiuscola con l’accento in word
 
1
 
lettere maiuscole accentate
 
1
 
o grande accentata
 
1
 
o maiuscolo accentato
 
1
 
è con l’accento maiuscola
 
1
 
è maiuscola accentata word
 
1
 
Quasi primo

o maiuscola accentata

Tra il primo e l’ultimo posto
1,9
 
ascii o accentata
 
3
 
codice ascii lettere maiuscole
 
13
 
e con l’accento maiuscola word
 
16,7
 
tutto maiuscolo word
 
17,7
 
a maiuscola accentata word
 
24,4
 
e maiuscola accentata word
 
27,6
 
accento su maiuscole word
 
30
 
e maiuscola accentata corsivo
 
31
 
lettere accentate maiuscole word
 
31
 
ascii a maiuscola accentata
 
31,3
 
maiuscole accentate word
 
31,4
 
e maiuscola accentata
 
32
 
a maiuscola accentata ascii
 
33
 
lettere maiuscole accentate word
 
37,5
 
vocali maiuscole accentate
 
52,3
 
e accentata word
 
54
 
come fare la è maiuscola su word
 
57,5
 
u accentata maiuscola ascii
 
68
 
a accentata maiuscola word
 
72
 
maiuscole accentate
 
74
 
come fare a accentata maiuscola word
 
77
 
a accentata maiuscola ascii
 
78
 
è maiuscola su word
 
80
 
a con l’accento maiuscola word
 
83
 
e accentata maiuscola word
 
83
 
i grande accentata
 
89
 
codice a accentata maiuscola
 
94
 
e con accento maiuscola word
 
94
 
u maiuscola accentata
 
94
 
i maiuscolo accentato
 
95
 
a grande accentata
 
96,5
 
codice ascii a accentata maiuscola
 
96,5
 

ì accentata maiuscola

Ultimo
 
98
 
ù maiuscolo
 
100
 
ù maiuscola accentata
 
100
 
 
Posizione media: 27,9

Se avete aperto questo articolo, significa che ho lavorato abbastanza bene in termini di seo e che qualcosa vi ha spinto a cliccare; se siete arrivati fin qui, significa che molto probabilmente l’articolo vi è piaciuto.

Contattatemi al 3713268100 o mandate un’e-mail a scrivereperglialtri@gmail.com, se volete che mi occupi dei testi del vostro sito.

 

 

 

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La cannibalizzazione delle parole chiave

Il lessico della Seo è singolare: dopo i contenuti orfani, ecco la cannibalizzazione delle parole chiave.

Avviene quando…

DI CHE COSA SI TRATTA?

Avviene quando si utilizza la stessa keyword per più di un articolo.

In questo modo, i motori di ricerca fanno fatica a indicizzare l’articolo e il posizionamento del sito ne potrebbe risentire. Infatti, cannibalizzazione delle parole chiave significa che vari post di blog o articoli di un sito possono essere classificati per la stessa query di ricerca su Google.

Se si scrivono tanti articoli, è probabile che s’incorra in questo rischio. In pratica, gli articoli del sito competono tra di loro.

Di solito, Google mostra solo 1 o 2 risultati dello stesso sito nei risultati di ricerca per una query specifica. Se il sito è autorevole, anche 3.

PERCHÉ LA CANNIBALIZZAZIONE DELLE PAROLE CHIAVE È DANNOSA PER LA SEO?

Per colpa della cannibalizzazione delle parole chiave, Google non è in grado di distinguere quale articolo dovrebbe essere classificato più in alto per una determinata query. Il rischio è che, nel dubbio, premi la concorrenza.

 

Inoltre, si ricevono backlink su più post anziché su uno.

Sappiamo che è importante avere tanti link da altri siti. Tuttavia, con la cannibalizzione delle parole chiave, invece di 10 su una pagina, si rischia di averne 5 su due. E non è la stessa cosa.

Per fortuna, anche in questo caso i plug-in aiutano segnalando se quella kw è già stata utilizzata.

Purtroppo, la cannibalizzazione delle parole chiave può verificarsi anche se si ottimizzano i post con parole chiave quasi uguali. In questo caso, il plug in non può essere d’aiuto.

Anche in questo caso per Google è difficile capire quale dei due articoli sia il più importante.

A dire il vero, su questo argomento c’è anche un’altra scuola di pensiero, secondo cui si possono utilizzare tranquillamente delle keyword simili. Vi capiterà che dei clienti vi chiederanno di scrivere articoli con parole chiave simili. La mia linea è: the customer is king.

Inoltre, bisogna considerare l’intento di ricerca. Da una parte, possiamo avere una cannibalizzazione delle parole chiave anche se le keyword sono diverse. Avviene quando l’intento di ricerca è lo stesso. In compenso, se gli intenti di ricerca sono diversi (ad esempio, informazionale in un e commerciale nell’altro), non abbiamo questo problema nonostante la keyword sia la stessa.

COME RISOLVERE IL PROBLEMA?

Qualora facessimo due post che soddisfano lo stesso intento di ricerca, potremmo risolvere il problema indicando ai motori di ricerca quale pagina seguire, a quale dare la priorità. Lo si fa inserendo l’url canonical.

Possiamo anche dir loro di non indicizzare le pagine secondarie. Lo si fa fleggando la voce “no index” o con un’azione simile. Per esempio, Yoast propone un menù a tendina sotto alla voce Vuoi permettere ai motori di ricerca di mostrare questi contenuti nei risultati di ricerca? Se la risposta è negativa, è sufficiente selezionare “no”.

 

Un’altra soluzione consiste nell’unificare i contenuti, reindirizzando le pagine cancellate verso la nuova risorsa.


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Bisogna lavorare sui contenuti orfani

I contenuti orfani sono quei contenuti verso cui non c’è nessun collegamento da parte di altri post o di altre pagine dello stesso sito.

Perché non vanno bene?

Come camere isolate

I post e le pagine necessitano di collegamenti interni, per entrare a far parte della struttura di un sito ed essere trovati.

Infatti, dobbiamo vedere un sito come un palazzo. I contenuti orfani sono stanze murate senza porte e finestre. Ci si può entrare solo da una botola.

Magari queste stanze sono meravigliose, ma se nessuno sa che esistono è difficile che vengano visitate Quindi, dovete sistemare i vostri contenuti orfani.

Un aiuto per trovare i contenuti orfani

Come abbiamo già visto, è normale che per un certo periodo un contenuto sia orfano. L’importante è integrarlo il prima possibile.

Inoltre, il rischio di lasciarne qualcuno indietro è alto, soprattutto se gli articoli sono tanti.

Quando gli articoli diventano tanti, è difficile fare un controllo generale e sistemarli tutti.

Per fortuna esistono i plug-in, come Yoast SEO Premium. Yoast Seo Premium è dotato di un filtro per i contenuti orfani, che li filtra e li segnala.

In questo modo è più semplice individuare le pagine senza collegamenti e migliorare i collegamenti interni.

Google considera i contenuti orfani meno importanti degli altri. Allora, se per voi un articolo è importante, dovete far sì che lo sia anche per Google e per i visitatori del sito.

Quindi, non lasciateli isolati. Naturalmente, devono essere integrati in modo intelligente.

  • O facendo partire il link da un articolo in cui si parla di un argomento affine.
  • O mettendo il link su una parola del testo per rimandare il lettore a un articolo in cui si parla di qualcosa inerente alla parola linkata.

In realtà, non è che i motori di ricerca non lo trovino. Tuttavia, fanno più fatica e li considerano meno importanti.

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La regola giornalistica dell’abc applicata alla seo

Ci sono analogie tra la scrittura seo e la scrittura giornalistica?

Di che cosa si tratta?

LA REGOLA DELL’ABC E LA SEO (E CITAZIONI)

Abc è un acronimo e sta per:

    • Accuratezza;
    • Brevità;
    • Chiarezza.

Accuratezza

L’accuratezza, dei tre concetti, è il più difficile da definire. Affidiamoci, allora, alla Treccani.

accuratézza. f. [der. di accurato]. – 1.Cura attenta e assidua nel compiere qualche cosa: parla e scrive con grande a.; un’a. che sfiora l’affettazione. Di un lavoro, di un’opera, esecuzione accurata: elogiare l’a. delle rifiniture, delle indagini, della ricerca.

Applicare questo principio alla seo vuol dire seguirne le regole, ad esempio mettendo link interni e link esterni.  Questi ultimi devono essere scelti con attenzione. In altre parole, bisogna controllare le fonti.

E, naturalmente, bisogna evitare di fare errori grammaticali e di contenuto e refusi.

Brevità

Non è tanto una questione di lunghezza del testo e forse nemmeno di lunghezza delle frasi. Secondo me, non esiste un numero massimo in generale, ma dipende dal contesto.

Un testo deve essere preferibilmente di almeno 300 parole, così è più facile che venga indicizzato.

Yoast sconsiglia di scrivere frasi di più di venti parole perché sennò può essere difficoltoso leggerle. Ci può stare come consiglio, ma credo che non abbiate molti problemi a capire quelle più lunghe. Certo, un testo per il web con tante frasi di 30-40 parole può risultare ostico.

In realtà, bisogna usare le parole che servono, senza allungare (troppo) il brodo. Senza girarci (troppo) intorno.

Carducci ha detto: Chi può dire una cosa con dieci parole e ne usa venti, è capace anche di altre nefandezze.

Il problema è che non sempre si può. Citando Nonno Libero, una parola è troppa e due sono poche. Non sempre, ma può capitare.

Chiarezza

Si tratta di un concetto auto-evidente, pertanto non deve essere spiegato.

Questi sono anche tre principi cardine del giornalismo. Non so se il giornalismo abbia influenzato la seo, ma di fatto hanno in comune la regola dell’abc.

ALTRE COSE CHE CONDIVIDONO

Ci sono altre analogie tra un testo in seo e un articolo di giornale.

  1. In entrambi i casi, è bene far capire subito di cosa su sta parlando. Quindi, in entrambi i casi l’attacco è fondamentale.
  2. Anche la chiusura è importante, sia nell’uno sia nell’altro. Nell’articolo di giornale, per le conclusioni. In un pezzo in seo per la call to action e, volendo, per i plus dell’azienda e i vantaggi rispetto ai competitor.
  3. La suddivisione in paragrafi (con titoletti): in entrambi i casi agevola la lettura, aiuta il fruitore a capire meglio l’articolo e aiuta i motori di ricerca a indicizzarlo perché l’algoritmo comprende meglio l’argomento (o gli argomenti) del testo.
  4. La regola della regola della piramide rovesciata: dovremmo dire prima le cose essenziali e dopo fornire i dettagli e le spiegazioni. 
  5. Questa è una cosa ideale e non è sempre facile seguire questa regola. Infatti, sono convinto che ogni testo abbia soprattutto un rimo e un’impalcatura interna.
  6. Lo stile, l lessico e il tono di voce adattati al target.
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Link interni, che sono e a che cosa servono

Fondamentalmente, i link interni hanno la funzione di

Che cosa sono? Sono i collegamenti ad altre pagine dello stesso sito.

A che cosa servono?

PER QUALE MOTIVO SONO UTILI?

Fondamentalmente, i link interni hanno la funzione di indurre i lettori ad andare sulle pagine del nostro sito in cui vogliamo che vadano.

Possono essere:

  • Pagine in cui abbiamo già trattato un argomento su cui non vogliamo o non possiamo scrivere troppo nel pezzo che stiamo facendo. All’inizio di questo articolo trovate un link interno. Infatti, se cliccate sulla parola “esterni”, andate all’articolo che parla dei link esterni. Avendolo già fatto là, non ne riparlo in questa sede (ma attenzione che gli stessi temi possono essere trattati più volte). Soprattutto, andrei fuori tema. Avrete notato che non ho messo il link su “link esterni” ma solo su “esterni”. Il motivo è che Yoast sconsiglia di mettere il link sulla keyword e o su una parte della keyword.
  • Pagine poco visitate che vogliamo far crescere, su cui vogliamo veicolare traffico. Questo motivo e quello precedente non sono in contrasto ma spesso si integrano.
  • Pagine utili (contatti, acquisti eccetera).

Ci sono anche altre ragioni per mettere i link interni. La prima è che piacciono a Google e Yoast, se non lo facciamo, lo segnala come errore (ci sono clienti che ci tengono al responso di Yoast).

Inoltre, è un modo per far sì che una pagina trasmetta un po’ del proprio link juice a un’altra (ne ho parlato in questo articolo).

L’altra è che se nessun articolo rimanda a un altro articolo, quest’ultimo rimane isolato e nessuno sa che esiste e quindi Google non lo trova. Oppure, anche se la trova, non la reputa importante. Sono i contenuti orfani. È una cosa un po’ tecnica. Pensate alla parola “web” (ragnatela). Dà l’idea di una rete, di una serie di fili che si collegano in un sistema globale.

Ma se nessun filo si unisce un articolo al resto del sistema, questo articolo rimarrà da solo. Certo, potrebbe farlo qualcuno al quale lo abbiamo fatto leggere, ma è difficile. Cominciamo a farlo noi.

È fisiologico che, subito dopo essere stato pubblicato, un post sia “contenuto orfano”. L’importante è che dopo lo colleghiamo al resto del sito con dei link interni. Lo possiamo fare o modificandone uno (o più di uno) che abbiamo già scritto collegandolo a quelli futuri.

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Link esterni: a che cosa servono? Che cosa sono?

Che cosa sono i link esterni? Soprattutto, a che cosa servono? Che cosa bisogna e che cosa non bisogna fare?

I link a che cosa servono?

Prima però capiamo bene che cosa sono, che si deve fare e che cosa non si deve fare.

Regole generali

Come probabilmente sapete già, sono collegamenti ad altri siti e ad altre pagine del sito.

Nel primo caso, si ha un link esterno o “seo off-page”.  Questo è un esempio di link esterno.

Che caratteristiche devono avere i link esterni?

Innanzitutto, devono rimandare a siti autorevoli e affidabili. Tra poco vediamo meglio il senso di “autorevoli e affidabili”.  Sicuramente, non devono essere siti di bufale e di fake news.  Se lo fate, rischiate di compromettere l’immagine del vostro sito. Quanto è valido, secondo, un articolo che ne linka uno che sostiene che la Terra è piatta.

Attenzione che serio, autorevole e affidabile non significa famoso.

Ad esempio, un giornale locale non è famoso a livello nazionale ma può essere serio e affidabile (di solito lo sono). E nella sua dimensione locale può essere considerato autorevole (capita spesso).

Un sito di nicchia può essere sconosciuto al grande pubblico, ma essere un punto di riferimento per appassionati e addetti ai lavori.

Infine, un sito o un blog può avere  pochi lettori, ma se lo visitate vi accorgete che è serio (e magari con un link lo aiutate a crescere).

In secondo luogo, deve essere pertinente con la parola che viene linkata. Se cliccate sopra, sulla parola “esempio”, vedrete che rimanda alla voce omonima della Treccani. Lo stesso, mutatis mutandis, vale per “bufale e fake news”.

Naturalmente, bisogna considerare la consuetudine di mettere i link su espressioni come “clicca qui”, “scopri di più”, “articolo correlato”. Anche se forse sono più inerenti alla seo on-page (i link interni).

Secondo me, hanno più funzioni.

La prima è corroborare e provare quanto viene detto. Sono delle specie di fonti. Se io scrivo una cosa che non tutti sanno, come faccio a dimostrare che è vera? Uno dei modi è mettere il link a un sito che ne parla. Quindi, non linkate la frase “Cristoforo Colombo ha scoperto l’America”.

Questo esempio mi dà il modo di parlare del secondo uso che se ne può fare. Io posso dare per scontata una cosa, ma mi può venire il dubbio che qualcuno non la sappia. Ad esempio, io so che Kjaer è il capitano della Danimarca. Ma lo sanno tutti? A questo punto ho tre possibilità.  

1

Ignorare il dubbio.

2

Dirlo, ma molti lettori potrebbero trovarlo inutile e superfluo.

3

Oppure posso mettere il link alla voce di Wikipedia dedicata a Kjaer.

Certo, in questo caso deve essere un articolo per appassionati di calcio.

Il terzo motivo è legato alla lunghezza e alle divagazioni. Se l’articolo deve essere corto, non posso fare troppe divagazioni e soprattutto devo dosare bene le parole. Diciamo che i link esterni sono un modo per risparmiare parole.

In quelli più lunghi ho un po’ più di libertà, ma comunque è meglio non andare troppo fuori tema.

Infine, si possono usare  per

  • far visitare i propri social
  • far leggere le proprie recensioni
  • collegare tra loro i siti che si gestiscono (meglio se c’è qualcosa in comune)
  • aiutare un amico o un sito partner
  • mettere la mappa con il proprio indirizzo

La prossima volta parliamo dei link interni.

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Ps

Ho dimenticato una cosa importante: i link esterni piacciono a Google e Yoast  vi  suggerisce di inserirli (considera errore non farlo).

 

 
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Come si fa la link building?

Certo, possiamo fare scambi di link o chiedere ad amici.
La cosa migliore è diventare un’autorità del Web. Come Wikipedia. Cioè creare contenuti interessanti.

Prima di spiegare come si fa la link building, vediamo di che cosa si tratta. E ricordiamo che è un fattore di ranking, pertanto incide sul posizionamento.

È l’insieme dei backlink, cioè dei link che riceviamo da altri siti.

Come capite, è una variabile che dipende poco da noi. Eppure, qualcosa possiamo fare

STRATEGIE DI LINK BUILDING

  1. Possiamo chiedere a qualcuno che ha un sito di mettere un link verso il nostro. Ma a chi? Innanzitutto, diciamo che a Google non piacciono gli scambi di link e potrebbe penalizzare i siti che li ricevono in questo modo. Simone Momo dice che al massimo può tollerare che entrambi ne inseriscano uno nel footer o nella sidebar. Non gli piacciono neanche gli schemi di link, cioè i sistemi circolari: a linka b che c che linka d che linka a.  Vuole che siano naturali. Inoltre, il suo algoritmo Penguin ha proprio lo scopo di trovare i link spammosi o non pertinenti. 
  2. Mettiamo dei link sui nostri social, ma non spammiamo su pagine di altri e gruppi, che spesso hanno delle regole riguardo all’inserimento di collegamenti esterni. Ad esempio, un gruppo cui ero iscritto consentiva di farlo solo una volta a settimana.
  3. Se gestiamo più siti, possiamo rimandare da un sito all’altro. Ma attenzione: a Google non piace che vi siano troppi link provenienti dallo stesso sito. Inoltre, preferirebbe che vi fosse dell’attinenza tra i due siti o tra gli argomenti dei due articoli. E vale sempre quanto detto nel punto 1. Sempre perché i link devono sembrare naturali, utilizziamo questa strategia con intelligenza. Per esempio, non inondiamo di backlink un sito appena aperto o con pochissime visite. I bot potrebbero pensare “Qualcosa non mi quadra”. Inoltre, Ziero dice che troppi backlink da siti con lo stesso ip possono insospettire i motori di ricerca. A meno che un cliente non ce lo chieda.
  4. Possiamo ricorrere ai pubbliredazionali, agli article marketing e ai guest post.
  5. Semrush e altri siti autorevoli suggeriscono di individuare i link rotti degli altri siti e di contattare i gestori o i proprietari di quei siti. Una volta contattati, gli si chiede di creare un collegamento verso il nostro blog. Prima, però, dobbiamo scrivere un contenuto simile a quello cui conduceva il link rotto. Questi tool forniscono dei metodi per scovarli.
  6. A Href consiglia di andare su Haro e di contattare un giornalista per farsi scrivere un articolo con backlink.
  7. Un tempo esistevano le directory, siti con liste di link. Oggi non si usano più. Anzi, usarle può essere penalizzante.

I link rotti

Avete la scritta Errore 404 pagina non trovata (o qualcosa di analogo)? Succede quando rimuoviamo o ne cambiamo l’url, Sebbene il secondo caso non c’interessi ai fini di questo articolo, vediamo quando può capitare.

  • Se modifichiamo l’url. Basta un solo carattere. Inizialmente, nel titolo di questo dominio al posto di “la” avevo scritto “il”.  Come potete constatare, non ho modificato anche lo slug. Proprio per non incorrere in questo problema.
  • Se cambiamo estensione di dominio. Se io passassi da scrivereperglialtri.com a scrivereperglialtri.com senza fare un reindirizzamento, tutti i link verso le pagine di questo sito risulterebbero rotti. 
  • Se migriamo da un cms a un altro. Anche in questo caso, devo fare un redirect.

Reindizzeramento o redirect

Ne esistono due tipi.

  • Redirect 301. Si usa anche quando si rimuove una pagina in modo definitivo.
  • Redirect 302.  Si usa quando si rimuove una pagina solo temporaneamente.
Come si fa?

O utilizzando un plugin o rivolgendosi a un web master o a un’agenzia specializzata. Se ve la cavate con i linguaggi informatici, potete intervenire nel codice sorgente o creando un file.

I vantaggi

Conviene farlo? Sì. Per tre motivi, soprattutto. I primi sono legati all’errore 404, che non piace né ai motori di ricerca né alle persone. Inoltre, se un sito ha messo un link al nostro, quando il gestore se ne accorgerà lo rimuoverà e noi perderemo minimo un backlink. Il terzo è che senza il redirect tutta l’autorità raggiunta dalla pagina rimossa non verrà trasferita a quella nuova. Di conseguenza il link juice che passerà alle altre pagine, sia interne sia esterne, sarà inferiore rispetto a quella rimossa. In più, dovremo lottare di nuovo per salire nella serp. Insomma, senza il redirect, per i motori di ricerca è una pagina nuova.  Anche per questo sconsiglio di creare domini di terzo livello, se non è proprio necessario.

Il nostro ruolo

Dunque, l’errore 404 è un problema. Per risolverlo, il copywriter può fare un redirect verso un contenuto simile del proprio sito. Ma se non c’è più? Di solito, lo si fa verso la home. Non è il massimo. Oppure, lascia il link rotto. È nel secondo caso che lo possiamo contattare per proporgli un redirect verso una nostra risorsa. Non ci ho mai provato ma mi sembra macchinoso e credo che la percentuale d’insuccesso sia alta.

Come si fa la link building? Con testi di qualità

La cosa migliore è diventare un’autorità del Web. Come Wikipedia. Cioè creare contenuti interessanti e di qualità.

Un’altra cosa importante è che i parametri di Google sono mutati. Prima era importante la quantità di link ricevuti, adesso lo è anche l’importanza di chi lo fa. Se lo fa un sito autorevole pesa almeno quanto se non di più che se lo fanno 10 blog poco famosi.

Immaginate di avere un blog che parla di calcio e che Gazzetta.it vi linki. O ne preferite 10 semisconosciuti?

Il linkjuice

Uno vale per me più di 10.000 se migliore, diceva Eraclito.

Esiste un ranking dei siti: più il sito è in alto è più è positivo ricevere un link da esso. Al primo posto c’è Google.

Ci sono anche i punteggi di autorevolezza. Più il numero è alto e più il sito è autorevole. Però, ai fini della link building può essere utile anche ricevere un backlink da un sito di autorità bassa ma pertinente per la nicchia.

Quando un sito crea un collegamento verso un altro, gli passa un po’ della sua autorevolezza ed è un po’ come dicesse che lo stima e che degno di considerazione. Si chiama linkjuice. Solo i link di tipo follow lo passano (cfr articolo sull’anchor text). Tuttavia, averne solo di questo tipo è considerato sospetto. Il link juice riguarda anche i link interni. 

Viceversa non conviene ricevere link da siti tossici perché possono danneggiare il sito. Alcuni tool permettono di individuarli e di eliminarli.

 


Spero di avervi spiegato bene che cos’è la link building. Fatemelo sapere nei commenti.

 


Chi sono?

Sono blogger, ex giornalista e scrittore. Mi occupo di scrittura per aziende per il web e per il cartaceo. Spesso agisco in modalità ghost. Inoltre, Insegno seo copywriting e copywriting.

Se volete che scriva i testi del vostro blog, mandate una mail a scrivereperglialtri@gmail.com

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Correttore ortografico di Word: come si usa?

Come funziona il correttore ortografico di Word? Che cosa si deve fare? Che cosa non si deve fare?

INDICAZIONI UTILI

Vediamo come si attiva: o premendo F7 o facendo revisione—controllo ortografia e grammatica.

A chi può servire? A tutti, in pratica. Una svista o un refuso ci possono essere sempre. In particolare, il correttore automatico di word è molto utile per quello che riguarda gli spazi. È vero che possiamo schiacciare un tasto che ci va vedere se abbiamo lasciato uno spazio di troppo o uno di meno. Allo stesso modo un occhio allenato li vede subito. Ma è meglio non rischiare.

Infine, dà anche dei suggerimenti.

Suggerimenti che non devono essere seguiti in modo pedissequo, ma vanno valutati caso per caso.

Ad esempio, non gli piace che si utilizzi “venire” come verbo ausiliare per fare la forma passiva. Io lo ignoro.

Vi può sconsigliare di usare forme della lingua parlata, termini troppo difficili o stranieri, parole che secondo lui sono “logore e abusate”. Eccetera. A volte propone delle alternative valide, altre meno. Valide o no sempre in quel contesto, non in senso assoluto.

Sta a voi decidere se accettare i suoi consigli o non tenerne conto. Ricordatevi che il testo è vostro e che siete voi a deciderne il tono di voce, lo stile e il ritmo.

Una cosa divertente: il correttore ortografico di Word dice di non iniziare una frase con una congiunzione. Peccato che l’Accademia della Crusca abbia detto che si può fare.

Altra cosa interessante: il correttore non conosce ancora certe parole. Ad esempio, quello di questo pc se scrivo “Instagram” me lo segna in rosso e mi dà dei suggerimenti, tra cui “Instaurano”.

Ecco, se scrivo una parola in modo errato o che non conosce la sottolinea in rosso. In alcuni casi coregge direttamente, ad esempio se si sbaglia l’accento (acuto al posto di grave o viceversa).

COME SI USA IL CORRETTORE ORTOGRAFICO DI WORD

Prima abbiamo visto come si attiva il correttore ortografico di Word. Adesso vediamo come si utilizza.

Ci sono due possibilità:

Una cosa che secondo lui è un errore (o che lo è davvero.)

Una parola nuova o scritta in modo sbagliato.

L’errore e gli eventuali suggerimenti vengono segnalati sulla schermata che compare sulla sinistra.

Noi possiamo agire utilizzando i tasti che appaiono a destra.

Abbiamo:

  • Ignora questa volta.
  • Ignora regola.
  • Seguente.
  • Cambia.
  • Spiega.

Consiglio di usare solo Ignora questa volta e cambia. Quando usate cambia, in alcuni casi potete scegliere quale modifica apportare e lo dovete fare nella maschera di sinistra.

Premendo il tasto “spiega”, potete leggere una spiegazione della regola secondo cui quello che abbiamo scritto è o sarebbe errore.

Per le parole il discorso è simile, solo che c’è la possibilità di aggiungerle al dizionario.

È molto intuitivo.

Un consiglio: non fate le cose di fretta perché rischiate di fare correzioni che volevate fare e viceversa.

Paradossalmente, correggere un testo è più faticoso e richiede più tempo di uno nuovo. Il motivo è bisogna correggere il testo mantenendo lo stile originale. Pertanto, il costo è maggiore.


Se comunque siete interessati, contattatemi per un preventivo.

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